Pomigliano, la fabbrica del ricatto

pomigliano-fiatNel suo stabilimento in Campania la Fiat non ha riassunto neppure uno degli oltre 600 operai con la tessera Fiom. “Chi vuole lavorare deve lasciare il sindacato” denunciano gli operai. E la discriminazione non si ferma neppure di fronte ai casi più delicati

A Napoli, si sa, la gente è notoriamente superstiziosa. E tra i lavoratori dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco dev’essersi diffusa l’idea che non porti “bene” essere iscritto alla Cgil, il sindacato che nel giugno del 2010 si oppose strenuamente al referendum sul piano di ristrutturazione aziendale. D’altro canto, i numeri son quelli che sono: dei 2090 rientrati in servizio fino ad oggi, nemmeno uno è della Fiom.

E se poco più di un anno fa erano 629 gli aderenti al sindacato di Landini, al 31 dicembre 2011 – cioè  dopo il varo della newco Fabbrica Italia Pomigliano, l’uscita da Confindustria e l’avvio del progetto di Marchionne – sono scesi a 212. Una perdita secca di 417 iscritti, pari ai due terzi.

“Gli hanno fatto capire che essere iscritti alla Fiom non aiuta”, spiega Maurizio Mascoli, della segreteria regionale dei metalmeccanici della Cgil. “Quello che è accaduto – afferma – è il frutto di ricatti, pressioni indebite, blandizie. Tutto con un unico obiettivo: estromettere dall’azienda l’unico sindacato che si ostina a comportarsi come tale”.

Tuttavia, di fronte a quella che Mascoli definisce senza giri di parole “un’aggressione”, la Fiom ha reagito con estrema durezza. Prima un libro bianco, che raccoglie numerose testimonianze dirette sulle pressioni esercitate dai vertici aziendali. Poi, un esposto alla Procura della Repubblica di Nola, a firma del segretario della Fiom di Napoli e della Campania, Andrea Amendola. Infine, un ricorso depositato presso il Tribunale civile di Roma, a nome di Maurizio Landini e su mandato di 21 operai di Pomigliano.

IL LIBRO BIANCO
“Vi confido che dopo il referendum ci fu una vera e propria caccia all’iscritto Fiom” scrive in una mail un operaio addetto alla verniciatura che vuole rimanere anonimo “per paura“. “Il capo – dice – ci avvicinava uno ad uno e con modo molto amichevole ci diceva: ‘Lo sapete, non dipende da me: ma per il vostro bene vi consiglio di cancellarvi dalla Fiom. Credetemi, l’ho sentito dal direttore in una riunione che tutti gli iscritti Fiom non passeranno alla Fip .

Un operaio addetto alla manutenzione: “Non mettevo piede in azienda dal 22 giugno 2010, giorno del referendum. Nel frattempo, sapevo che molti colleghi facevano almeno il 50% dei giorni lavorativi al mese. Decisi di recarmi dal mio capo per avere spiegazioni. Mi disse: ‘Prova a cancellarti dalla Fiom’. Sbigottito, ne parlai con alcuni colleghi, sperando di trovare conforto. Invece mi hanno risposto: ‘Che aspetti? Noi l’abbiamo già fatto. Non hai ancora capito che qua dentro la Fiom non la vogliono più?’ A malincuore, ho fatto anch’io la disdetta, e come per magia sono stato comandato a lavoro”.

Francesco P., Rsu Fiom, addetto alla manutenzione: “Avevamo il 60-70% di iscritti su 250 manutentori. Ora siamo rimasti in pochissimi e siamo gli unici a subire la cassa integrazione per intero. Qualcuno mi ha addirittura confessato che per la disdetta è stato premiato con la trasferta a Val di Sangro”.

Ma il messaggio arriva anche durante le visite organizzate con le famiglie per far conoscere da vicino le trasformazioni avvenute nello stabilimento. Racconta Francesco V., addetto al montaggio carrozzeria: “Assieme ai miei cari, c’erano altri colleghi con le rispettive famiglie. Alla fine del giro, ci riuniscono in un salone. Mi viene naturale porre una domanda sui criteri di selezione del personale. La risposta del direttore è lapidaria: ‘Non perderemo tempo ad esaminare gli iscritti Fiom’. Vi confesso che la discussione è continuata a casa. Mi sento con le spalle al muro: che devo fare? Cancellarmi con la speranza di tornare al lavoro o difendere i miei diritti? Ci sto ancora pensando. Una cosa è certa, i ricatti a Pomigliano non finiranno più”.

