Morte degna, identità di genere, matrimonio ugualitario: avanzano (con qualche intoppo) i diritti umani in Argentina

183630945-43fb4612-9f32-4d26-bc47-d15e534734bfUn complesso straordinario di norme e leggi emanate da Kirchner e Cristina Fernandez, porta l’Argentina all’avanguardia nel campo dei diritti umani e punto di riferimento internazionale in America Latina ed oltre. Diritti di genere, violenza sulle donne, matrimoni omosessuali, morte degna, diritti degli immigrati, depenalizzazione dell’uso di droghe, imprescrittibilità dei crimini umani, ecc. Resta tuttora aperto il diritto di aborto assistito.

In una serata porteña di poco tempo fa, un amico brasiliano faceva notare agli autoctoni – con quell’occhio acuto che hanno sempre i forestieri – che noi argentini abbiamo una capacità di produrre idoli conosciuti nel mondo, incomparabilmente superiore ad altri popoli, in rapporto al nostro relativo peso a livello internazionale, forse perché abbiamo anche una forte tendenza o bisogno di creare persone-mito da idolatrare. Il Brasile con la sua immensità e ricchezze non ha prodotto figure diventate miti mondiali come il Che o Evita, nemmeno personaggi tanto noti come  Gardel  o Perón; ma soprattutto – si rifletteva – il rapporto viscerale dei brasiliani con Pelé non è confrontabile con quello degli argentini con Maradona o con l’insieme dei suoi idoli popolari.

La stessa cosa succede nella politica argentina: riesce a governare soltanto chi è in grado di risvegliare forti passioni popolari, che in questo terreno della politica non sono soltanto a favore ma anche contro, disegnando uno scenario di conflitto e scontro permanente. Quando, in una precisa svolta della storia, uno di questi leader riesce ad incarnare su di sé le attese del momento, raccogliendo e rappresentando le trasformazioni che la società attendeva, contrassegnerà allora un’epoca con il suo nome o cognome.

Il kirchnerismo oggi, con Cristina, si propone di assumere questo ruolo nella storia argentina. Questo processo comporta, naturalmente, un progressivo accentramento del potere nella figura del conduttore o caudillo, un’accentuata personalizzazione della politica, un conferimento di doti simboliche quasi taumaturgiche al leader e, per forza, un’esplosione di passioni favorevoli e contrarie nella cittadinanza, in uno scenario politico che, per definizione, non accetta posizioni neutrali.

Una gran parte di quelli che si oppongono con impeto al governo, hanno chiari interessi di classe in farlo. Ma può succedere anche che questo non sia il caso, però il disgusto o l’apprensione verso questa cultura politica o modo di amministrare il potere faccia dimenticare l’immenso patrimonio di esiti positivi dei governi di Néstor e Cristina.

Oggi vogliamo parlare, infatti, dell’importante avanzamento nell’ambito dei diritti civili e umani che si è aperto negli ultimi anni in Argentina, con la promulgazione di un ampio corpus di leggi molto progressiste, in alcuni casi all’ avanguardia a livello internazionale.

La scorsa settimana sono state approvate dal Congresso due leggi che aprono la strada in questo senso: le leggi sulla “morte dignitosa” e sull’ “identità di genere”.

La Legge sulla morte degna amplia i diritti dei pazienti e dei familiari, consentendo loro di decidere sui limiti dei trattamenti medici ed evitare quindi l’accanimento terapeutico in caso di malattia terminale o irreversibile. La norma, che modifica la legge 26.529 sui Diritti del Paziente, promulgata nel 2009, rispetta il principio di “autonomia della volontà” dove stabilisce che il paziente – o i suoi familiari in caso di impedimento fisico o psichico – hanno “il diritto di accettare o rifiutare determinate terapie o procedure mediche o biologiche, con o senza espressione di causa, come anche di revocare posteriormente la sua manifestazione di volontà”. A questo scopo i maggiorenni possono anche lasciare documentata la loro volontà attraverso “direttive anticipate”, espresse davanti al notaio o ad autorità giudiziaria alla presenza di testimoni, rimanendo anche la possibilità di revocare o modificare la decisione in qualsiasi momento.

