Chi era Videla, il genocida

aaajorge-rafael-videlaDieci anni dopo che il neopresidente Nestor Kirchner che staccava il quadro di Jorge Rafael Videla dalla galleria di immagini del Collegio Militare – il momento emblematico che segnava l’inizio dei governi kirchneristi e la riapertura dei giudizi contro i responsabili dei massacri del terrorismo di Stato – e trenta anni dopo il primo governo democratico di Raul Alfonsin, che lo aveva condannato a prigione perpetua nel primo processo contro i responsabili della Giunta Militare annullato poi dalle leggi di indulto e amnistia di Carlos Menem (1990), l’Argentina si è svegliata con l’annuncio della morte del dittatore.

La notizia si è conosciuta venerdì scorso. Videla, di 87 anni, è stato ritrovato dalle guardie penitenziarie del Penale di Marcos Paz accovacciato nel W.C. della sua cella, una fine indecorosa ma sicuramente molto più umana delle catacombe e dei lager dove sono finiti i militanti rivoluzionari torturati e dilaniati dai suoi seguaci.

Con compostezza hanno reagito i familiari delle vittime e le organizzazioni dei diritti umani: cercando giustizia e non vendetta, come sempre hanno fatto, con l’unica soddisfazione di che il dittatore abbia trovato la sua fine in qualità di condannato in un carcere comune.

Figura-simbolo della dittatura mondialmente conosciuta per il suo Piano Sistematico di sparizione di persone, Jorge Rafael Videla è stato il generale esecutore del golpe del 24 di marzo del 1976 e il primo Presidente di facto, in quanto titolare dell’Esercito, dell’auto-denominato Processo di Riorganizzazione Nazionale (1976-1983).

Membro dell’aristocratica arma della Cavalleria, apparteneva alla fazione liberale dell’esercito che ha imposto come Ministro delle Finanze a Jose Martinez de Hoz, l’uomo che ha iniziato il ciclo di cessioni dei beni dello Stato, del debito pubblico e dell’apertura indiscriminata al capitale straniero in Argentina (anche lui recentemente scomparso).

Prima del golpe tuttavia, durante il disastroso governo di Isabel Peron e del suo superministro Lopez Rega, il fautore delle bande paramilitari della Tripla A (Alleanza Anticomunista Argentina), il generale e Capo dello Stato Maggiore dell’Esercito Jorge Videla era riuscito a non compromettersi nell’iniziale avventura repressiva conquistando così la fama di militare altamente professionale e una certa stima tra diversi settori.

Forse questa sua immagine di serietà e temperanza spiega il relativo sollievo con il quale alcune persone democratiche, e anche di sinistra, accolsero la sua ascesa al potere vedendo l’opportunità di porre fine alla repressione illegale de paramilitari. Il caso più eclatante è stato sicuramente quello del Partito Comunista Argentino, che considerava che con Videla aveva trionfato l’ala militare democratica contro il rischio di un golpe pinochetista di stampo cilenoi.

Riguardo a questa particolare congiuntura storica, sono interessanti i ricordi del direttore del Centro Culturale per la Memoria “Haroldo Conti” Eduardo Jozami: “Che ci fosse qualche ingenuo disposto a credere a queste voci si spiega solo nel clima politico rarefatto di metà del 1975. Lo scoppio violento della crisi peronista, la disastrosa gestione di Isabelita, l’orrore imposto dalla Tripla A, l’idea che soltanto i militari potessero ristabilire l’ordine, creavano una diffusa delusione e, in tale contesto, anche se i militari non sono stati ricevuti come salvatori c’era chi li considerava un male minore”ii.

Poco sono durate queste fantasie di fronte all’intensificazione dei sequestri clandestini e la repressione.

Cattolico militante, Videla ha potuto contare sempre sul supporto della Chiesa, che gli è stata cristianamente vicina sia durante l’azione di governo che nella fase di palesamento dei massacri di cui si è reso pubblicamente responsabile. Il dittatore è morto senza aver mai manifestato il minimo segnale di pentimento per i crimini del terrorismo di Stato, sostenendo fino alla fine, come un crociato, le ragioni della sua causa di salvazione della Repubblica dal caos nel quale era sprofondata per l’azione di tutti quelli conglobati sotto la nomina di “sovversivi”.

Al momento della sua morte stava scontando due sentenze a prigione perpetua (la seconda promulgata dal Tribunale di Cordoba nel 2010) e, in più, la condanna a 50 anni di prigionia per il reato di sequestro e sottrazione d’identità di minorenni. Nel corso dei suoi ultimi processi aveva ancora rivendicato il terrorismo di Stato e giustificato i crimini contro l’umanità per i quali era stato condannato, insistendo che aveva combattuto “non una guerra sporca, ma una guerra giusta che non è ancora finita” per sottolineare dopo, in un riferimento implicito ai governi kirchneristi che hanno riaperto i processi, che “i nemici ieri sconfitti hanno raggiunto il loro scopo e ora governano il paese per instaurare un regime marxista secondo gli insegnamenti di Gramsci”.

Negli ultimissimi anni, l’ex dittatore ha concesso alcune interviste giornalistiche molto discusse dove si è espresso con concetti ancora più temerari. In dichiarazioni per la rivista spagnola Cambio 16 nel marzo 2013, si è presentato come un “prigioniero politico” del desiderio di vendetta del governo e ha convocato i suoi ex-compagni d’arma “in età tra 58 e 68 anni e con ancora qualche idoneità fisica per combattere” ad armarsi “di nuovo in difesa delle istituzioni fondamentali della Repubblica” per combattere “la presidente Cristina e i suoi seguaci”.

