Argentina. Tutti contro la Riforma della Giustizia di Cristina, compreso il Papa

kirchner-riforma-giustizia-1-481352_725x360Un’altra volta gli “indignados” della classe media e alta hanno invaso le strade di Buenos Aires con la protesta. Questa volta, però, si sono aggiunti in forma organica i principali partiti d’opposizione, che hanno deciso all’ ultimo momento di accompagnare gli auto-convocati dalle reti sociali. La ragione: la Riforma della Giustizia proposta dal governo di Cristina Kirchner, un insieme di leggi presentate come rivoluzionarie per democratizzare il settore, ma sulle quali si rilevano diversi motivi di inquietudine e apprensione.

I numeri della protesta cambiano a seconda dall’osservatore, ma il termine di confronto è lo stesso: se il 18 A (18 Aprile) c’era più o meno gente del’ 8 N (8/9) o il 13 S (13/9), il giorno delle precedenti grandi manifestazioni cittadine convocate dalle reti sociali dietro ad un insieme eterogeneo e confuso di motivi che confluivano soltanto nell’opposizione (rasentante l’odio) contro il governo di Cristina.

La novità è che adesso i partiti hanno aderito quasi compatti all’appello, che si è concentrato sui temi dell’autonomia della giustizia e della lotta alla corruzione. Aldilà del desiderio ovvio di capitalizzare finalmente qualche reddito politico, la convinzione che dietro alla riforma si annidi la volontà dell’Esecutivo di disciplinare i giudici ha avuto la virtù di accomunare tutto lo spettro politico: dalla destra del PRO di Mauricio Macri alla sinistra del Proyecto Sur di Pino Solanas, passando per l’Union Civica Radical (UCR), il peronismo tradizionale (Frente Peronista), i socialisti e altre forze che costituiscono il fronte di centro-sinistra FAP di Hermes Binner e perfino l’ex alleato sindacale Hugo Moyano, leader di uno dei gruppi nei quali si è divisa la CGT (Confederazione Generale del Lavoro).

I due temi della convocazione sono collegati. La questione della sottomissione della giustizia è stata sotto i riflettori per diversi mesi nel 2012 con il caso delle indagine giudiziarie che coinvolgono al Vicepresidente della Repubblica Amado Boudou, riferite all’azienda Ciccone (utilizzata dallo Stato per l’emissione di moneta e finalmente nazionalizzata), che ha costretto alla rinuncia il Procuratore Generale della Nazione Esteban Righi – uomo di molto prestigio nel settore del peronismo affine al Governo e vicino a Nestor Kirchner – e ha condotto alla sanzione e spostamento del giudice del processo, Rafael Rafecas (un magistrato molto noto per il suo impegno nei processi contro i militari genocidi e in difesa dei diritti umani), su richiesta del Governo.

Un caso dove compaiono tangenti, affari sporchi e intrighi interne alla cupola kirchnerista, ampiamente divulgato dalla stampa di opposizione, la quale ritrova – dobbiamo purtroppo riconoscerlo – più di un argomento per gongolare attorno a storie di corruzione e veloce arricchimento di funzionari e imprenditori amici del governo.

L’intenzione di presentare un pacchetto di misure per riformare il sistema di Giustizia è stata annunciata da Cristina per la prima volta nel dicembre dello scorso anno, in occasione della promulgazione di una sentenza percepita come scandalosa da tutta la popolazione: la scarcerazione da parte del Tribunale Penale di Tucuman degli imputati per la scomparsa di Marita Veron, un caso di tratta di donne per il circuito della prostituzione che ha guadagnato ampia ripercussione grazie alla lotta instancabile della madre della vittima.

La sentenza era una nuova prova dell’innegabile fabbisogno di democratizzare un sistema giudiziario crudele e discriminante per i deboli, ma tenero con i potenti. Lo stesso che aveva acconsentito alle fraudolente negoziazioni con i beni dello Stato dell’era neoliberale e all’amnistia per i militari colpevoli di migliaia di desaparecidos.

Dunque un sistema ampiamente screditato per la cittadinanza: ciò spiega il largo consenso che ha accompagnato nel 2003 il rinnovamento della Corte Suprema della Nazione promosso da Nestor Kirchner, introducendo figure di gran prestigio che avrebbero garantito maggiore indipendenza dal Potere Esecutivo e una composizione equilibrata sia dal punto di vista ideologico che di genere.