E’ indicativo rilevare che la norma è stata approvata all’unanimità al Senato, fatta salva l’astensione, da parte d’alcuni senatori dell’opposizione, riguardo all’articolo che include la “sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione” del malato, quando questi atti avrebbero l’unico effetto di estendere nel tempo la fase terminale irreversibile e inguaribile.

Anche con il voto affermativo di tutti i senatori e soltanto un’astensione, è stata approvata la Legge sull’identità di genere, una nuova conquista per la comunità gay, lesbica e transessuale argentina. La norma stabilisce che basta una procedura amministrativa per cambiare nome, foto e sesso all’anagrafe, senza il requisito di autorizzazioni giudiziarie o di interventi chirurgici (art. 6°). L’unico caso in cui è richiesto il supporto giudiziario è per i minorenni, quando esistesse opposizione da parte dei genitori. L’altro punto importante è che il servizio sanitario nazionale includerà, nel Piano Medico Obbligatorio di Salute a suo carico, tutti gli interventi ormonali o chirurgici per il cambiamento di sesso, e lo stesso obbligo vale per i programmi d’assistenza delle assicurazioni private di salute.

D’ora in poi lo Stato argentino deve rispettare l’identità di genere definita come ‘”l’esperienza interiore e individuale del genere, tale come ogni persona la percepisce, che può o potrebbe non corrispondere con il sesso assegnato alla nascita, compreso il personale vissuto del corpo”. Ciò “può comportare la modifica dell’aspetto fisico o della funzione corporale attraverso interventi di farmaci, chirurgici o d’altro tipo, purché sia liberamente scelta. Comprende anche altre espressioni del genere, quali il vestito, il modo di parlare e i comportamenti”.

La legge sull’identità di genere è stata considerata dagli esperti come la più ampia e avanzata del mondo ed è venuta a completare ed intergrare un’altra norma di avanguardia, approvata nel 2010. Con l’entrata in vigore della Legge sul Matrimonio Ugualitario , l’Argentina è diventata il primo paese latinoamericano che permette alle persone dello stesso sesso di celebrare matrimoni in tutto il territorio dello Stato, e la decima nazione al mondo nel riconoscere questo diritto.

La legge 26.618 ha il merito di avere avviato il cambiamento verso un nuovo paradigma nel diritto di famiglia, introducendo più di una trentina di modifiche nel Codice Civile. Sono stati sostituiti i termini “uomo” e “donna” per “coniugi”, stabilendo così pari diritti per le coppie eterosessuali e omosessuali nell’accesso ai diritti e obblighi patrimoniali, ereditari, previdenziali, di copertura d’assistenza sanitaria e tutela nelle decisioni mediche, ecc. Sono stati anche modificati profondamente articoli riferiti ai vincoli paterni, in modo di legalizzare la situazione dei figli di genitori dello stesso sesso. L’articolo 36, ad esempio, concede riconoscimento legale alle famiglie co-maternali, quando stabilisce l’obbligo di iscrivere il nome della madre e del suo coniuge nell’atto di nascita di bimbi nati da un matrimonio dello stesso sesso. Altri articoli aprono alla questione del cognome, con ricadute anche sui matrimoni eterosessuali (in Argentina, come in Italia, si usa soltanto il paterno): rimane oramai a scelta tra uno di quelli dei genitori, con la possibilità di iscrizione con il doppio cognome.

L’adozione di questa riforma significa un cambiamento storico, non solo nel sistema giuridico argentino, ma anche per la valorizzazione sociale e culturale che ha guadagnato il riconoscimento della diversità sessuale nella comunità, merito soprattutto delle organizzazioni e attiviste che hanno dato impulso a questa battaglia. Ha avuto inoltre un forte impatto in tutta l’America Latina, dove altri paesi hanno intrapreso questo percorso o avviato il dibattito per il riconoscimento dei diritti alla differenza.

In questa stessa linea e allo scopo di attualizzare l’inquadramento normativo generale, lo scorso mese di marzo è stata presentata una proposta di unificazione e aggiornamento dei Codici civili e commerciale , del XIX secolo, elaborata da una commissione incaricata dalla Presidente e coordinata dal presidente della Corte Suprema.