Ma esemplare, soprattutto, è la storia di Carmen, carrellista: “Ero disperata. Mi recai dall’assistente sociale presente in azienda, pensando che avrebbe potuto mediare con la direzione. Spiegai il mio disagio di mamma separata, con tre figli, senza genitori e senza assegni di mantenimento. La implorai di aiutarmi, perché non riesco a sostenere nemmeno le spese più elementari, come i libri di scuola per mia figlia. Figurarsi le bollette. Lei si mostrò comprensiva e si dichiarò disponibile, per cui tornai a casa speranzosa. Ma i giorni passavano e non ricevevo notizie. Al che, circa due mesi dopo, mi recai nuovamente dall’assistente sociale. Lei, imbarazzata, mi disse che non si erano verificate occasioni per il mio caso. Io ribattei: ‘Mi vuole prendere in giro? Sono una carrellista, i miei colleghi lavorano costantemente. La smetta di raccontarmi balle. Forse è la mia iscrizione alla Fiom il problema?’. Lei rimase di stucco  e mi rispose: ‘Ah, ecco perché non ho avuto risposte dalla direzione: saprà che questo è un problema…”.

Le vicende personali riportate sono tantissime. E l’esito è sempre lo stesso. Non basta nemmeno essere imparentati con un dirigente, per tornare in servizio con in tasca la tessera Fiom:  “Lavoro a Pomigliano dal 1989 – riferisce un addetto alla verniciatura – e la mia iscrizione non aveva mai rappresentato un problema, prima. Ma dopo il referendum le cose sono cambiate. In famiglia non si discuteva d’altro. Il mio parente alla fine ha convinto tutti che la disdetta era la cosa più saggia. Con immenso dispiacere, ho dovuto accettare il suggerimento”.

L’ESPOSTO ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA
E’ il 26 settembre 2011. Durante il turno dalle 6 alle 14, un operaio addetto alla manutenzione – A. T.  – si procura una vasta ferita al viso. Perde molto sangue. Dapprima lo portano all’infermeria interna. Ma poi, vista la gravità dell’infortunio, decidono di accompagnarlo al pronto soccorso della clinica Villa dei Fiori di Acerra, dove gli vengono applicati numerosi punti di sutura. C’è un problema: in teoria quegli addetti non stanno lavorando, dovrebbero fare solo formazione. Per questo non hanno nemmeno marcato il cartellino (“Fummo comandati a lavorare senza nemmeno marcare il badge”, si legge in una testimonianza contenuta nel libro bianco).

Tre giorni dopo, Amendola e l’Rsu per la sicurezza, Francesco Percuoco, investono della vicenda l’Asl e la Procura della Repubblica di Nola: “Vogliamo far presente agli organi competenti che né il lavoratore, né l’azienda hanno dichiarato trattarsi di infortunio sul lavoro. Tanto è vero che il pronto soccorso non l’ha refertato come tale e non vi è stata alcuna denuncia all’Inail. Chiediamo, pertanto, un vostro tempestivo intervento per far luce su quanto accaduto, considerata la gravità del fatto che rappresenta una chiara violazione  del D. Lgs. 81/2008, con implicazioni anche di natura penale”.
E non si tratterebbe nemmeno dell’unico episodio. Nel libro bianco se ne cita uno analogo: la ferita, stavolta, è a un piede, finito sotto un trasportatore meccanico. Il lavoratore, spaventato, chiede alla moglie di venirlo a prendere. Ma in ospedale, dove si reca per la radiografia, si inventa un incidente avvenuto altrove.

Passa ancora qualche mese e, raccolti ulteriori elementi, i vertici della Fiom indirizzano alla Procura un esposto più ampio ed articolato. Vengono toccati anche altri ambiti: ad esempio, si ipotizza una truffa all’Inps, visto che Fip, avvalendosi della procedura di licenziamento e riassunzione, ha beneficiato degli sgravi fiscali previsti per le nuove assunzioni al Sud.

