Il nuovo Eldorado argentino. Le proteste del Famatina tra sviluppo economico e sostenibilità ambientale

famatina-non-si-toccaLa ricerca dei metalli preziosi è stato il grande movente dei conquistatori spagnoli che nel XVI si avventuravano in America attirati dalle leggende dell’ Eldorado, un luogo mitico costruito su immense quantità di oro e pietre preziose. Wamatinag– “la madre dei minerali” – era il nome in lingua originale del Cerro di Famatina, accanto al quale oggi si trova un pittoresco villaggio i cui abitanti sono riusciti a bloccare (per ora) il saccheggio delle multinazionali dell’estrazione dell’oro.

Alla resistenza popolare contro l’istallazione dell’impresa canadese Osisko Mining Corporation nel paese di 6.000 abitanti della provincia della provincia di La Rioja – ai fianchi della Cordigliera e, tra l’altro, culla di nascita e dell’esperienza politica dell’ex presidente Menem – ormai non partecipano soltanto i residenti; essa coinvolge numerosi attivisti sociali, ambientalisti, figure note dello spettacolo e della cultura di tutto il paese, che hanno contribuito a portare il dibattito sui rischi dell’industria mineraria “a cielo aperto”  alla ribalta nazionale.

L’ ammutinamento dei vicini è cominciato alla fine dello scorso anno, quando si è saputo dell’accordo del governo provinciale con l’azienda canadese per sfruttare l’oro del giacimento. Il 16 gennaio scadeva il termine pattuito negli accordi per cominciare i lavori d’esplorazione, ma è stato impedito ai tecnici e agli operai dell’impresa di raggiungere la montagna a causa dal picchetto, presto diventato accampamento, dell’assemblea di manifestanti nella strada verso il Famatina dall’inizio delle proteste.

Lo scorso giovedì 26 una folla di cittadini che si oppongono al progetto ha partecipato della manifestazione convocata nella piazza della città capitale della provincia, davanti al Palazzo del Governatore, con la parola d’ordine “Il Famatina non si tocca” e altri slogan che esprimono i contenuti della mobilitazione: “No ai mega- giacimenti, sì all’acqua, alla terra, al lavoro e alla giustizia”; “Se manca acqua pura è perché avanzano miniere contaminanti”; “L’avidità di oro ci lascerà senza acqua”, ecc.

Così il governatore Beder Herrera è stato forzato a fare retromarcia. Il giorno seguente in conferenza stampa ha rassicurato la popolazione che i lavori rimarranno momentaneamente sospesi e che promuoverà una campagna d’informazione e un pubblico dibattito sul progetto, convinto di trovare i consensi per avviare finalmente l’opera. Le popolazioni in ogni caso rimangono in stato di allerta e non sciolgono la mobilitazione nell’attesa dell’evolversi degli avvenimenti.

In verità questa non è la prima volta che il popolo riesce a fermare i progetti sulla montagna. Nel 2007 era stata mandata all’ aria un’altra iniziativa: l’impresa sconfitta era stata la Barrick Gold, multinazionale canadese leader nel settore miniero che sfrutta diversi giacimenti in Argentina e che si proponeva l’estrazione di oro e rame della montagna. Paradossalmente, gli avvenimenti di allora erano serviti a Beder Herrera per arrivare alla prima carica provinciale, assumendo le bandiere ambientaliste per destituire l’ex governatore con il consenso dei cittadini. Di fatto, come primo atto di governo, aveva proposto una legge per vietare i giacimenti a cielo aperto nel territorio, promulgata nel 2007 e poco tempo dopo stralciata.

