La televisione nostra signora

tv_set2La Tv assolve molti incarichi: fare da baby sitter per bambini con genitori troppo impegnati, vincere elezioni, consolare la solitudine degli anziani, linciare magistrati poco supini nei confronti dei poteri forti, far innamorare adolescenti di questa o quella star dello spettacolo, vendere beni/servizi con la persuasione pubblicitaria, far ridere grazie al varietà, convincere per mezzo dell’informazione, far sognare con milionari telequiz, far sfogare per mezzo della cronaca sportiva, educare alla sessualità trasmettendo immagini di un corpo eternamente giovane, magro, bello e abbronzato.

Qual è l’identità di questo mostro dalle mille teste che tranquillamente abita nelle
nostre case e non chiede nulla se non il gesto breve e irriflesso di un dito che preme
il tasto del telecomando? E’ il nuovo Leviatano. E’ il potere a cui tutti ci
sottomettiamo volentieri. E’ un occhio sostitutivo e indiscreto che ci accompagna in
giro per il mondo. E’ lo specchio segreto che senza sguardo ci osserva mentre lo
osserviamo comodamente seduti in poltrona. Per il surrealista Bunuel la TV è uno
strumento che rende stupide le masse. Per il cattolico ultraconservatore McLuhan è
il Diavolo che s’insinua nelle nostre coscienze. Per alcuni marxisti poco ortodossi la
Tv è una fabbrica di disimpegno politico per mantenere la borghesia al potere. Per il
post-moderno Baudrillard è un’assassina che ha ucciso la realtà.

Ma la Tv è anche il collante che tiene unita una società in frantumi. Per non ragionare
troppo in astratto prendiamo come esempio Bologna. E’ una città come tante altre
composta da gruppi eterogenei: quello degli anziani (poco meno di terzo della
popolazione residente), degli studenti (fuori sede e non), dei piccoli commercianti (in
trincea contro gli assalti della grande distribuzione), della galassia delle vecchie e
nuove professioni (dall’avvocato all’operatore multimediale), degli impiegati pubblici
(spalmati in una miriade di enti e istituzioni), dei militari (presenza discreta ma
persistente che vediamo la domenica praticare lo struscio in Via Indipendenza), degli
immigrati italiani e stranieri (sfruttati e maltrattati), dell’élite dominate (di scarso
peso quantitativo ma prepotentemente decisiva sulle scelte che contano per il
destino della città e dei suoi abitanti). A ben vedere questi gruppi sono città nella
città, mondi a parte, uno nettamente separato dall’altro. Mondi che non comunicano,
al massimo si sfiorano per strada.

Cosa tiene insieme tutti questi cocci? Per assurdo proprio il fatto di essere cocci. La
società moderna e post-moderna non è coesa sulla base di scelte razionali ma per
paradossi come quello della povertà nel bel mezzo della ricchezza. Nel caso della Tv il
paradosso è quello di costituire una nuova religione. Certo, una religione laica che
dispensa a piene mani nudità a buon mercato e volgarità ormai senza misura. Ma in
quanto religione è l’altare davanti cui adulti e bambini si raccolgono. E’
l’appuntamento che ci aspetta in ogni momento. E’ la sicurezza di una voce che ci
parla di continuo. E’ la domenica di ogni giorno dell’anno. E’ il rosario della pubblicità
che come tutte le preghiere si ripete senza fine. E’ l’orologio privo di campanile che
scandisce i ritmi del tempo. E’ il paradiso dei desideri impossibili da realizzare ma
non per questo meno sognati, meno desiderati. E’ l’inferno del guardare ma non
toccare. La Tv è fedele ed è fatta per fedeli. Da qui la sua forza di attrazione tra
gruppi umani isolati. La leggerezza del suo perenne flusso di immagini assolve alla
funzione di tenere insieme una società sempre meno socievole.

Patrizio Paolinelli, il Domani di Bologna, 23 febbraio 2002.

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