Idee per un dibattito sul futuro di Civitavecchia

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Civitavecchia, Teatro Traiano

Civitavecchia si trova davanti a un bivio. E’ evidente che la condizione in cui versa la città è disperata. Pertanto è di vitale importanza decidere oggi quale strada prendere. L’immobilismo può convenire a chi finora ha lucrato sull’arretratezza. Si tratta di gruppi locali politico-affaristici la cui forza è derivata, da un lato, da un rapporto paternalista col proletariato e sottoproletariato urbano e, dall’altro, con poteri forti provenienti dall’esterno. Poteri calati su Civitavecchia con la mentalità dei colonizzatori e che, in quanto tali, hanno identificato quali referenti (e beneficiari delle briciole dei loro affari) un ceto dirigente che ha garantito l’equilibrio politico privando però la città di prospettive e solido sviluppo economico.

Oggi questo equilibrio (a tratti gattopardesco) è arrivato al capolinea e di certo non conviene alla maggior parte dei cittadini. Sul piano della stratificazione sociale Civitavecchia non è più la città del lavoro manuale (che peraltro viene svolto in maniera sempre più massaccia da manodopera straniera, spesso comunitaria). La forza-lavoro autoctona di tipo intellettuale è attratta dall’area metropolitana di Roma, fa parte del ceto medio e si è formata su modelli culturali a cui il vecchio “patto di stabilità” tra poteri locali e “colonizzatori” va molto stretto.

In un clima di decadenza economica e trasformazione sociale un nuovo ceto politico degno di questo nome deve assumersi le proprie responsabilità e progettare il futuro. E’ abbastanza chiaro che il vulnus principale di Civitavecchia è l’assenza di una precisa vocazione: non è una città industriale, non è una città portuale, non è una città di servizi, non è una città turistica. E’ un po’ tutte queste cose malamente abborracciate. Risultato: una realtà economicamente e moralmente  depressa. Basti il seguente esempio per dare l’idea della situazione: la zona industriale non è dotata di connessione ADSL. Incredibile ma vero.

Allora la domanda chiave è: su che tipo di sviluppo puntare? Negli ultimi anni l’edilizia l’ha fatta da padrona. Come noto però le economie del mattone sono strutturalmente deboli e destinate a indebolirsi sempre di più. L’edilizia non specializzata è un settore trainante solo nei paesi in via di sviluppo. Ci sarebbe poi da discutere sulla sconfortante qualità dell’edilizia locale (si veda il caso di Boccelle). Ma tralasciamo. Il dato di fatto è che Civitavecchia ha continuato a divorare la sua risorsa principale, il territorio, in cambio di un piatto di lenticchie. Esattamente come è stato fatto con la servitù energetica.

Puntare su edilizia e industria ha significato anche rispondere a esigenze di precise tipologie di forza-lavoro. Tipologie in costante declino quantitativo e per le quali ci saranno sempre meno opportunità di lavoro. La disoccupazione che tocca oggi fasce sociali istruite e qualificate è quella alla quale occorre dare una risposta in termini di progetti e iniziative. Anche se in maniera confusa e contraddittoria il Movimento 5 Stelle attinge il proprio consenso proprio da questi ceti. Si tratta di piccola borghesia scontenta, di giovani diplomati e laureati che nella nostra città sono costretti a svolgere attività dequalificate, sottopagate e alla fine sono costretti a emigrare. Il problema in termini politici è presto detto: come affrontare la crisi del ceto medio, come renderlo protagonista del cambiamento?

Tutto questo ovviamente non significa dimenticare il lavoro non qualificato. Al contrario: significa qualificarlo. Insomma, Civitavecchia ha davanti una strada: avviare da subito politiche per favorire il primato del terziario. Ciò significa puntare su settori tradizionali come il commercio ma soprattutto su servizi avanzati quali ad esempio l’università e l’editoria. A Civitavecchia l’università non ha sviluppato le sue potenzialità e l’editoria conosce una crescita distorta.

Sentiamo già suonare le campane: eccoli i soliti intellettuali che tentano di seminare nell’unico orto che conoscono. Anticipiamo la risposta a questo tipo di critiche.

L’insediamento di un’università porta progressivamente ricchezza al commercio e sviluppa il turismo (in Italia esistono non poche realtà che debbono all’università buona parte del loro benessere). La presenza di studenti e insegnati obbligherebbe poi a valorizzare la qualità del patrimonio storico e a creare nuovi spazi per l’accoglienza delle iniziative culturali (ad esempio un centro-congressi). Le università, poi, generano istituti di ricerca. E Civitavecchia potrebbe costituire una città-pilota per sperimentazioni nel campo delle energie rinnovabili iniziando così ad uscire dalla condizione di “cortile di casa” dell’Enel.

Insomma, l’università e la ricerca scientifica come volano dell’economia non sono chimere: sono carte da giocare se non si vuole continuare a vedere emigrare le nostre migliori intelligenze. In quanto all’editoria, abbiamo a Civitavecchia la presenza di un’industria dell’informazione sovradimensionata per le necessità locali, ma che specializzandosi potrebbe trovare sbocchi a livello regionale e forse nazionale. Per questa operazione non mancano le risorse umane. Manca un lucido progetto politico sorretto da serie iniziative imprenditoriali.

Per far uscire Civitavecchia dalla sua cronica crisi occupazionale e morale occorre prendere alla svelta delle decisioni. La politica non può solo limitarsi a gestire l’esistente come ha fatto fino ad oggi, con molte convenienze. Deve dare un indirizzo preciso per il cambiamento e produrre un’idea di avvenire. In altre parole, o la politica cittadina si riforma costruendo un progetto sociale o è destinata a un degrado peggiore dell’attuale. Queste righe non sono che un sasso lanciato nello stagno. Ci auguriamo che sviluppino un dibattito tra chi vuol fare di Civitavecchia una città nuova.

Patrizio Paolinelli e Mario Michele Pascale

http://www.bignotizie.it/news/rubriche/le-opinioni/17692-idee-per-un-dibattito-sul-futuro-di-civitavecchia-il-ruolo-delluniversita-e-della-cultura.html

 

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