Tuttavia, circolavano già le voci che dietro a questo apparente motivo della sentenza di Tucuman c’era la battaglia contro il gruppo mediatico “Clarin”. Attraverso diversi pronunciamenti, i tribunali argentini hanno continuato a concedere a questo gruppo monopolista nell’area dei media il favore dei provvedimenti cautelari in ambito civile e commerciale che lo esime dell’applicazione della Legge antimonopolista sui Media (L. 26522/2009), una delle misure di netto carattere progressista promosse dal Governo. L’ultimo episodio è della scorsa settimana, quando il Tribunale d’Appello Civile e Commerciale ha sentenziato l’incostituzionalità degli articoli della Legge sui Media contestati appunto dal Clarin.

Il pacchetto di riforme è stato presentato ufficialmente da Cristina Kirchner lo scorso 8 Aprile e subito è stato giudicato dall’opposizione come l’ennesima manovra di accentramento del potere della Presidente, la quale dopo aver ridotto il parlamento a una mera funzione notarile di approvazione delle leggi del Esecutivo avanzerebbe sul potere giudiziario mettendo in pericolo le istituzioni repubblicane.

Nelle stesse ore che il Parlamento è sottoposto a sedute di maratona per approvare le nuove norme, la Conferenza Episcopale argentina, riunita per la prima volta in assemblea plenaria senza l’arcivescovo Jorge Bergoglio, ha emesso un pronunciamento rivolto chiaramente allo scenario politico. Nel documento intitolato“Giustizia, Democrazia e Costituzione Nazionale”, “i vescovi ritengono che le proposte di legge presentate al Parlamento al fine di disciplinare l’esercizio della giustizia, includono aspetti che meritano uno sguardo profondo in ragione dell’importanza del soggetto che essi affrontano, pertanto richiedono ampie consultazioni, confronti e accordi precedenti, coerenti con l’entità delle modifiche proposte”. Ancora più esplicitamente aggiungono: “Siamo consapevoli che il trattamento accelerato di tanto significative riforme, rischia di minare la democrazia repubblicana sancita dalla nostra Costituzione, proprio in uno dei suoi aspetti fondamentali, quale è l’autonomia dei suoi tre poteri”.

Se qualcuno sperava che, divenuto Bergoglio Vescovo di Roma e del mondo, sarebbero finite le ingerenze dell’Episcopato nella politica, deve ricredersi. Al contrario, lo stesso Papa Francesco era già intervenuto sottilmente sulla questione: lo scorso 23 marzo ha inviato una lettera al Presidente della Corte Suprema di Giustizia, Ricardo Lorenzetti, dove tra altri concetti segnala che “amministrare la giustizia è uno dei compiti più illustri che l’uomo può esercitare. Certamente non è facile, spesso non mancano le difficoltà, i rischi e le tentazioni. Tuttavia, non si deve scoraggiare” perché a questo scopo “parlerò con Dio su di Lei e sul suo importante compito, gli dirò di aiutarvi nel vostro difficoltoso lavoro e che assista con la sua luce e con la sua grazia a coloro che hanno il carico di impartire giustizia nei vari tribunali di questo amato Paese”.

Lorenzetti, che riceveva questa lettera del Papa in ringraziamento per i suoi auguri per la carica assunta, è divenuto negli ultimi mesi una figura non gradita al kirchnerismo a causa degli ostacoli e critiche da lui interposti verso precedenti tentativi del Governo di sconfiggere il Clarin nella battaglia giudiziaria iniziata dal gruppo multimediale, valutati come ingerenze nel campo della giustizia.

Nella stessa posizione si trovano altri membri della Corte Suprema, paradossalmente la stessa istituzione rinnovata dai Kirchner e che ha aperto la possibilità di tanti cambiamenti per l’Argentina.

Entriamo nel merito dei contenuti della contestata Riforma.

Tre delle proposte di legge sono state presentate per una prima approvazione alla Camera dei Deputati (il sistema argentino è bicamerale). Si tratta delle iniziative sulle quali c’è maggiore consenso generale, visto che attaccano direttamente la casta giudiziaria e il sistema di prebende e vantaggi di cui tradizionalmente gode un’elite corporativa come la giustizia argentina. In primo luogo l’ingresso alla carriera e all’impiego per tutti i livelli, che dovrà realizzarsi attraverso un sistema misto di concorso di merito e sorteggio pubblico. Finora è in sostanza impossibile accedere a qualsiasi posto di lavoro, incluso quello di usciere, se non si gode di una raccomandazione o dell’appoggio di parenti o amici molto stretti dentro i palazzi di giustizia.