La ribellione di Famatina, in ogni caso, è soltanto una di una lunga serie di conflitti e rivolte popolari insorte attorno alla questione ambientale, un fenomeno che emerge come caratteristico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il caso più eclatante, per le sue complicanze internazionali, è stato quello delle massicce proteste dei residenti delle città turistiche della riviera dell’Uruguay contro l’istallazione dell’industria cartiere finlandese Botnia nel paese vicino: il conflitto si è protratto tra gli anni 2005-2010, ostacolando la circolazione e creando difficoltà nei rapporti diplomatici tra la due nazioni sorelle e socie del Mercosur. La prima sollevazione di un paese contro l’ industria mineraria è del 2003: Esquel, nella provincia di Chubut in Patagonia, è stato il paradigma di una comunità che ha restitito  e vinto mediante la mobilitazione, la convocazione di un referendum e il ricorso alla giustizia, riuscendo a chiudere uno stabilimento per lo sfruttamento dell’oro e a strappare una legislazione provinciale contro i mega-giacimenti.

Lo sviluppo dell’industria mineraria a grande scala in Argentina è un fenomeno recente. Due sono i fattori che hanno contribuito al suo sviluppo. In primo luogo, la legislazione per il settore promossa dal governo di Carlos Menem nel decennio ultraliberale dei ’90, con il proposito di attirare gli investimenti internazionali garantendo ampli vantaggi e benefici per le imprese: ampie esenzioni fiscali e agevolazioni valutarie per 30 anni, libera trasferta dei capitali e profitti all’estero e altri vantaggi in cambio di un tributo, da distribuire tra Stato e Provincia, equivalente al 3% del valore del minerale estratto nel giacimento.

E’ stato tuttavia l’aumento internazionale del prezzo dell’oro e di altri minerali metalliferi come l’argento e il rame negli ultimi anni, la ragione alla base dell’incremento esponenziale delle attività estrattive a grande scala, che richiedono importanti investimenti di capitali convocando, dunque, l’insediamento di imprese multinazionali.

Il presidente Nestor Kirchner (2003-2007), avvalendosi della normativa promulgata, diede impulso ad un Piano Nazionale di sviluppo del settore che consentì alla fine del suo mandato di incrementare le esportazioni minerarie tredici volte rispetto al 1995. Negli anni della sua gestione, secondo dati della Segreteria di Governo per l’Industria Mineraria, gli investimenti accumulati sono cresciuti otto volte (da 660 a 5600 milioni di dollari) e alla fine del periodo il numero di progetti in diverse fasi di sviluppo era di 336. Nello scorso anno 2011, sempre secondo dati ufficiali, sono stati investiti circa 3.000 milioni di dollari che rappresentano un incremento accumulato del 1.948% riguardo al 2003, anno d’avvio del Piano Nazionale. La Segreteria di Governo registra 614 progetti, radicati principalmente nelle province di Santa Cruz, San Juan, Salta, Catamarca, Jujuy, Mendoza, Neuquén y La Rioja.

La maggior parte delle risorse metallifere argentine si trova, infatti, lungo la Cordigliera delle Andes, in territori strutturalmente aridi dove l’accesso alle risorse idriche non sempre è garantito. Le conseguenze del cambiamento climatico,  cioè  l’aumento delle siccità e il ritiro delle grandi riserve idriche che sono i ghiacciai cordiglierani, sono oramai sentite dalle popolazioni. La lotta per proteggere l’acqua accomuna ceti diversi ed è diventato il principale leit-motiv dei movimenti popolari.
L’estrazione a cielo aperto, adoperata nei siti dei minerali più pregiati, è una tecnica di sfruttamento delle miniere che richiede, in primo luogo, la rimozione di tutto il terreno e delle rocce che sono in superficie (il sovraccarico)  per rendere accessibile i minerali di bassa qualità. Questa procedura comporta un’enorme devastazione del sito, con l’uso di dinamite su larga scala, del cianuro per separare il metallo dalla pietra e di ingenti quantità di acqua per poi lavarlo. Nel 2011 – informa il Segretario dell’Industria Mineraria – sono stati perforati 1.031.600 metri, un 41,3% in più del 2010 e un 664% in più riguardo all’inizio del 2003.