Queste dichiarazioni sono state smentite qualche giorno fa, in quella che è stata la sua ultima apparizione pubblica di fronte al Tribunale dove era chiamato a dichiarare per la causa del “Piano Condor” (martedì 14), il programma per la repressione coordinata e lo sterminio d’oppositori tra le dittature militari degli anni ’70-’80 nella regione (Cile, Argentina, Bolivia, Brasile, Uruguay, Paraguay, Perù e, in minor misura anche Ecuador, Venezuela e Colombia), con il tragico saldo di 200 vittime dei diversi paesi.

L’anno scorso alcune importanti rivelazioni sono state raccolte in un libro del giornalista Ceferino Reatoiii, con il quale Videla ha accettato di discutere argomenti sui quali non ha parlato in tribunali che non considera degni di giudicarlo. Il dittatore riconosce per la prima volta l’esistenza di un programma sistematico per arrestare, sterminare e fare quindi sparire i corpi di migliaia di persone in Argentina, del quale si assume le massime responsabilità.

Il popolo ci sollecitava la fine della violenza e il caos del governo precedente, ragiona, “abbiamo scelto la sparizione di massa affinché la gente non potesse protestare”.“Mettiamo che erano 7-8000 persone che dovevano morire per vincere la guerra contro la sovversione” perché “in ogni guerra ci sono morti, mutilati e dispersi”. Rimpiange come un errore, caso mai, l’aver consentito l’abuso di quella figura ambigua del “desaparecido”, essendo in realtà un normale risultato di qualsiasi guerra.

Giustifica anche la tortura in base alla dottrina della sicurezza francese sperimentata in Indocina e soprattutto in Algeria, necessaria per ottenere informazione indispensabili per sconfiggere un nemico che agisce in cellule come la guerriglia.

Con le sue dichiarazioni, riconosce inoltre manifamente la complicità della politica e del potere economico con il regime. Così quando riflette su fatti irrefutabili della congiuntura storica e afferma che le sparizioni cominciano prima del Golpe di Stato:

dai decreti dell’ottobre ’75 del Presidente peronista ad interim Italo Argentino Luder, che danno ai militari licenza di uccidere. “Da un punto di vista strettamente militare non avevamo bisogno del colpo, è stato un errore. I decreti di ottobre ‘75 davano l’ordine alle forze armate di prendere il controllo per annientare le attività sovversive, infatti lì cominciarono le sparizioni”.

Afferma anche che l’opposizione radicale appoggiava il golpe e che i grandi imprenditori – sui quali non ha voluto dare nomi – non solo davano supporto, ma “ci chiedevano di ammazzarne 10 mila” almeno.

Per ultimo, nelle diverse occasioni in cui ha parlato, ha tenuto a ribadire “la comprensione” della Chiesa Cattolica con l’agire del regime: “ha fatto il suo dovere, era molto saggia, in modo tale che ha detto quello che doveva dire senza crearci problemi imprevisti.”

“Il mio rapporto con la Chiesa è stato eccellente; abbiamo avuto una relazione molto cordiale, sincera e aperta. Non dimenticate che abbiamo anche avuto cappellani militari che ci hanno assistito e mai si è rotto quel rapporto di collaborazione e d’amicizia”, aveva dichiarato anche per la rivista spagnola Cambio 16. Solo “una minoranza non rappresentativa” è stata trascinata “dalla tendenza terzomondista di sinistra, politicizzata e di parte, tipica di altre chiese del continente”.

Alla domanda su come vorrebbe esser ricordato dalla storia, ha infine risposto: “Dall’onestà della mia condotta pubblica e privata, ma anche dalla prudenza delle mie decisioni dove non manca la fermezza. Il cristiano, a mio parere, dovrebbe agire con la parola come messaggero di Cristo, ma anche con la testimonianza delle sue opere come un soldato di Cristo “.

Qualche settimana fa il Papa Francesco la ricevuto la titolare delle Abuelas di Plaza di Mayo Estela Carlotto e un nipote ritrovato in quello che è stato il primo incontro di un Papa con le vittime della tragedia argentina. Estela si è dichiarata “soddisfatta ed emozionata” perché il Papa si è trattenuto con loro qualche minuto al termine dell’’udienza pubblica. Poco tempo per riparare 37 anni di silenzio.

i Questo senza negare la spiegazione abituale dell’ambiguo comportamento del PCA durante la dittatura negli ottimi rapporti commerciali con l’Unione Sovietica: l’incremento nella vendita del grano argentino rompendo l’embargo economico al quale era sottomessa la potenza sovietica dopo l’invasione ad Afganistan. Sono stati sollevate anche critiche su alcuni comportamenti morbidi verso l’Argentina in fori internazionali da parte di Cuba, sempre per la stessa ragione.

Note

ii “Las marcas de Videla”, por Eduardo Jozami, Pagina 12, 19 maggio 2013.

iii “Disposicion Final”, Mondadori, aprile 2012.

POSTED BY CAMBIAILMONDO ⋅ 22 MAGGIO 2013
Adriana Bernardotti (Buenos Aires)
http://cambiailmondo.org/2013/05/22/chi-era-videla-il-genocida/

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