I giovani a rischio devianza e la cultura sottoproletaria imposta dai poteri esterni

PIRGO_MOVIDAAbbiamo aspettato qualche giorno prima di scrivere questo articolo in attesa di una reazione del mondo politico-istituzionale cittadino alla notizia apparsa sulla prima pagina della cronaca locale del Messaggero il 14 settembre scorso. Titolo della notizia ”Allarme disagio giovanile”. Il comandante della polizia locale, generale Leonardo Rotondi, ha affermato, sulla base di dati quantitativi e analisi dei trend, che a Civitavecchia sette giovani su dieci sono a rischio devianza. Si tratta di una conclusione che fa accapponare la pelle e per la quale attendevamo prese di posizione da parte di tutta la classe dirigente della nostra città. Prese di posizione che non sono arrivate. Perché? Proviamo a dare qualche risposta.

Civitavecchia è “governata” da poteri esterni tramite sensali locali. D’altra parte, la città non ha un terziario degno di nota, mentre l’azienda più grande è, paradossalmente, il Comune (seguono le caserme militari). Dinanzi a questo quadro le eccellenze generate dalla classe media hanno come destino l’emigrazione perché prive di prospettive occupazionali e culturali sul territorio. I migliori vanno via lasciando ricoprire le funzioni tipiche del ceto medio (che altrove è il motore dei cambiamenti economico-sociali) a gruppi sicuramente agiati ma inclini a “sottoproletarizzarsi” e ad accettare supinamente lo status quo dettato dai poteri esterni. Sul piano della struttura sociale resta poi una massa sottoproletaria, legata a basse qualifiche e a lavori a scarsissimo know-how. I giovani che crescono a Civitavecchia hanno quindi due strade: andare via o adattare al ribasso le loro aspirazioni accettando come stili di vita i modelli televisivi e come modelli culturali le mode di massa.

In questo contesto è fatto proprio l’elogio del sottoproletariato urbano rozzo, incolto e privo di etica. Perciò avere delle aspirazioni, leggere, interrogarsi e magari impegnarsi per cercare di cambiare la situazione significa essere “diversi” e condannati all’emarginazione. La risposta dei giovani è quindi o la fuga o l’accettazione dello stato di cose. Particolarmente a rischio sono quei soggetti troppo giovani per andare via e che devono, loro malgrado, subire il modello dominante.

Quando non c’è via di fuga, e le strutture familiari e sociali non fanno in tempo a reagire, non resta che la bottiglia, con tutte le conseguenze che ne derivano. Nella vita quotidiana, quindi, non bisogna stupirsi se, nel nostro piccolo angolo di Mezzogiorno, si sia normalizzata l’inosservanza delle più elementari norme di convivenza civile. Ad un livello che interessa i media: vandalismo più o meno brutale, uso eccessivo di alcool e droghe prestazionali, risse. Ad un livello meno mediatico: parcheggi selvaggi, devastazione degli spazi verdi, locali pubblici presi d’assalto da orde di adolescenti noncuranti delle proteste degli altri clienti e dei richiami dei gestori.

Tuttavia va detto che questa pseudocultura è così radicata che non riguarda solo i giovani. I quali la assumono come propria perché costituisce un modello disponibile, pronto all’uso e con poche alternative. Come accennavamo questo modello è rappresentato da un ceto medio incapace e disinteressato a svolgere un ruolo di guida della crescita civile, lasciando un vuoto che viene ricoperto dal modus vivendi del sottoproletariato urbano. Per gradire un recente aneddoto. Un ricco e noto costruttore edile di Civitavecchia ama dare feste notturne a suon di petardi, fuochi d’artificio e ovviamente disco-music a tutto volume. Dopo tanta pazienza qualche vicino gli ha fatto notare che esistevano anche loro. La risposta è stata: io sono a casa mia e faccio quello che mi pare. Da questo episodio è possibile ricavare un atteggiamento assai diffuso a Civitavecchia: ognuno fa come gli pare, i diritti collettivi e più in generale “gli altri” non esistono.

L’humus di una realtà urbana senza regole, qui sommariamente descritto, incentiva alla devianza. Tanto più in una realtà economicamente depressa qual è quella di Civitavecchia. Va precisato però che la mancanza di lavoro non è l’unica causa di un atteggiamento che non ha rispetto per gli altri e per la cosa pubblica. Le cause sono, in grado paritario, di natura economica, sociale e culturale ed è su tutte e tre i livelli che bisogna intervenire: la devianza non si combatte solo trovando lavoro più o meno precario. Così facendo si rischia di avere giovani vandali part-time.

Patrizio Paolinelli e Mario Michele Pascale

http://www.bignotizie.it/news/rubriche/le-opinioni/20207-i-giovani-a-rischio-devianza-e-la-cultura-sottoproletaria-imposta-dai-poteri-esterni.html

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