La proposta –  attualmente allo studio e che sicuramente vedrà ancora significative modificazioni, sollecitate dai vari settori su aspetti puntuali – introduce molti cambiamenti nel diritto di famiglia.  S’include la possibilità di firmare accordi prematrimoniali di divisione di beni; la semplificazione delle pratiche di divorzio (si toglie l’obbligo di tre anni di matrimonio per richiederlo; è sufficiente la volontà delle parti senza giustificazione di causa nel caso di richiesta per mutuo accordo; spariscono anche le doppie udienze di ‘conciliazione’); vengono semplificate anche le pratiche di adozione, per privilegiare l’interesse dei minori su quelli degli adulti.

L’emendamento incorpora inoltre, nel futuro Codice, le procedure di fecondazione artificiale, assistita e anche della sostituzione di gestazione o “maternità surrogata”, con il controllo giudiziario. Interviene su temi particolarmente sensibili: prevede ad es. che la filiazione sorge dalla manifestazione della «volontà procreativa” del genitore che non contribuisce con materiale genetico (non è possibile quindi dopo il rifiuto di paternità); definisce anche che l’embrione diventa persona nel momento dell’impianto nella madre, ma lascia la questione spinosa degli embrioni non impiantati e altri aspetti specifici di questa complessa questione ad una legge speciale da emanare dal Congresso. Sempre con questo spirito di forte supporto alla procreazione, è proclamato il diritto delle donne in gravidanza a sollecitare alimenti al progenitore presunto, allegando prova sommaria di filiazione.

Le riforme dei capitoli commerciali toccano aspetti sulla difesa dei beni fondamentali come l’abitazione, sulla proprietà comunitaria indigena, sui diritti dei consumatori, sulla difesa delle intromissioni del mondo tecnologico, sulla preservazione dell’immagine, ecc.

Proseguendo con questo impulso riformatore, la Presidente ha firmato pochi giorni fa un decreto per avviare anche un rinnovamento del Codice Penale, creando l’ apposita commissione per l’elaborazione della proposta.

D’altra parte sono più vicini i tempi per depenalizzare il possesso di droghe per uso personale. Le tre principali forze rappresentate nella Camera dei Deputati hanno concordato un progetto di legge che consente tutti gli atti derivati dal consumo, incluse la coltivazione della cannabis e dei semi. Secondo questa proposta, la produzione, l’immagazzinamento, il trasporto e la distribuzione di sostanze illegali saranno puniti soltanto quando la finalità è il commercio; nel caso del possesso semplice, tocca all’autorità giudiziaria provare la commercializzazione. Questa proposta di legge amplia e rinforza il progetto di legge integrale per il settore, elaborato da una commissione d’esperti ed inviato al Senato poche settimane fa dal senatore del partito di governo Anibal Fernandez.

Sempre in tema di droghe, vale la pena ricordare che la questione della depenalizzazione viene guadagnando consensi tra i governi dell’America Latina, in primo luogo tra i paesi produttori devastati dalla guerra al narcotraffico sostenuta militarmente dagli Stati Uniti, il principale paese di destinazione per il consumo.

Il tema era specificamente in agenda nel Vertice delle Americhe celebrato a Cartagena (Colombia) lo scorso mese di aprile – riportato dai giornali italiani, tranne qualche meritevole eccezione, soltanto per lo scandalo di prostituzione della scorta di Obama -, summit concluso senza dichiarazione finale a causa del dissenso tra gli Stati Uniti e il resto dei mandatari del continente su questo e altri punti molto sensibili, tra cui la fine del blocco e l’inclusione di Cuba nei futuri incontri.

