L’Italia bombarda in silenzio

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Giuseppe Bernardis, generale di Squadra Aerea

“In Libia abbiamo sganciato 710 ordigni, quasi tutti andati a segno. Oggi siamo impegnati in Afghanistan, Libano, Balcani e Oceano Indiano. Eppure la politica ci impone di non dire niente sulle nostre operazioni. Perché?”. Il generale dell’Aeronautica Giuseppe Bernardis lancia un sasso nell’ipocrisia delle nostre “missioni di pace”.

“Noi dell’Aeronautica ci stiamo occupando di questa scelta da diciotto anni. Ricordo personalmente quando l’allora ministro Beniamino Andreatta nel 1996 segnalò allo stato maggiore il progetto e disse al mio superiore: “Perché non lo prendete in considerazione…”. Abbiamo valutato tutte le possibili alternative, ma quel velivolo resta la migliore soluzione”.
Il generale Giuseppe Bernardis da due anni comanda l’Aeronautica militare. E’ una figura di militare molto diversa dai luoghi comuni e lontana dai provincialismi: sin dalla scuola di volo negli Stati Uniti, è abituato a misurarsi con le migliori realtà internazionali. E’ stato pilota e numero uno delle Frecce Tricolori, poi manager con la supervisione dei programmi più costosi per le casse pubbliche, incluso il “supercaccia” F-35 che ha diviso gli italiani sull’opportunità di spendere miliardi in tempi di crisi. Ma per Bernardis non si può discutere di nuovi mezzi senza parlare anche dei compiti affidati ai nostri militari: “Sono vent’anni che Governo e Parlamento ci chiedono di andare in missione: la prima fu l’Iraq nel 1991. Oggi noi siamo impegnati in Afghanistan, Libano, Balcani, Oceano Indiano e abbiamo appena concluso in Libia un’operazione senza precedenti”.
Ma agli italiani di quello che avete fatto in Libia non è stato detto nulla: ancora una volta si è parlato di “missione di pace”, senza fornire informazioni sui bombardamenti.
“Quella di non comunicare è stata una scelta politica. Il governo ha preso le decisioni e noi abbiamo fatto quello che ci è stato chiesto. Anzi, abbiamo anche avuto problemi quando un ufficiale si è presentato davanti ai giornalisti a descrivere la sua missione. Ma la mia opinione personale è che se si fanno delle cose, bisogna renderle note ai cittadini e farle pesare a livello internazionale: la pubblicità non sarebbe servita all’Aeronautica, ma al Paese. Parafrasando un motto di altri tempi, se l’Italia vuole Trento e Trieste sul tavolo della pace, allora deve fare vedere quello che ha realizzato. Perché se le forze armate hanno compiuto 8.500 ore di missioni aeree senza un risultato per il Paese, allora si sta sbagliando tutto”.
Lei ha detto che in Libia gli aerei italiani hanno sganciato 710 tra bombe e missili, con il 96 per cento di successo. Può garantire che non ci siano stati danni collaterali?
“Sapevamo quel che facevamo e l’abbiamo fatto bene. L’intervento militare dell’Italia è partito in condizioni estremamente critiche perché la campagna in Libia è nata in modo repentino per la volontà di altre nazioni. Ma il nostro ruolo è stato determinante per far sì che la seconda fase del conflitto venisse affidata al comando della Nato, dove sono presenti i nostri ufficiali che hanno partecipato alla selezione dei bersagli da colpire: sin dalla pianificazione, si è fatto di tutto per evitare incidenti”.
E adesso si è deciso che anche i cacciabombardieri Amx schierati in Afghanistan con compiti di ricognizione potranno usare bombe e missili. Una scelta del governo Monti che arriva dopo quattro anni di polemiche.
“Io sono sempre stato critico verso la polemica su armare o meno i nostri aerei in Afghanistan: mi sembrano valutazioni ipocrite. Una volta che si è deciso che le truppe italiane possono essere sostenute dai bombardamenti degli stormi americani, olandesi e francesi non capisco perché non lo possano fare direttamente gli aerei italiani. Se riteniamo che i bombardamenti non siano etici, allora non lo sono nemmeno quelli che chiediamo agli alleati per aiutare le nostre truppe. E perché è etico bombardare un miliziano libico e non un talebano? Dal punto di vista tecnico ritengo sia più sicuro che il pilota italiano comunichi con il comandante nella stessa lingua e possano valutare insieme l’azione”.
Anche in questo caso, però, nessuno ha mai parlato dei bombardamenti compiuti in Afghanistan per sostenere le truppe italiane. “L’Espresso” ne scrive dal 2005, senza una reazione delle Camere, dove si continua a parlare di “missioni di pace”…

