Arthur Danto: tra filosofia e critica del potere

NZOTiziana Andina è docente di filosofia teoretica all’Università di Torino ed è autrice di diverse pubblicazioni che affrontano il nesso arte-filosofia-percezione. Recentemente pubblicato la monografia: Arthur Danto: un filosofo pop (Carocci, Roma 2010, 141 pagg, 14,50 euro).

Tra gli addetti ai lavori Danto è assai noto e vede in Italia diverse traduzioni tra cui la sua opera forse più importante: La trasfigurazione del banale. Una filosofia dell’arte. Opera del 1981 e pubblicata dalla Laterza nel 2008. Danto è un intellettuale di lungo corso: classe 1924, è stato professore di filosofia dell’arte alla Columbia University di New York, critico d’arte del progressista The Nation per ben 25 anni e ha al suo attivo un percorso culturale costellato da numerose pubblicazioni. Va detto perciò che uno dei meriti principali della monografia di Andina è la completezza con cui in uno snello volume ricostruisce un cammino intellettuale che si snoda lungo quasi mezzo secolo: dalla Filosofia analitica della storia del 1965 (il Mulino 1971) a Andy Warhol del 2009 (Einaudi 2010).

La meritoria completezza di Tiziana Andina mette però in seria difficoltà il recensore della sua monografia perché per quanto spazio un quotidiano possa concedere è impossibile ripercorrere tappa dopo tappa il tragitto di Danto tanto intensa e complessa è stata la sua parabola intellettuale. Ciò è talmente vero che quando si parla di Danto si fa quasi esclusivo riferimento alle sue teorie sull’arte. Il che è legittimo perché è su tale fronte che il filosofo si è particolarmente impegnato fino ad arrivare a dirci che dagli anni ’60 del secolo scorso l’arte per esprimersi non ha più bisogno né della filosofia, né dell’estetica. Naturalmente ciò non significa che filosofi e critici dell’arte siano costretti al silenzio. Ma che l’arte non ha più necessità di ombrelli protettivi che l’autorizzino a qualificarsi come tale dinanzi al pubblico. E’ il trionfo del Pop, movimento di rottura estetica che assegna a oggetti di uso quotidiano e a icone della modernità (Marylin Monroe, i barattoli delle zuppe Campbell’s ecc.) la dignità di prodotti artistici. Il che, nel suo sviluppo, ha significato il tramonto di uno stile dominante.

Per quanto tali conclusioni aprano notevoli orizzonti euristici il pensiero di Danto non si esaurisce qui. Si pensi solo alla distinzione che fa tra bellezza estetica e bellezza artistica, alla sua predilezione –non condivisa dalla Andina- per Andy Warhol rispetto a Duchamp. Ma se ci accontentiamo di quanto abbiamo brevemente illustrato in merito alla filosofia dell’arte è possibile aprire un altro fronte conoscitivo relativo alla politica culturale.

Da questo punto di vista una monografia su Danto contribuisce al rafforzamento della filosofia analitica nel nostro paese. E se una corrente di pensiero si rafforza è sempre a scapito di un’altra. Tra gli altri, è senz’altro l’idealismo a perdere terreno (con tutti i suoi successivi sviluppi, marxismo compreso). I motivi dell’avanzamento della filosofia analitica sono tanti. Eccone alcuni: la caduta del Muro di Berlino, lo strapotere del neoliberismo, l’avvento della neo-televisione, l’ideologia del mercato, il consumismo spinto fino al parossismo, la comunicazione mobile, la dittatura della pubblicità, l’affermarsi della civiltà delle immagini, la perennità della crisi economica (ovviamente crisi solo per alcuni), la mercificazione e l’erotizzazione di ogni cosa. In questo contesto di disuguaglianza sociale sempre più forte e di disorientamento morale Danto è senz’altro destinato a conquistare nuovi lettori proprio perché non mette in discussione il mondo assai orribile in cui viviamo né la riduzione dell’arte a puro mercato. Insomma alla fin fine la visione di Danto è tutta culturale e non critica alcun potere, tantomeno quello che condiziona pesantemente il mondo dell’arte (anche nella sua versione pop). Se si tiene conto di questi limiti Danto e la monografia di Tiziana Andina possono essere letti con sicuro interesse.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 27 novembre 2010.

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