Nel novembre del 2010, con la promulgazione della Legge Nazionale di Salute Mentale si è data una prima risposta ad una piaga molto tempo disattesa nella società argentina, come la situazione dei manicomi. Si stima che ci sono 25.000 pazienti ricoverati negli istituti psichiatrici, vittime di tutti i tipi di deprivazione dei diritti umani. La legge, approvata sotto l’impulso delle organizzazioni dei familiari dei malati e delle organizzazioni dei diritti umani, è un primo passo verso la de-manicomializzazione. Tra altre misure: limita l’internazione di persone solo a circostanze eccezionali, vieta la creazione di nuovi manicomi, promuove la cura nei servizi degli ospedali o territoriali e include i problemi derivati dalle dipendenze nel campo della salute mentale.

Un’altra pietra miliare nel campo dei diritti civili è stata la promulgazione, nel 2004, della Legge sulle Migrazioni, regolamentata nel 2010 (L. 25.871/2004; decreto 612/2010). Questa legge rappresenta un cambio di paradigma nella gestione delle migrazioni in Argentina e costituisce anche un riferimento a livello internazionale, perché ad una concezione fondata sulla sicurezza e il controllo delle frontiere è subentrata una norma che riconosce come principio cardine il fatto che “il diritto della persona di migrare è essenziale e inalienabile” e che lo Stato deve garantirlo sulla base dei principi di uguaglianza e universalità (art. 4°).

Con l’impulso della norma sono stati avviati diversi programmi di regolarizzazione, in particolare a favore dei cittadini del Mercosur, discriminati invece nelle normative precedenti. La legge garantisce il diritto al ricongiungimento familiare, l’acceso ai servizi sanitari ed educativi, la valorizzazione e promozione delle manifestazioni culturali, ricreative, sociali, economiche e religiose degli immigrati.

Sul tema del pluralismo, si deve segnalare che nel 2005 è stato approvato il Piano Nazionale contro la Discriminazione (decreto N.° 1086), base per lo sviluppo di politiche pubbliche a favore delle diversità.

E bisogna fare riferimento, soprattutto, alla Legge dei Servizi di Comunicazione Audiovisiva, approvata nel 2009, motivo di forte scontro tra il governo e i grandi gruppi economici monopolisti che concentrano i media in Argentina. La norma considera la libertà d’espressione come un diritto umano fondamentale e stabilisce il rispetto e garanzia dei principi di pluralismo, diversità culturale e inclusione di tutte le voci. Per garantire gli stessi, s’inseriscono norme antimonopoliste indirizzate alla deconcentrazione nell’assegnazione delle frequenze e allo sviluppo dell’eterogeneità dei contenuti, come la riserva di un 33% dello spettro per organizzazioni non a scopo di lucro, il riconoscimento degli stati provinciali e municipali come attori di comunicazione, le facilitazioni per l’acceso alle frequenze ai popoli originari, la previsione di emittenti per università e istituzioni educative, la fissazione di quote per la produzione nazionale e per la produzione indipendente, ecc.

Tutte queste riforme, in diversi casi pionieristiche a livello internazionale, in altri pervenute per saldare debiti protratti da molto tempo con la società, susseguono a quella che è stata la misura fondante di questo ciclo di sviluppo nel quadro normativo e nella pratica dei diritti umani in Argentina.

Nel 2003 il governo di Nestor Kirchner è stato inaugurato con la sanzione della Legge d’abrogazione delle leggi di Punto Finale e Obbedienza Dovuta (L.n° 25.779). E’ stata così consacrata l’imprescrittibilità dei crimini di lesa umanità e ribaltata la politica di impunità imperante dalla chiusura della breve stagione di condanne ai responsabili delle massacri della dittatura, aperta con i giudizi ai comandanti delle Giunte militari nel primo governo democratico .

In questo modo, i familiari, le vittime e le varie organizzazioni dei diritti umani, hanno trovato il contesto giuridico necessario per riavviare le cause per gravi violazioni dei diritti umani contro i responsabili, i suoi complici, istigatori e beneficiari. Nel maggio del 2010, nelle celebrazioni del Bicentenario della Repubblica, le Camere hanno dichiarato all’unanimità “politica di Stato” la prosecuzione dei crimini di lesa umanità e nello stesso senso si è pronunciata la Corte Suprema, sancendo una politica di memoria e giustizia che oggi distingue il paese nella comunità internazionale.

