Una pinacoteca del tempo. Parla, ricordo, l’autobiografia di Nabokov

nabokov ricordoImmergersi in un’autobiografia provoca quasi sempre un’emozione supplementare rispetto alla lettura di qualsiasi altro libro perché più di ogni altro genere letterario l’autobiografia ci mette a tu per tu con l’anima dell’autore. Quando l’autore poi è Vladimir Nabokov l’emozione è davvero forte. Parla, ricordo (Adelphi, Milano 2010, 23 euro) copre trentasette anni di vita dell’inventore di Lolita, dal 1903 al 1940, anno in cui lo scrittore russo approda negli USA. Il volume, prova inoppugnabile della propria esistenza (come afferma con l’ironia che gli è propria lo stesso Nabokov), è in parte l’assemblaggio di pezzi scritti per diverse riviste e nella sua veste attuale esce per la Harper & Bros di New York nel lontano 1951.

A distanza di sessant’anni la pinacoteca di ritratti e di memorie esposti nella mostra permanente che è Parla, ricordo non ha niente di museale. Pur raccontando di un passato che a noi isterici postmoderni appare remoto, Nabokov ci consegna una piccola filosofia (“piccola filosofia” perché lo scrittore mai ha avuto di queste pretese teoriche) e un modo di osservare l’esistenza che potrebbero costituire ancora oggi utili bussole per il nostro disorientato modo di essere e di vivere. C’è un motivo che forse spiega la potenziale attualità di Nabokov: parliamo di un uomo che ha attraversato un periodo storico in cui i cambiamenti che ancora oggi vediamo avanzare senza sosta avvenivano allora per la prima volta: ad esempio la diffusione di massa della fotografia o il volo in aeroplano. Allo choc che ha afferrato alla gola tanti intellettuali della sua epoca (choc con esiti contrapposti, pro e contro la modernità) Nabokov opta per la contemplazione del mondo: dalle ali delle farfalle (lo scrittore è stato un apprezzato entomologo) all’american way of life. Per un’epoca come la nostra, epoca che si pretende fondata sull’immagine e la visione, potrebbe essere una chance: osservare il mondo con sapiente distacco e misurato coinvolgimento.

La piccola filosofia è presto detta. Nabokov nasce nel 1899 in una famiglia di nobili russi. Come tutti i nobili vive nel più assoluto privilegio. Tanto per dirne una tra la residenza in città (San Pietroburgo) e le proprietà in campagna (Vyra) lavorano 50 domestici tra giardinieri, cocchieri, valletti, governanti, precettori ecc. E il piccolo Vladimir impara a leggere e scrivere in inglese ancor prima del russo. Tuttavia, la più che favorevole posizione sociale non lo rende umanamente spocchioso né politicamente reazionario. Anzi, in uno dei rari passaggi polemici dell’autobiografia, Nabokov dichiara senza mezzi termini il proprio disprezzo per l’emigrazione russa che odia visceralmente i Rossi perché hanno collettivizzato le loro proprietà. Il disappunto di Nabokov nei confronti del sistema sovietico non è causato da ragioni materiali ma percettive: essere costretto all’esilio e privato della possibilità di ritornare nella sua terra natale non sono solo atti dispotici ma soprattutto mancanza di tatto, di apertura al mondo, ignorante chiusura all’infinita pluralità dell’essere che ogni individuo rappresenta nell’attimo di luce che è la sua vita. La filosofia di Nabokov si racchiude così in una parola: stile, per essere più precisi, bello stile. Decapitato dalle convulsioni della rivoluzione dei soviet il corpo senza testa di quest’impalpabile concetto si aggira ancora oggi senza pace in un mondo dominato dall’assolutismo del mercato. La piccola filosofia di Nabokov ci dice insomma che in politica e nella vita la si può pensare come si vuole ma sempre vanno rispettate le forme del bello perché la forma è sostanza e la bellezza il sale della vita. Alcuni potranno vedere in ciò un afflato aristocratico, ma a noi sembra semplicemente tolleranza (qualità dello spirito di cui c’è abbastanza penuria anche nelle cosiddette società liberali).

E passiamo al modo di osservare la realtà da parte di Nabokov. La sua attrazione per il dettaglio è nota e discussa. E Parla, ricordo costituisce una tanto imponente quanto sfumata galleria di dettagli. I personaggi che hanno incrociato l’esistenza dello scrittore sono proposti a noi lettori attraverso una poetica del quotidiano che dà alle cose la sostanza del tempo. La vita domestica, le espressioni del volto, così come l’arredo di un salotto o il modo di vestire sono ritratti della vita vera e non interpretazioni. Da qui il netto rifiuto di Nabokov per ogni tentazione psicoanalitica. Ovviamente non mancano descrizioni del carattere. La madre, a cui il piccolo Vladimir è profondamente legato, è presentata come una donna che ama con tutta l’anima e lascia il resto al fato. L’eccentrico zio Ruka è invece dotato delle nevrosi di un genio senza tuttavia esserlo, ma lascia a Nabokov una fortuna in eredità. Con la sua autobiografia Nabokov ha lasciato anche a noi una fortuna: Parla, ricordo è una pinacoteca del tempo sotto forma di parole. Parole che possiamo ammirare ogni volta che vogliamo in tutta la bellezza di un classico della letteratura.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 9 Aprile 2011.

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