E non solo: “Hanno sfruttato la Cig per riempire le concessionarie – ci racconta uno dei lavoratori, intervistato con la videocamera -. E a differenza delle altre volte, non hanno concesso nemmeno l’integrazione del reddito: in pratica, operai che sopravvivono con 800 euro al mese, sono stati costretti a rimetterci persino le spese di viaggio dal luogo di residenza. Io risiedo a Torre Annunziata, mi sarebbe costato 14 euro al giorno andare a lavorare fingendo di riqualificarmi: cioè, 360 delle 800 euro al mese del sussidio. Ma c’è gente che ha speso di più, perché viene da Salerno o da Benevento”.

IL RICORSO AL TRIBUNALE DI ROMA
Nel frattempo, la Fiom si difende anche con le carte bollate. Maurizio Landini ha citato in giudizio l’azienda per “discriminazione collettiva”. Il ricorso è stato elaborato da un pool di otto avvocati provenienti da tutt’Italia, tra cui il casertano Lello Ferrara. E’ una vera e propria causa pilota che trae spunto da una procedura innovativa introdotta da un decreto legislativo dello scorso anno (art. 28 D. Lgs 150/2011). “Il nostro obiettivo – spiega Ferrara è dimostrare l’avvenuta discriminazione anche sulla base di elementi eminentemente statistici: basti pensare che su 2090 assunti, non ce n’è nemmeno uno della Fiom. Mentre in proporzione avrebbero dovuto essere almeno 90. Sono stati richiamati in servizio  solo alcuni di coloro i quali hanno disdetto l’iscrizione”. Il ricorso è stato discusso lo scorso 25 maggio. E si è ancora in attesa della sentenza.

Intanto, la battaglia giudiziaria viene combattuta anche sul fronte della rappresentanza sindacale negata e sull’interpretazione dell’articolo 19 dello statuto dei lavoratori. A seguito dell’abbandono di Confindustria da parte di Fiat, infatti, all’interno dello stabilimento non c’è più la vecchia Rsu democraticamente eletta, ma una Rsa con delegati nominati dall’alto. La Fiom ne è esclusa, per non aver sottoscritto il contratto collettivo aziendale. Secondo il sindacalista Maurizio Mascoli “la pervicacia dimostrata con la mancata assunzione anche di un solo nostro iscritto va letta proprio con la volontà di continuare a tenerci fuori: hanno timore dei risultati che potrebbe produrre la nostra azione all’interno”.

Tuttavia, poche settimane fa, il giudice napoletano Antonella Filomena Saracino ha accolto un ricorso in tal senso presentato dalla Fiom nei confronti della Magneti Marelli per lo stabilimento di Caivano (Napoli). Sulla scorta degli indirizzi della Corte costituzionale si è dato rilievo alla prevalenza dell’effettività dell’azione sindacale: “L’associazione sindacale ricorrente si è seduta al tavolo delle trattative, ha effettivamente partecipato alla dialettica prenegoziale, assumendo indi la posizione di netto rifiuto al momento di addivenire alla stipula e sottoscrivere il contratto collettivo”. Ovviamente, varrebbe anche per Pomigliano.

MA QUALCOSA STA CAMBIANDO
L’impianto Fip viaggia già a 2/3 della sua capacità produttiva. Resta solo da attivare il terzo turno, che nella migliore delle ipotesi consentirebbe di assorbirebbe altri mille lavoratori.  Ma a contendersi quest’opportunità, sono in 3200: vale a dire, 2700 degli ex dipendenti ancora da ricollocare e 500 dell’indotto Ergom, che dovranno essere inseriti sulla scorta di un accordo sottoscritto. Va da sé, che nemmeno per gli iscritti Cisl e Uil c’è garanzia del posto. Intanto, si avvicina la fatidica scadenza del 16 luglio 2013, quando – terminata la Cigs – rischiano di ritrovarsi tutti in mezzo ad una strada. Per questo il clima sta rapidamente cambiando: “Qualche settimana fa – spiega Mascoli – abbiamo tenuto un’assemblea assai partecipata. C’erano numerosi aderenti ad altre sigle sindacali. E 10 di loro hanno deciso di prendere la tessera Fiom”.

Pietro Falco (06 giugno 2012), http://espresso.repubblica.it/dettaglio/pomigliano-la-fabbrica-del-ricatto/2183633//0

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...