Un altro segno distintivo della politica kirchnerista iniziata nel 2003 è stato il principio di non reprimere, in nessuna circostanza, le proteste sociali, differenziandosi nettamente dai governi precedenti che avevano lasciato il saldo di un altissimo numero di morti in cortei e picchetti. Negli ultimi anni, comunque, si sono verificati lungo il paese episodi di repressione e criminalizzazione di attivisti e manifestanti, che contraddicono gravemente quel presupposto. Episodi di questo genere sono stati accertati in alcuni ambiti e con soggetti circoscritti: i popoli aborigeni che difendono le loro terre ancestrali, gli abitanti che si organizzano contro alcune attività minerarie che creano rischi per la salute, i piccoli contadini e le popolazioni rurali che lottano per il diritto alla casa o alla terra da lavorare, i gruppi di lavoratori maggiormente precarizzati.

Come ha denunciato il CELS nel suo ultimo rapporto sulla situazione dei diritti umani in Argentina, “lo sviluppo immobiliare e la speculazione sul suolo urbano e sulla terra, l’espansione delle frontiere agricole, le industrie estrattive e la diffusione dell’outsourcing di attività imprenditoriali come risorsa per ridurre i costi del lavoro, sono identificati come i principali settori che, nella misura che avanzano, esacerbano antiche disuguaglianze sociali, che colpiscono in particolare i settori poveri delle città, i contadini e le comunità indigene”.

Su questi assi ruotano quelle che sono oggi le proteste delle vittime del sistema: “i reclami della comunità indigena Qom La Primavera, del Movimento Contadino di Santiago del Estero (Mocase),  di coloro che sono stati i protagonisti dell’occupazione del Parco Indoamericano nel dicembre del 2010”, per denunciare la mancanza di un’abitazione per le loro famiglie, “degli abitanti del comune di General San Martín nella provincia di Jujuy , dei lavoratori in outsourcing dell’ex linea ferroviaria Roca, che stavano dimostrando nel mese di ottobre 2010, quando fu ucciso Mariano Ferreyra.

Quando questi gruppi si sono organizzati per rivendicare i loro diritti, la risposta dello Stato ha causato morti, feriti e la criminalizzazione degli attivisti sociali, mentre non si è avanzato ancora in soluzioni adeguate alle loro richieste”.

L’altra nota dissonante è quella del lungo differimento di una soluzione al problema della proibizione dell’aborto legale e della diffusione dell’aborto clandestino in Argentina, che provoca un’enorme quantità di vittime tra le donne giovani dei settori più vulnerabili ed è la prima causa di morte nell’area maternità. Le diverse organizzazioni nazionali e internazionali che denunciano questo stato di cose, concordano nello stimare che si realizzano nel paese tra 460.000 e 600.000 interruzioni illegali ogni anno, a causa delle quali circa 80 mila donne devono essere ricoverate per le complicazioni e almeno un centinaio di esse perde la vita.

La dilazione è sorprendente considerando altre scelte di contenuto nettamente progressista, spesso in franca rottura con i valori tradizionali, assunti in territori molto vicini. Ciò è sorprendente anche considerando il vasto insieme di norme e misure adottate nell’ambito specifico delle politiche a favore delle donne, a cominciare, nel 2006, dall’approvazione del Protocollo Facoltativo della Convenzione per l’Eliminazione di tutte le forme di Discriminazione contro le Donne (CEDAW) (legge Nº26.171) e dalla sanzione della Legge e Programma Nazionale di Educazione Sessuale Integrale (L. 26.150). Si è proseguito negli anni 2008 e 2009 con la sanzione di due corpus normativi fondamentali nella materia: da un lato per la lotta contro la tratta, attraverso la Legge di Prevenzione e Sanzione della Tratta di Persone (L. 26364/2008), la ratificazione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la Delinquenza Organizzata Transnazionale e i due Protocolli di Palermo, che introducono un approccio moderno e adeguato al problema integrando la prevenzione, la definizione penale del reato e politiche di supporto e accompagnamento alle vittime; dall’altro, la Legge di Protezione Integrale per prevenire, punire ed eliminare la violenza contro le donne (L.n° 26.485/2009), che provvede l’avvio di diverse iniziative per raggiungere efficacemente i suoi obiettivi (Osservatorio, PON, ecc).

