La maschera di Céline

recensioni_1094_fotoprincipaleL’immagine oggi prevalente di Louis-Ferdinand Céline è quella del dolorante profeta di sventure, dell’eremita di Meudon circondato da un’arca di animali domestici. Le tante fotografie che ritraggono gli ultimi dieci anni della vita dell’autore del Voyage ci consegnano un uomo sofferente, emaciato, vestito quasi di stracci. Lo si potrebbe tranquillamente scambiare per un clochard.

Chi ha costruito questo personaggio è lo stesso Céline. E in tale chiave va letta la nuova edizione in lingua italiana di un significativo lavoro di Robert Poulet: Il mio amico Céline, Elliot, Roma 2011 (ediz.orig. 1958), 114 pagg, 14 euro. Poulet è un giornalista molto dotato collocato politicamente nell’estrema destra (sarà condannato a morte per collaborazionismo e poi amnistiato). Tra il ’56 e il ’57 Poulet risale la collina di Meudon e intervista a più riprese Céline (rientrato in Francia nel 1951 dall’esilio danese).

Il reportage ci presenta il nuovo personaggio. Un uomo completamente diverso nel corpo e (in parte) nello spirito rispetto allo scrittore di successo, all’incendiario autore dei libelli antisemiti, all’aitante dongiovanni amato da stuoli di belle donne. Il nuovo Céline è l’ombra di se stesso: appare come un individuo distrutto nel fisico e nel morale. Ma non è così (se non per il fisico, sicuramente per il morale). Il nuovo Céline-clochard è il risultato di una strategia d’immagine dello scrittore finalizzata a  riconquistare il pubblico francese che lo ha ripudiato per la sua prossimità con l’occupante nazista e il livore razzista di Bagatelles. La strategia funziona egregiamente. In pochi anni Céline supera la condanna morale per le sue infelici scelte politiche, ritorna al successo letterario e la nuova immagine di sé costruita alla fine degli anni ’50 funziona ancora oggi.

Poulet contribuisce molto intelligentemente a fabbricare una reputazione alternativa di Céline attraverso la riscrittura del suo passato. Ma in che modo? Intanto, lasciando la parola all’autore del Voyage senza alcun contraddittorio. Céline può così abbandonarsi a recitare il film della sua esistenza. Un film in cui la finzione prevale nettamente sulla verità storica tanto da diventare una nuova realtà (in parole povere: dice un sacco di bugie e in molti gli credono). Raramente Poulet si affranca dalla soverchiante personalità di Céline. Ma quando ci riesce è illuminante e intravediamo così un essere meno virtuale: un uomo profondamente solo, un battitore libero, un feroce individualista – tradizionale e rivoltoso allo stesso tempo. Sotto questo aspetto l’ultimo capitolo è forse quello meglio riuscito. Qui il ritratto di Céline trova un preciso contorno nella coincidenza di tre personaggi: il plebeo, l’esteta, il ribelle.

La nuova immagine esige tuttavia nuove etichette. E quelle che Poulet cuce addosso a Céline sono numerose: romantico controcorrente, poeta delirante, anacoreta stanco… Tutte funzionali a far risorgere un uomo che la Francia ha condannato e dimenticato. Ma ci sono degli ostacoli difficili da superare. Innanzitutto l’adesione dello scrittore al fascismo durante gli anni ’30 e ‘40. Ed ecco che come per magia Poulet negli anni ’50 trasforma Céline in un anarchico. Appartenenza che ancora oggi gli è spesso attribuita. Ma di quale anarchia si tratta? E’ un nuovo racconto per affermare che Céline non c’entra nulla con Hitler e Mussolini. Non è così. Nonostante Céline abbia litigato con l’intera galassia dell’estrema destra francese non ha niente a che fare con l’anarchia come movimento storico. Céline è stato inequivocabilmente dalla parte delle dittature fasciste e con i libelli anticomunisti e antisemiti ha tentato persino di ergersi a ideologo dell’estrema destra. Non ci è riuscito anche perché i nazisti non apprezzavano il suo linguaggio ascientifico.

Persa la guerra Céline fa dietrofront negando le iperbole dei pamphlet: si beffa di Hitler, fa la pace con gli ebrei, ma continua a profetizzare il declino dell’Occidente a causa del melting pot. Per farla breve: Céline è un isolato conservatore in contrasto perenne col mondo della conservazione. Se c’è qualcosa che lo rende vicino a noi postmoderni è il suo esasperato narcisismo, la sua capacità di ingannare chiunque, la sua abilità nel gestire i mass-media. Come afferma Pol Vandromme, suo estimatore e biografo, Céline indossa sempre una maschera. Probabilmente ha ingannato anche Poulet. E probabilmente Poulet si lascia volentieri ingannare.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 29 ottobre 2011.

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3 thoughts on “La maschera di Céline

  1. Io credo che tutti gli scrittori inventino di continuo la propria vita, il proprio passato. Lo facciamo tutti, solo che loro lo fanno con maggior radicalità, perché utilizzano un pensiero maggiormente integrato nella funzione associativa e si sa che le asociazioni non hanno un filo che va da A a B percorrendo una linea retta. Unl pensiero divergente, direbbe Rodari, che anche lui, il suo passato, un poco lo inventava. E poi lo fanno scrivendo o lasciando comunque traccia, di questa invenzione di sé e allora noi possiamo poi giudicare quell’invenzione, che noi stessi facciamo, di continuo, a parole, ma di cui le tracce si perdono.
    Céline credeva in sé stesso, sì, ma non credo che questo si possa identificare come narcisismo. Forse, più propriamente, credeva nel fatto di esistere e di essere vivo ed era certo di avere ragione, perché era certo dei propri pensieri. E allora puoi anche rigirare un po’ tutto ciò che hai detto, perché non è esattamente ciò che hai detto ciò che avevi da dire, ciò che i tuoi pensieri ti suggerivano, ma qualcosa di sottostante.
    C’era, in Francia, un Uomo che si stava perdendo. Lo disse, con garbo, Exupery, e nessuno ci fece caso, ed Exupery divenne un eroe di Francia, buono per tutti gli usi. Lo disse, con minore garbo, Céline, lo misero a tacere e si scordarono di lui. SI scordarono di lui, per quello che aveva da dire, e che tutti avevano capito benissimo, troppo bene per ricordarselo. Exupery e Cèline dissero alla Francia che la parabola borghese, che la Francia ha così profondamente interpretato, stava stritolando l’Uomo. Questo è l’unico dovere dei poeti, richiamare in vita l’Uomo. Il resto è una vita spesa intorno a questo rovello, così come ognuno può.
    Il giudizio su di un poeta è alla fedeltà a questa missione. Céline fu fedele a se stesso,dunque alla missione che aveva da compiere. Non si può che essergliene grati.

    • Grazie per il tuo commento cara Paola.
      Molto interessante. soprattutto questo passaggio: “Céline credeva in sé stesso, sì, ma non credo che questo si possa identificare come narcisismo. Forse, più propriamente, credeva nel fatto di esistere e di essere vivo ed era certo di avere ragione, perché era certo dei propri pensieri. E allora puoi anche rigirare un po’ tutto ciò che hai detto, perché non è esattamente ciò che hai detto ciò che avevi da dire, ciò che i tuoi pensieri ti suggerivano, ma qualcosa di sottostante”.
      E’ interpretazione poetica che peraltro condivido. la mia lettura però è sociologica. Ecco perchè ricorro a categorie come narcisismo, modernità ecc.
      ancora grazie e a presto
      patrizio

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