Gli altri due progetti dibattuti e approvati in primis dai Deputati riguardano la pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi e patrimonio dei funzionari della Giustizia, equiparandoli nel requisito di trasparenza ai membri del Potere Esecutivo, e il libero accesso dei cittadini al protocollo e banca dati dei procedimenti giudiziari in modo di poter verificare qualsiasi iter processuale.

I restanti progetti contengono invece i punti maggiormente controversi, tra cui aspetti messi in discussione anche da settori vicini al Governo. Con abilità tattica sono stati assegnati per il primo voto al Senato federale, dove il partito di Governo conta con un’ampia maggioranza di rappresentanti delle province. La proposta di ridurre l’estensione dei provvedimenti cautelari contro lo Stato mira direttamente al conflitto con Clarin. Queste misure provvisorie avranno una durata massima di sei mesi “come termine ragionevole” e quindi il giudice dovrà emettere il giudizio di merito, con l’obiettivo – ha spiegato la Presidente – di prevenire l’utilizzo di queste tutele con lo scopo di evitare l’applicazione delle leggi e decreti.

Alcune perplessità sull’applicazione di questa norma sono state sollevate dal CELS (Centro di Studi Legali e Sociali), l’organismo noto per le sue battaglie nell’ambito dei diritti umani e sociali presieduto dal giornalista Horacio Verbitsky, un uomo molto vicino al Governo. Secondo l’analisi del Centro, la limitazione delle misure precauzionali è costituzionalmente discutibile “in quanto potrebbe compromettere seriamente questo strumento per garantire una tutela giurisdizionale effettiva”. Si sottolinea il fatto che si tratta di strumenti “efficaci per la protezione dei gruppi vulnerabili e che il CELS, nella sua pratica quotidiana, ha spesso sollecitato provvedimenti cautelari nei confronti dello Stato al fine di garantire ad es. l’accesso all’istruzione dei migranti, la ricerca di soluzioni abitative alternative per le famiglie sotto sfratto, la sospensione di norme incostituzionali che limitano la libertà personale o la sospensione degli atti amministrativi di espulsione dei migranti. Inoltre, possono essere necessarie misure di precauzione per difendere la libertà di associazione sindacale o per richiedere un’azione positiva dello Stato, alla fine di garantire la parità di diritti”.

Il CELS ha auspicato per tanto “una modifica di questa proposta, in modo tale che la limitazione delle cautelari possa riguardare soltanto i casi di carattere nettamente economico, nei quali lo Stato è perfino la componente più debole nel conflitto” – il caso di Clarin, appunto – “rafforzando al contrario la sua potenza e validità quando si tratta di proteggere individui o gruppi nei confronti di azioni statali che violano i diritti fondamentali”.

Pure la giovane organizzazione di giuristi “Justicia Legitima”, principale promotrice della democratizzazione annunciata dal Governo e dove militano molti dei più alti funzionari della Giustizia da esso nominati, ha espresso cautele similari riguardo a questo punto della Riforma, in considerazione “che le misure precauzionali sono strumenti essenziali per la difesa dei diritti delle popolazioni indigene, del diritto alla salute, l’alloggio, il lavoro, il cibo, la sicurezza sociale e l’educazione”.

Un’altra delle proposte al Senato prevede la creazione di tre nuovi Tribunali de Cassazione, da aggiungere all’unico finora esistente, con l’obiettivo dichiarato di razionalizzare e decomprimere i compiti della Corte Suprema. I critici, anche tra i vicini al governo, fanno notare che la creazione di questo nuovo grado intermedio avrà come conseguenza una ulteriore dilatazione dei tempi processuali a discapito, principalmente, dei gruppi più vulnerabili.

“Se il problema è il Gruppo Clarin, non vi è alcun motivo di abbandonare i dannati della terra”, concludeva Verbitsky un suo recente articolo su Pagina 12, sintetizzando queste preoccupazioni. Diversi suggerimenti di modifiche in senso migliorativo della riforma sono stati presentati alle sedute di commissione del Senato dalle organizzazioni non-ostili al Governo (CELS, Justicia Legitima, l’Associazione di Avvocati del Diritto del Lavoro, ecc): dopo un’iniziale parere negativo delle autorità del Ministero di Giustizia per evitare dilazioni, saranno in parte recepiti grazie all’ intervento diretto della Presidente Cristina.