Altre norme che servono a potenziare ancora questi indirizzi sono state adottate recentemente, come la Legge sull’Imprescrittibilità dei Delitti di Abuso Sessuale (2011), che stabilisce che i ragazzi/e che ne sono stati vittime hanno dieci anni di tempo a partire dal compimento della maggiore età per fare la denuncia, in modo di non lasciare impuniti questi delitti; il Decreto per porre fine alla Diffusione di Messaggi e Immagini su Sfruttamento Sessuale (decreto 932/2011), che vieta la pubblicità di servizi sessuali in giornali e altri mezzi informativi.

Intanto si dibatte in queste settimane il progetto di legge sul reato di “femmicidio”, che ha già ha ottenuto l’approvazione dei Deputati, nuova figura giuridica di delitto – elaborata in ambienti giuridici latinoamericani e che è approdata già nei codici penali di diversi paesi (Costa Rica, Guatemala, Salvador, Cile e Colombia) – che contempla la pena massima prevista, ogni qual volta un assassinio o qualsiasi tipo di lesioni includesse violenza di genere da parte di un uomo verso una donna.

Riguardo alla depenalizzazione e legalizzazione dell’aborto, in questi anni sono stati presentati al Parlamento argentino diversi progetti con l’appoggio trasversale delle forze politiche, il supporto di numerose organizzazioni d’attivisti e vasti consensi nella popolazione. L’anno scorso c’era l’aspettativa di raggiungere finalmente una legge, ma era appena cominciato l’iter parlamentare, quando i dibattimenti sono stati fermate per richiesta espressa della Presidente de la Nazione.

D’altra parte negli ultimi anni hanno raggiunto l’opinione pubblica e provocato scalpore, le disperate richieste di diverse madri affinché le loro figlie minorenni potessero accedere all’aborto legale, contemplato in casi eccezionali ma nella pratica non accolto senza difficoltà dalle strutture sanitarie e dalle autorità pubbliche. L’attuale normativa argentina prevede alcuni casi specifici di non punibilità (fondamentalmente per le violazioni, specialmente di minorenni o disabili mentali o di grave rischio di salute per la madre). Anche se la Corte Suprema ha stabilito pochi mesi fa, attraverso una sentenza, che in questi casi il sistema sanitario può procedere senza la necessità di chiedere ogni volta un’autorizzazione giudiziaria, il problema persiste.

La ragione alla base della non applicazione della normativa è una mancanza di decisione, o di volontà, da parte del Potere Esecutivo nei suoi diversi livelli – denuncia il CELS – aggiungendo che “la penalizzazione dell’aborto è una delle principali violazioni ai diritti umani delle donne in Argentina” e che lo Stato diventa così autore di “violenza istituzionale contro le donne”.

“La Presidente ha deciso che sul tema non ci sia in dibattito”, aveva annunciato il Ministro di Giustizia nella riunione del 1° novembre del 2011, per stoppare i lavori della commissione parlamentare pertinente, della quale ormai si erano assentati anche i deputati del partito di governo firmatari della proposta. Si commentava che trattandosi allora di un periodo elettorale non era conveniente il trattamento di un tema tanto sensibile, comunque in molte occasioni la Presidente si è espresso in questo senso. Dopo la sentenza della Corte di marzo di quest’anno, un nuovo progetto è stato presentato alla Camera con la firma di deputati di un ampio spettro di forze politiche, di governo e opposizione, nella speranza di ottenere una legge sull’interruzione volontaria della gravidanza entro il 2012.

Torniamo all’inizio del nostro articolo: la decisione sulla vita di tante donne è nella coscienza di una sola donna, ma che è la Presidente degli argentini.

Adriana Bernardotti (Buenos Aires)

http://cambiailmondo.org/2012/05/23/morte-degna-identita-di-genere-matrimonio-ugualitario-avanzano-con-qualche-intoppo-i-diritti-umani-in-argentina/#more-3662

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