La contaminazione delle falde sotterranee con il cianuro e i rischi concreti per la salute, sono un ulteriore motivo per spiegare la compattezza e perseveranza della resistenza popolare. Il caso sicuramente più emblematico è quello dell’ Alumbrera, nella provincia di Catamarca, la prima e più grande estrazione a cielo aperto dell’Argentina. Gli abitanti dei vicini comuni di Belen e Aldalgala sono in stato di agitazione permanente e ci sono polemiche  e denuncie sugli incrementi delle malattie dall’apertura della mina nel 1997. I fatti dell’Alumbrera arriveranno presto alla Corte Interamericana dei Diritti Umani, alla quale si sono rivolti i querelanti della causa iniziata nel 1998 contro l’impresa nella provincia confinante di Tucuman per inquinamento dei fiumi, istanza che ha sofferto dilazioni giudiziarie dopo un primo invio a processo del responsabile della multinazionale.

Il dibattito sulle miniere ha creato un muro contro muro tra i governi provinciali – che non sono disposti a perdere una delle poche fonti di investimento e di riscossione tributi per i loro territori –  e le popolazioni implicate, che paventano i rischi dell’inquinamento dell’ambiente naturale. Queste ultime trovano crescenti sostegni nella società civile e sono accompagnate da uno spazio sempre più rilevante nell’attenzione dei media nazionali.

Gli oppositori al progetto dei mega-giacimenti pongono l’accento, per di più, su altri fattori di criticità e rischi aldilà di quelli  ambientali. Tra questi il carattere del modello di sviluppo che sottintende l’industria, che rimane ancorato alla logica esclusivamente estrattiva mirata all’esportazione, creando enclave che non  innescano processi di sviluppo locale bensì recano pregiudizio alle economie locali. Sono timori presenti a Famatina e in altre località della Cordigliera che cominciavano a trovare nel turismo e nell’agricoltura intensiva nuove opzioni di sviluppo in questa fase di crescita per l’Argentina.

Un altro tema nel dibattito è la capacità di creazione di occupazione di questa industria. E’ uno degli argomenti forti dei Governatori in carica, responsabili del futuro di province che soffrono di una cronica mancanza di lavoro. Non è sicuramente un caso che le province che oggi ospitano i principali progetti sono quelle che registrano anche le maggiori quote di dipendenti nel settore pubblico, strategia che in queste realtà è servita come sussidio di disoccupazione mascherato (Santa Cruz 41,4% della popolazione, La Rioja 38,5%, Catamarca 32,9%, contro una media nazionale di 16,8%. Fonte: EAHU, 3º trim. 2010). Gli oppositori cercano di dimostrare come, al contrario, i posti creati dalle industrie estrattive sono limitati e soprattutto di carattere temporaneo, con una tendenza al decremento nella fase di sviluppo delle imprese.

Esiste inoltre un altro aspetto fortemente negativo da evidenziare e che riguarda il modus operandi in loco delle imprese transnazionali del settore. Gli attivisti denunciano fatti concreti di intimidazione e persecuzioni nei loro confronti e hanno portato alla luce episodi di connivenza tra dirigenti delle aziende e politici o amministratori locali. Sono stati ritrovati documenti interni delle imprese che rendono conto dell’utilizzo abituale di tangenti e favori per comprare le volontà politiche e la compiacenza dei media. Queste forme di corruzione impattano ancora più negativamente su province dove il funzionamento delle istituzioni democratiche è deficitario e debole, caratterizzate spesso da regimi politici di tipo clientelare e fondati sui caudillos locali. In queste realtà i diritti degli abitanti sono più facilmente vulnerabili, a cominciare dai più deboli come sono i popoli aborigeni, che subiscono usurpazioni di terre e la distruzione del loro habitat naturale e culturale.

“Poche attività industriali riescono a impattare così profondamente tutte le sfere della vita di un popolo, come fa il settore minerario”, riassume un rapporto del Servicio Paz y Justicia, l’organizzazione guidata dal premio Nobel Perez Esquivel. “Sostenuta dalla gran maggioranza dei politici e dai media, le compagnie minerarie agiscono impunemente, sfruttando la vulnerabilità delle popolazioni locali. (…) Le imprese minerarie transnazionali fondano la loro politica sull’idea che il denaro compri tutto e che si può fare qualsiasi cosa per aumentare i loro profitti. Tuttavia se il denaro ha successo per acquistare molto, per fortuna non ha comprato ancora tutti. In tutti i villaggi colpiti dai mega giacimenti, sono sorte assemblee di cittadini autoconvocati per dire no alle miniere.” (“Impacto de la gran mineria sobre las poblaciones locales en Argentina”, SERPAJ, 2008).