Tuttavia, l’item più irritante della Riforma per l’opposizione e per molti esperti del diritto è quello riferito al Consiglio della Magistratura (CdM). Si vuole aumentare il numero dei suoi membri (da 13 a 19), includendo accademici e personalità scientifiche di discipline diverse aggiungendoli a quelli provenienti dalla giurisprudenza e in numero pari a questi ultimi; simultaneamente si sostituisce la maggioranza qualificata (2/3) con quella semplice (metà più uno) per la nomina e destituzione dei giudici. Ma l’aspetto più rivoluzionario e sicuramente controverso è che l’elezione di tutti i componenti si realizzerà mediante il voto popolare, seguendo lo stesso meccanismo introdotto dalla legge per le elezioni delle primarie dei partiti politici.

Lo scopo di queste riforme, secondo quanto manifestato dalla Presidente, è “dare maggiore partecipazione alla cittadinanza” superando il carattere “corporativo” dell’istituzione, riuscendo, al contempo, a snellire e velocizzare il funzionamento. “Il corpo attuale, con 13 consiglieri, è quasi paralizzato” – informa il giornale vicino al governo Pagina 12– “Un blocco di opposizione di cinque membri, dove comanda il radicalismo (UCR, tradizionale partito di opposizione), blocca le decisioni più importanti che richiedono due terzi dei voti dei presenti.”

Aldilà delle intenzioni, se si vuole rimanere nei limiti dell’attuale sistema democratico di partiti e divisioni di poteri, non è difficile vedere che l’elezione popolare creerebbe un Consiglio dominato dall’occasionale maggioranza politica, dove i magistrati potrebbero essere facilmente destituiti a semplice maggioranza se non graditi, per qualche ragione, al Governo in carica.

L’attuale CdM, oltre a tutto, è già il risultato di un’anteriore riforma del 2005 portata avanti dalla allora senatrice Cristina Kirchner in mezzo alle critiche dell’opposizione. Nella sua formulazione originale, incorporata nella Costituzione del 1994 del Governo di Menem, il Consiglio si componeva di 20 consiglieri, che furono ridotti a 13 con l’obiettivo anche allora di incrementare la capacità di incidenza dell’Esecutivo. Una strategia opposta per lo stesso fine, ragiona l’opposizione e trova un altro motivo per diffidare.

Un dato curioso. Nel disegno del primo CdM argentino del 1994 ha partecipato un noto esperto italiano, Giuseppe Di Federico, che è stato riconosciuto anche con un dottorato honoris causa all’Università di Cordoba (2001). Professore emerito dell’Università di Bologna, si è sempre battuto contro il potere delle corporazioni giudiziarie e sindacati di magistrati nella conformazione del CdM e la giustizia in Italia. E’ stato quindi componente del CdM italiano (2002-2006), come membro laico indicato da Forza Italia.

In una società sempre più divisa a metà, che rammenta a molti lo “scenario venezuelano”, la stampa e i media contrari gridano alla difesa della repubblica in pericolo. Con toni più pacati, diversi giuristi e altre figure autorevoli sostengono con i loro editoriali, l’incostituzionalità della proposta governativa. I partiti dell’opposizione, che hanno trovato un tema comune ma non riescono a trovare ancora il loro Capriles, considerano la Riforma l’ultimo avamposto del autoritarismo kirchnerista e denunciano la sottomissione della democrazia; qualche leader vuole addirittura circondare il Parlamento il prossimo mercoledì per ostacolare la seduta che dovrebbe sancire l’approvazione della riforma.

Con maggiore serenità, i rappresentati delle organizzazioni settoriali che sono in prima linea per promuovere una riforma della giustizia e che a questo scopo accompagnano il Governo, riconoscono che le misure proposte non intaccano questioni chiavi per la democratizzazione, come sono l’accesso dei poveri e degli emarginati al tribunale, la modifica dei sistemi processuali a favore del giudizio orale, la diminuzione dei costi dei procedimenti così come dei tempi e formalismi che rendono il processo giudiziario un territorio riservato a pochi.

La contingenza politica sta prevalendo in questo caso sui problemi di fondo, che dovranno ancora attendere.

Adriana Bernardotti (Buenos Aires),  CAMBIAILMONDO ⋅ 23 APRILE 2013.
http://cambiailmondo.org/2013/04/23/argentina-tutti-contro-la-riforma-della-giustizia-di-cristina-compreso-il-papa/

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