La guerra mediatica globale. Un’inchiesta di Frédéric Martel intitolata Mainstream

mainIndustrie creative, battaglia sui contenuti, guerra culturale mondiale, cultura di massa globalizzata, modello americano dell’intrattenimento, diversità culturale, valori da promuovere, geopolitica della cultura e dell’informazione. Sono questi i concetti-chiave sviluppati nell’inchiesta giornalistica condotta da Frédéric Martel nell’arco di cinque anni in trenta diverse nazioni e intitolata Mainstream. Come si costruisce un successo planetario e si vince la guerra mondiale dei media, Feltrinelli, Milano, 2010, pagg. 443, 22 euro.

Innanzitutto una precisazione sul titolo. Mainstream è un termine polisemico. Letteralmente significa dominante, ma può anche significare corrente dominante, grande pubblico, popolare. L’espressione “cultura mainstream” può avere un’accezione positiva e significare cultura per tutti, o una negativa e significare “cultura dominante”, oppure cultura uniformata.

Fatta questa precisazione l’inchiesta di Martel si occupa dello show business negli stessi termini con cui ci si occupa dell’industria energetica. Se mai lo è stata questo libro dimostra che la cultura di massa non solo non è innocente, ma per il suo tramite la posta in gioco è oggi nientemeno che l’indipendenza di una nazione (o di un continente). Insomma l’intrattenimento (che, sanguina il cuore dirlo, ma ormai comprende anche l’informazione) è in sé un’attività economica di prima grandezza (per gli Usa rappresenta la seconda voce di esportazioni dopo quella aerospaziale) e un’intensa forma di attività politica classificata come soft power. Economia politica dominata oggi dagli Usa, che veicola il modello consumista di vivere e costituisce un potente vettore per il controllo della coscienza collettiva a livello globale.

Impressionante il primo capitolo in cui si parla della Mpaa (Motion Picture Association of America). Si tratta del braccio politico degli studios di Hollywood, una lobby il cui CdA comprende le sei principali case cinematografiche USA.  Il punto è che questa associazione va ben oltre il lavoro di lobbying. Agendo nell’ombra condiziona pesantemente le politiche anticoncorrenziali e impedisce le concentrazioni in tutta l’America latina. E dove il suo potere non è assoluto lavora con ogni mezzo per imporre i propri interessi in ogni angolo del mondo. Trattandosi di una guerra, seppur culturale, quello che vale per i più deboli non vale per gli Usa, le cui major fanno le concentrazioni che vogliono e mettono in atto le pratiche anticoncorrenziali che più gli convengono.

Pur peccando talvolta di ingenuità politica il valore del libro di Martel è dato dal presentare l’odierna fotografia del teatro di guerra globale per la produzione di contenuti: dai libri ai format audiovisivi, dal cinema alla musica. L’aspirazione degli Usa è quella di controllare il mercato mondiale in modo da favorire le proprie aziende anche quando producono contenuti non tipicamente a stelle e strisce; ma c’è chi si oppone. Ad esempio Bollywood, l’industria cinematografica indiana. La quale non solo si oppone ma ha la ferma intenzione di superare Hollywood e promuovere propri valori. La strategia del cinema indiano è complessa. I suoi film infatti mixano diversi generi: drammatico, commedia, azione, musical, thriller. Mentre lo scopo politico è quello di favorire l’integrazione nazionale. Di più: Bollywood si sta ponendo il problema di uscire dai propri confini e andare alla conquista dei mercati occidentali.

Altro grande attore che ha respinto l’attacco culturale e informativo americano è la Cina. La quale è riuscita nientemeno che a ingannare un tycoon del calibro di Rupert Murdoch facendogli perdere milioni di dollari. Come? Approfittando della sua sete di potere. Pur di accaparrarsi un mercato di un miliardo e 300milioni di potenziali telespettatori Murdoch ha fatto numerose concessioni sulla distribuzione di film e altrettanti investimenti. I cinesi hanno bleffato, poi cambiato leggi e contratti, per di più tollerato la pirateria di massa di CD e il magnate dei media ha dovuto dare forfait limitando di molto le proprie ambizioni egemoniche.

Quanto sia strategico nello scacchiere geopolitico il controllo di cinema, Tv e internet lo si evince dalla guerra culturale che gli Usa combattono contro il mondo arabo. A detta di Martel gli americani (in barba al mito della libera concorrenza) si comportano con Al Jazeera come una dittatura impedendole con ogni mezzo di penetrare negli States. E l’Europa? Per esportazione di contenuti è seconda agli USA ma a differenza di questi la bilancia è in deficit perché importa più di quanto esporti. Passivo che pagheremo per generazioni. Ma i guai non finiscono qui. Un esempio: la francese Vivendi Games nel 2007 ha acquisito due colossi americani ed è diventata leader mondiale dei videogiochi. Ma i contenuti sono pensati, sviluppati e commercializzati negli USA. Insomma, sul piano dell’intrattenimento mainstream l’Europa non ha quasi nulla dire. La Vivendi Games ha vinto la battaglia commerciale ma ha perso la guerra culturale. E la cultura è il territorio da conquistare.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 4 giugno 2011.

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