“Io come cittadino ritengo che sia giusto spiegare ai cittadini cosa faccio. Le ripeto: la scelta di non comunicare non è mai stata nostra, noi non abbiamo nulla da nascondere. E nessuno degli organismi parlamentari ci ha chiesto di illustrare la nostra attività: basta chiamarci”.
Veniamo al supercaccia F35: è la prima volta nella storia italiana che si apre un dibattito pubblico su un programma militare. Lei è convinto che non ci siano alternative a un mezzo così costoso?
“Sono contento che si sia aperto il dibattito, io lo auspicavo da anni: mi occupo dei programmi di acquisto da decenni e tante volte sono andato in Parlamento, ma non ho colto interesse perché il problema della Difesa era secondario. Ora le missioni internazionali hanno cambiato la situazione ma bisogna impostare il dibattito correttamente mentre l’F-35 è stato trasformato in un’icona. La scelta interforze sul nuovo cacciabombardiere in realtà è stata presa da anni e condivisa da tutti i governi e i Parlamenti dell’ultimo decennio. Poiché bisogna rimpiazzare anche i velivoli a decollo verticale della Marina, l’F35 non ha alternative. Ma è anche l’unico aereo di nuova generazione, che “dialoga” con tutti i sistemi di un dispositivo militare avanzato e che verrà prodotto in grandi numeri: in passato l’Aeronautica e il contribuente hanno pagato a caro prezzo la scelta di puntare su velivoli costruiti in serie limitata. I cacciabombardieri Amx, ultimi ad essere acquistati, saranno i primi a venire radiati”.
Ma gli F35 servono proprio adesso?
“Se non li compriamo adesso, i piloti saranno costretti a volare sui Tornado costruiti da più di 45 anni. Sulla Libia hanno condotto i raid con aerei prodotti da oltre trent’anni: mezzi che vengono di continuo aggiornati e tenuti in condizioni perfette, ma che oltre una certa età non potranno funzionare”.
E ci vuole una macchina così costosa?
“Anzitutto ne verrano acquistati solo una novantina, contro i 131 previsti inizialmente. Ma anche sui costi bisogna fare alcuni distinguo. L’ordine per i primi tre F-35 è stato confermato pochi giorni fa: costeranno 80 milioni di dollari l’uno, ma i successivi verranno meno con un prezzo vicino ai 60 milioni. Certo, se si divide la spesa globale del programma, con gli stanziamenti per la progettazione e lo sviluppo tecnologico, il prezzo di ogni F-35 aumenta. Ma allora bisogna usare lo stesso metodo nei confronti delle possibili alternative: l’Eurofighter in tal caso verrebbe a costare più di 160 milioni di euro ad esemplare”.
Il ministro Di Paola, ammiraglio ed ex capo delle forze armate, ha annunciato il programma di tagli che prevede di eliminare 40 mila uomini e razionalizzare la Difesa. Che ne pensa?
“La sfida maggiore da affrontare oggi è quella dell’integrazione tra le diverse forze armate secondo quello che viene chiamato lo spirito “joint”. Su questo ci vorrebbe maggiore coscienza, anche nei cittadini: non si tratta di uno slogan, ma di un modo nuovo di concepire la Difesa con la massima collaborazione tra le forze, in modo da evitare sovrapposizioni di impiego. Quanto ai tagli, noi a differenza dell’Esercito non abbiamo bisogno di grandi quantità di personale, quindi avremo minori problemi ad adeguarci. Ma ci prepariamo a un’Aeronautica molto più piccola rispetto al passato: negli anni Novanta schieravamo 450 caccia mentre nel prossimo decennio ci saranno solo 80/90 Eurofighter per la difesa aerea e 70/80 F-35 per l’attacco. E si passerà da una trentina di aeroporti a meno di una decina di basi primarie attive. Insomma, sarà una forza ridotta ma in grado di svolgere i compiti previsti. A patto che non vengano a mancare le risorse per l’operatività: oggi abbiamo dovuto ridurre gli stormi perché non ci sono i fondi per la manutenzione e i ricambi. Teniamo fermi gli aerei che così rischiano di diventare rottami mentre i piloti faticano a volare le ore minime per l’addestramento. Ma nonostante si tratti di un periodo pesante, sono soddisfatto perché tutte le attività procedono con professionalità altissima. Di questo sono orgoglioso, non del fatto che siamo andati a bombardare in Libia, come ha detto qualcuno: gli attacchi sono solo una parte dell’attività che personalmente mi auguro non debba mai essere svolta”.

Gianluca Di Feo, 24 febbraio 2012. Fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/litalia-bombarda-in-silenzio/2175031

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