In Argentina, dalla riforma costituzionale del 1994, sono le province le proprietarie del sottosuolo. Molti parlamenti federali hanno promulgato leggi vietando l’estrazione su grande scala a cielo aperto, in diversi casi sotto la pressione della mobilitazione cittadina: Chubut (2003), Río Negro (2005); Tucumán, La Pampa y Mendoza, oltre La Rioja già citata (2007); Córdoba e San Luis (2008); Tierra del Fuego (2011). La sete di risorse nelle province più disagiate e il pressing delle imprese, tuttavia, riescono spesso a imporsi: il governatore della provincia di Rio Negro nella Patagonia ha recentemente derogato il divieto seguendo la stessa strada intrapresa prima da La Rioja.
In ogni caso questo non dovrebbe stupire, visto che qualcosa di simile  è successo anche in Europa. Vale la pena ricordare la vicenda della “Risoluzione del Parlamento Europeo sul divieto generale di utilizzo delle tecnologie di estrazione mineraria con il cianuro nell’Unione Europea”, approvata il 5 maggio 2010 ma rifiutata il 23 giugno dal Commissario Europeo per l’Ambiente Janez Potocnik .
Nella risposta ufficiale si segnala che “dopo un’analisi approfondita della questione, la Commissione ritiene che un divieto generale di cianuro nelle miniere non è giustificato dal punto di vista dell’ambiente e della salute”. Il funzionario ha aggiunto anche che “l’attuale legislazione in materia di gestione dei rifiuti delle miniere (direttiva 2006/21/CE) contiene dettagli e requisiti severi per garantire un adeguato livello di sicurezza nella gestione dei rifiuti minerari. I valori dei limiti di stoccaggio di cianuro, come definiti nella direttiva, sono i più rigorosi possibili e implicano in pratica la distruzione del cianuro utilizzato”.

Il Commissario è andato oltre: “Il divieto generale dell’uso del cianuro comporterebbe la chiusura delle miniere esistenti che operano in condizioni di sicurezza. Questo sarebbe svantaggioso per l’occupazione e senza valore aggiunto per l’ambiente o la salute “. La Commissione ha chiarito che continuerà a monitorare gli sviluppi tecnologici nel settore per garantire che le “migliori tecniche disponibili” siano applicate nell’attività, come richiesto dalla direttiva europea. Si ritiene che la priorità dovrebbe essere assicurare la completa applicazione della direttiva da parte dei paesi membri, adottando a questo scopo tutte le misure necessarie. (Fonte: Parliamentary questions – 23 June 2010, Answer given by Mr Potočnik on behalf of the Commission, P-3589/2010. In: http://www.europarl.europa.eu/sides/getAllAnswers.do?reference=P-2010-3589&language=ES).
La proposta di raccomandazione era stata presentata dai deputati popolari János Áder (Ungheria) e László Tokés (Rumania) ed era stata approvata dal Parlamento con 488 voti a favore, 48 contrari e 57 astensioni. Tra i punti si ricordavano gli oltre trenta incidenti gravi che negli ultimi venticinque anni si sono verificati a livello mondiale, il più serio dei quali risale a dieci anni fa e ha colpito proprio i paesi d’origine dei deputati, “quando più di 100 000 metri cubi di acqua contaminata da cianuro sono fuoriusciti dal serbatoio di una miniera d’oro penetrando nel sistema fluviale Szamos-Tibisco-Danubio e causando il maggiore disastro ecologico dell’Europa centrale dell’epoca, e che non vi è alcuna reale garanzia che simili incidenti non si ripetano, soprattutto tenendo conto della sempre maggiore frequenza di condizioni atmosferiche estreme, tra cui forti e frequenti precipitazioni, come prospettato nella quarta relazione di valutazione del gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico”. I rischi sono oggi molto presenti in Europa Centrale: il governo rumeno ha dato il via al progetto canadese di giacimento aurifero nella località di Rosia Montana (Transilvania Occidentale), dopo 14 anni di durissime controverse tra gruppi politici e ambientalisti (“Vale di più l’oro o l’ambiente?”, di Paolo Virtuani, Corriere della Sera, 31 agosto 2011). Un filo conduttore dunque lega le sorti del paese europeo e di quello sudamericano.

