La scrittura e la coscienza

NZOIn tempi in cui la scrittura convenzionale e il libro stanno cedendo il passo ai media elettronici Evelyne Grossman va decisamente controcorrente con il suo ultimo lavoro intitolato L’angoscia del pensare (Moretti & Vitali, Bergamo 2012, 169 pagg. 18 euro). Va aggiunto che il nuotare controcorrente della Grossman è davvero spericolato. Forse non potrebbe essere altrimenti per una delle più importanti specialiste francesi dell’opera di Antonin Artaud. E in questa sua ultima fatica Grossman mette insieme autori per molti aspetti estremi quali appunto Artaud e poi Beckett, Blanchot, Derrida, Foucault, Levinas, Lacan. Tutti iconoclasti capaci rovesciare la prassi letteraria, di costruire nuovi punti di vista e di aprire inedite critiche alle forme del sapere. Insomma, già dal titolo è evidente: L’angoscia del pensare è un libro che chiede al lettore forte concentrazione. E anche questo è un altro motivo che lo distingue dalla pubblicistica prêt-à-porter oggi dilagante.

Il terreno su cui cammina Grossman è accidentato: esplora la scrittura di autori che affrontano la notte senza fine di province diverse da quelle della coscienza. Quando si scrive è davvero l’autore che parla? Esiste uno spazio diverso da quello dell’interiorità soggettiva? Per Foucault c’è un luogo senza luogo che determina nell’atto di scrivere un’incompatibilità tra linguaggio e identità. In altre parole, il linguaggio non ci appartiene. E il soggetto – l’idolo della filosofia cartesiana – piano piano si dissolve fino a sparire del tutto. Il medesimo retrocedere dell’Io nell’ombra lo troviamo in Beckett. Per lo scrittore irlandese non si scrive per lasciare tracce e neppure per assecondare la propria vanità, ma per seguire la progressiva scomparsa delle tracce e di qualunque memoria.

Stesso dialogo del pensiero col pensare è quello intrattenuto da Lacan. Per il quale non c’è metalinguaggio. Ossia la riflessione del discorso su se stesso è impossibile. Il che significa che dal testo non si esce e che nessuna liberazione è realmente praticabile. In questa circostanza Grossman tenta diverse strade per pensare ciò che alla fine appare come impensabile e in una di queste peregrinazioni si imbatte nell’inespugnabile rocca di Roland Barthes: il linguaggio umano non ha un esterno, è un luogo a porte chiuse.

Come uscire da un’empasse che volendola visualizzare ci conduce dritti dritti ai mondi paradossali di Escher, quei luoghi in cui, come è noto, si salgono e si scendono scale infinite che non portano da nessuna parte e che pure è impossibile non percorrere? Si può evadere da circuiti chiusi immersi nelle acque del moto perpetuo? Perché questa è la condizione del pensare e dello scrivere. Una condizione angosciante, ben evidente nei meandri di Blanchot (visitato dalla Grossman come ultimo scrittore). Per l’autore de L’infinito intrattenimento la letteratura è un’esperienza-limite che conduce agli abissi dell’ontologia. In questo percorso lo spazio assente su cui galleggia il testo letterario non è la fine a cui ogni cosa è destinata ma un infinito dove la morte non rappresenta il contrario della vita. E’ così che l’eco della filosofia di Eraclito accompagna Blanchot alla presenza dell’assenza. Detto in parole meno filosofiche: la scrittura implacabilmente si sottrae allo scrittore e alla sua strenua volontà di dominarla.

Emmanuel Levinas, altro perturbatore dell’ordine del discorso, mette a rischio la tenuta delle regole con cui pensiamo, parliamo, e scriviamo partendo da una domanda: la filosofia non consiste forse nel trattare con saggezza di pensieri pazzi? Ed ecco sfidata la logica che fa funzionare la vita quotidiana e il senso comune che la puntella. Ecco l’ingresso nel mondo extralogico di chi tenta di sfuggire a se stesso. Ma per andare dove? In un luogo vertiginoso eppure non folle: ai limiti della ragione navigando sulla piccola barca di un pensiero che lasci sottendere senza mai far intendere. Da cosa ci salva questo viaggio così pericoloso? Dalla parola che blocca il pensiero, lo circoscrive e lo termina. Ci salva dalle sentenze senza appello che emettiamo ogni giorno. Ci salva dalla follia organizzata del mondo. Alla fin fine, per quanto dolorosi siano gli interrogativi che solleva, il libro della Grossman è una salutare forma di terapia.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, del 28 luglio 2012.

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