Il paradiso perduto delle parole

john_milton

La civiltà delle immagini sta soppiantando quella della scrittura perché tra le parole dei libri e la realtà dei fatti l’abisso si fa sempre più profondo. D’altra parte, l’immagine gode di vantaggi invidiabili: è meno faticosa da recepire ed è intercambiabile con una rapidità e una facilità che il concetto, nella sua versione tipografica, non può concedersi. Ma soprattutto all’evento visivo non è richiesta coerenza, né tantomeno fedeltà al principio di non contraddizione. L’immagine, luogo dell’impossibile e in fondo dell’inconoscibile, si presenta dinanzi alla scrittura come una continua sottrazione. Nudità che si fa beffe della sacralità del testo, dell’ortodossia, della durata.

E’ in questo nostro sfuggente contesto culturale, così amabilmente e tremendamente postmoderno, che il Corriere della Sera ha iniziato ai primi di novembre di quest’anno la pubblicazione di una collana di libri intitolata: <I classici del pensiero libero>. Il terzo volume è una perorazione contro la censura del poeta John Milton: Areopagitica. Discorso per la libertà di stampa. Correva l’anno 1644 e ostile ad ogni forma di fanatismo Milton si appella al parlamento inglese a favore di una razionalità capace di discernere ciò che è meglio per la polis in un libero confronto all’interno di un’ipotetica piazza delle idee.

Il parlamento lascia il poeta al suo canto, ma nel tempo Areopagitica diventa una pietra miliare del pensiero liberale. Pensiero che come tutte le ideologie politiche tradisce le proprie parole così come hanno tradito il testo sia il comunismo che il fascismo (il nazismo ha maggiori chance di fedeltà tra il dire e il fare ma per fortuna di tutti è durato poco). Solo che alla fine del ‘900 il pensiero liberale esce vincente dallo scontro tra ideologie e tuttavia alle soglie del 2011 prosegue una solitaria guerra dei libri per rafforzare il proprio dominio. Non lo si può biasimare. Qualsiasi potere si comporterebbe alla stessa maniera. Ma non si può non registrare la debolezza del libro. Persino di un buon libro come quello di Milton. Nell’inesorabile calo di attenzione per la politica e i suoi discorsi l’occhio vince sul concetto e la nostra cultura è ormai fatta più di sguardi che di pensieri. Si può obiettare che anche le immagini tradiscono. Vero, verissimo. Ma mancare di parola è ancor oggi considerato molto più grave che ingannare lo spettatore con immagini contraffatte. C’è un perché: l’immagine è indulgente con se stessa, si concede lussi che le promesse di tolleranza e di felicità del pensiero politico basato sul foglio scritto non possono permettersi. In fondo tutti sappiamo che la pubblicità inganna, che camminare come una modella significa finire dall’ortopedico e che la maggioranza di noi non è fisicamente bella come la civiltà delle immagini pretende. Tuttavia la fiducia che decine secoli di cultura fondata sul testo hanno assegnato alla scrittura si sta spostando sui media visivi. E anche se il libro non scomparirà questo smottamento significa che il pubblico è alla ricerca di una nuova innocenza.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del lavoro, 20 novembre 2010.

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