Tornando in Argentina, i protagonisti in vista del conflitto di Famatina sono la società civile e i governi provinciali. Lontano dalla scena c’è l’impresa, che evita accuratamente contatti con giornalisti o di comparire pubblicamente. Non abbiamo parlato ancora di un altro attore centrale, anche questo defilato dalla scena principale: il governo nazionale.

L’atteggiamento del governo centrale è stato quello di evitare ogni intervento o pronunciamento diretto su Famatina ma, mentre faceva ciò, i potenti poli mediatici e principalmente il gruppo Clarin – che oggi rappresenta la principale forza dell’opposizione – si sono appropriati del tema che riscuoteva giorno per giorno maggiori consensi e popolarità.

Il tema ambientale si presenta come il  fianco debole per il kirchnerismo, così come altri problemi – le lotte per la terra dei popoli nativi, in primo luogo – che possono creare potenziali ostacoli per guadagnare il tempo perso dall’Argentina sfruttando a fondo questa fase di accelerazione in avanti e di crescita economica.

La questione mineraria è una delle politiche che creano maggiori tensioni nella compagine di governo, fino al punto di mostrare crepe e differenze interne che normalmente non vengono a luce nella consuetudine politica del kirchnerismo.

Esiste un antecedente importante che è stato il dibattito sulla “legge di protezione dei ghiacciai” a favore della quale si è battuto un ampio movimento della società civile contro i governatori delle province minerarie. Nel 2008 il Parlamento approva una legge proposta dall’opposizione e la Presidente assume il costo politico di sostenere la posizione  dei governi delle province della Cordigliera, ponendo il primo veto presidenziale ad un’azione del Parlamento. La decisione era fondata sulla convinzione che “non si può porre un divieto assoluto di attività” e che si considera “eccessivo vietare miniere o trivellazioni petrolifere nei ghiacciai e nelle zone al confine con i ghiacciai”. Inoltre, il governo ammetteva che “governatori della zona montana hanno espresso preoccupazione per le disposizioni emanate dalla norma” perché avrebbe inciso su investimenti e occupazione. (Fuente: Decreto 1837/2008).

Nel retroscena, il vero tema del  dibattito è il Pascua – Lama, primo progetto minerario transfrontaliero e binazionale nato dall’accordo firmato tra l’Argentina e il Cile nel 1997, che dovrebbe diventare il giacimento più grande per entrambi i paesi. Il sottosuolo d’oro, argento e rame in mezzo alla cordigliera è proprietà, per la parte argentina, della provincia di San Juan e sarà sfruttato dall’impresa canadese Barrick Gold, leader del settore. La mobilitazione locale e una campagna internazionale accompagnarono questo dibattito, durante il quale una parte dei parlamentari del partito di governo si avvicinarono alle posizioni ambientaliste cercando una difficile mediazione che, dopo diverse peripezie, ha condotto all’approvazione di una legge per il settore nel settembre del 2010 (Legge No. 26.639). Le organizzazioni ambientaliste, malgrado ciò, denunciano dilazioni nella regolamentazione e nell’applicazione della norma, che stabiliva la realizzazione di un censimento dei ghiacciai e delle riserve idriche della Cordigliera entro marzo dello scorso anno che non è ancora cominciato.

San Juan, La Rioja, Catamarca e tutte le province che oggi ospitano imprese minerarie hanno in carica governatori che aderiscono al kirchnerismo, tuttavia conservare queste lealtà politiche nel delicato gioco di poteri federali è soltanto uno degli aspetti del comportamento del Governo Nazionale e forse non il principale.

La Presidente sembra  convinta che l’industria mineraria sia un’occasione per questa fase dell’Argentina e non ha paura di polemizzare con gli ambientalisti. La scorsa settimana, in piena effervescenza del caso Famatina, mentre né la Presidente né gli altri funzionari nazionali si pronunciavano sui fatti, in occasione del discorso di riassunzione dopo l’intervento chirurgico, Cristina colse l’occasione per criticare le organizzazioni ambientaliste. Parlando sul conflitto riacceso in questi giorni con il Regno Unito sulle Malvinas e riferendosi allo sfruttamento del petrolio e della pesca, affermava “veramente non ho sentito nessuna ONG ambientalista criticare il Regno Unito per quello che stanno facendo nelle Malvinas, né nazionale né internazionali (…) mi piace tanto che difendano le balene perché sono bellissime, ma sarebbe bene che difendessero anche tutti i calamari e tutte le cose che si stanno portando via da lì che è una vera depredazione”, quasi in un motto di rabbia. (25/01/2011). L’episodio ha meritato una risposta ufficiale della direttrice di Greenpeace nel quale celebra il nuovo interesse manifestato dalla Presidente sulla questione ambientale “così lontana a tanti aspetti del suo governo” e la invita a rompere il silenzio e intervenire su un “conflitto che oltre ad essere ambientale é sociale” come quello di Famatina.
Nello stesso discorso la Presidente ricordava che il paese possiede il 22% delle risorse naturali di litio – un minerale molto ambito in diverse industrie, tra cui quelle elettroniche – e che con la Bolivia e il Cile si hanno il 90% delle riserve mondiali. L’Argentina scommette sull’industria mineraria, e punta ad un destino di leader nel settore. La scorsa settimana – ancora in mezzo alle polemiche per i Famatina – il Segretario dell’Industria Mineraria della Nazione ha pronosticato in forma entusiasta che “nella seconda metà del 2020 l’Argentina diventerà il grande giocatore del settore dell’industria mineraria mondiale; si costruiranno almeno 15 grandi progetti” e “saremo tra i cinque principali paesi produttori di rame, tra i tre primi di argento, uno dei sei principali per l’oro e tra i primi per il litio, il potassio e il borato”. (“Cuestion de minas”, Marcelo Zlotogwiazda, Revista Ventitres, 25/01/2012 ).

Lo sviluppo minerario è una strategia di governo fin dall’inizio del mandato di Nestor Kirchner. Nella fase che si è aperta in  questi anni – di approfondimento dei legami e dei rapporti con i paesi vicini e di formazione di un blocco regionale che presenta una nuova capacità di negoziazione a livello globale – diventa cruciale lo sfruttamento delle proprie risorse strategiche e anche le industrie estrattive possono essere occasione di integrazione. C’è l’intenzione di firmare un accordo binazionale con la Bolivia, sulla stessa linea di quanto fatto con il Cile. Assumendo la presidenza pro-tempore del Mercosur il dicembre scorso, Cristina ricordava che “abbiamo molte cose da fare e l’industria mineraria, che ad alcuni sembra quasi una parolaccia, se resa sostenibile rispettando le norme che si fanno in altri paesi, è ancora un’attività sotto-utilizzata nella Regione.” (Fuente: Presidencia de la Nación – 42° Cumbre Mercosur, 20/12/2011). La risposta alle questioni poste dagli ambientalisti è dunque quella della Commissione Europea e in questo senso ci sono norme, create altrove e con più esperienza, da poter applicare.

Il ciclo economico in Argentina e le caratteristiche del modello di sviluppo scelto, d’altra parte, non possono facilmente prescindere dagli investimenti per estrazioni minerarie. In un panorama come quello argentino post-default di allontanamento dai mercati internazionali di capitali, mantenere un’economia in attivo con le proprie forze è stata la strategia del recupero. Uscita dal giogo dei prestiti e salvataggi delle banche e istituzioni finanziarie internazionali mirati a saldare e rifinanziare altri debiti, l’incremento delle esportazioni ha rappresentato la via principale d’ingresso di valute. Valuta forte per l’erario, per avviare politiche di salvaguarda in momenti di crisi, per controllare il mercato valutario e resistere agli attacchi della speculazione finanziaria che un giorno sì  e l’altro no ci provano ancora. Valuta – molta – per saldare i compromessi assunti con i creditori internazionali, visto che la strada scelta dai governi argentini nella crisi di inizio millennio non è stata mai di uscire dal sistema capitalista. E’ inevitabile che l’attuale crisi internazionale abbia anche qui un suo impatto e comincia a sentirsi la stretta della domanda esterna. A ciò è correlato la diminuzione dei prezzi dei prodotti primari d’esportazione come la soia, che è stata la principale fonte di valute di questi anni, ostacolo al quale si aggiunge la questione climatica che si è manifestata nella forma di una gran siccità che ha costretto il governo a dichiarare lo stato di emergenza in diverse province.

Gli attuali indirizzi del governo sembrano mirare ad una maggiore partecipazione e controllo sui affari del settore minerario da parte dello Stato. Uno strumento già in marcia è la formazione di aziende pubbliche ad hoc nelle province, con partecipazione dello Stato nazionale e provinciale. L’esperienza più consolidata – ma anche molto dibattuta – è quella dell’impresa YMAD (Yacimientos Minerales de Agua Dionisio) titolare dei diritti di esplorazione e perforazione della miniera dell’Alumbrera della provincia di Catamarca, alla quale partecipa lo Stato nazionale, la provincia e anche l’Università di Tucuman. Parte dei proventi, secondo gli statuti, devono essere corrisposti alle università nazionali, tuttavia un numero importante dei senati accademici ha votato per rifiutare questo beneficio. Il Segretario di Governo per l’Industria ha convocato lo scorso dicembre i rappresentanti delle nove imprese pubbliche finora esistenti per creare un luogo per il coordinamento e la qualificazione degli interventi.

Un altro orientamento – più secondo voci che circolano che da dichiarazioni ufficiali – punterebbe ad aumentare le imposizioni e i tributi sulle imprese del settore. Da più parti si sollecita una riforma della normativa, visto che gli enormi guadagni ricavati attualmente dalle aziende non giustificano più certi vantaggi per la promozione industriale del ventennio scorso. I governi provinciali, d’altra parte, premono per aumentare le loro quote di partecipazione ai benefici e tributi che vedono finora spartiti sempre a vantaggio dello stato nazionale.

Sicuramente un ruolo forte di questi consorzi pubblici potrebbe facilitare il controllo responsabile sui rischi ambientali che pone l’attività delle imprese, come dicono  voci ufficiali. Rimane comunque il fatto che l’attenzione su questi problemi è incostante e sicuramente non prioritaria. Questo vale anche per gli altri paesi della Regione dove, di volta in volta, si ripropone il problema dello sviluppo ambientalmente sostenibile.

Nel caso argentino i temi pendenti sono diversi –la coltivazione con ogm che avanza nel territorio a scapito di altre coltivazioni, l’uso dei pesticidi velenosi come il glifosato vincolato collegato agli OGM, la deforestazione, il cambiamento climatico e l’aumento della siccità, la riduzione dei ghiacciai – e manca soprattutto un’agenda politica in materia ambientale, capace di innescare spazi per un dibattito pubblico aperto, necessario per fare circolare l’informazione e aiutare a prendere decisioni responsabili e condivise.

 Adriana Bernardotti (Buenos Aires)

PUBBLICATO SU CAMBIAILMONDO ⋅ 3 FEBBRAIO 2012 ⋅

http://cambiailmondo.org/2012/02/03/il-nuovo-eldorado-argentino-le-proteste-del-famatina-tra-sviluppo-economico-e-sostenibilita-ambientale/

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