Il consenso politico si fabbrica al cinema

A00077500Il partito politico non è più la sede privilegiata di formazione delle opinioni sul modo migliore di gestire la società. L’informazione televisiva, la pubblicità, il cinema, la moda, la comunicazione dell’industria turistica sono i nuovi luoghi dove si fabbrica il consenso politico e dove si attua il controllo sociale. Chi gestisce le visioni del corpo, della sessualità, dei sentimenti, chi produce le idee del bello e della felicità gestisce gran parte della cultura e indirettamente gran parte delle rappresentazioni sul modo di vivere in società. In altre parole: detiene il potere sulle coscienze. L’errore fondamentale della sinistra di governo negli ultimi trent’anni è stato quello di pensare che la sfera affettiva delle persone, l’immaginario collettivo, il mondo simbolico siano qualcosa di assolutamente spontaneo, apolitico o impolitico.

Qualcosa che riguarda il privato, l’individuo e non fatti sociali rispondenti a precise
logiche di dominio. Eppure i movimenti femminili e femministi, la sociologia critica,
un filone della semiologia hanno dimostrato l’esatto contrario. Non c’è stato niente
da fare. E sembra che tutt’oggi non ci sia niente da fare anche se un pericolo epocale
come l’attuale scontro tra Occidente e Islam non si fonda su opposte concezioni
economiche della società ma su portati culturali: la religione, il corpo, la sessualità,
la lingua, l’organizzazione della famiglia, l’assetto giuridico, l’istruzione,
l’abbigliamento, l’idea di comunità e di intimità. In una parola: è uno scontro
ideologico. Certo, è ovvio che con la scusa dell’attentato alle Torri gemelle gli USA
vogliono impadronirsi delle risorse petrolifere dell’Oriente. Ed è altrettanto ovvio che
l’interesse economico è in ultima istanza il movente che spinge pubblicità, cinema,
televisione, moda, industria discografica. Ma queste cause materiali sono
sistematicamente oscurate da prodotti immateriali che plasmano l’intero mondo
interiore degli individui. Sono le immagini della moda, della pubblicità, dei massmedia
a dirci qual è il corpo più bello da imitare, cosa indossare, cosa mangiare, cosa
desiderare, come comportarci, dove e come passare il tempo libero, come fare
l’amore, quali sono i nostri problemi, i nostri veri bisogni, qual è il senso della vita.
Cosa c’è di più politico?

L’estate scorsa sulla copertina di un periodico rosa di grande tiratura una star
televisiva giovane e bella e in costume da bagno ultraridotto affermava che
finalmente adesso tocca alle donne tradire gli uomini durante le vacanze. Il
messaggio latente è: ecco raggiunta la parità tra i sessi. Una libertà fondata sulla
menzogna e il tradimento è ben poca cosa, è in realtà la negazione della libertà, è
una forma di repressione. Ma in assenza di modelli alternativi di comportamento le
libertà repressive si trasformano in irrinunciabili soddisfazioni collettive. Oggi è
considerata emancipata la donna-soldato che pilota cacciabombardieri. In definitiva,
i mezzi di comunicazione di massa sono riusciti a neutralizzare l’etica della differenza
femminile e ad imporne un’altra che fa della donna una portatrice dei peggiori valori
maschili come la virilità e la guerra.

Questi passaggi culturali non sono neutrali, non avvengono per moto proprio. Sono
rivoluzioni sociali guidate da chi detiene il controllo dei media e che una volta
realizzate si trasformano in rivoluzioni politiche reazionarie. La sinistra di governo è
quasi totalmente aliena dall’individuare nella sfera extralavorativa le basi materiali
del dominio. Non così i capitalisti. Che si sono impadroniti dei meccanismi
comunicativi di produzione della coscienza.

Patrizio Paolinelliil Domani di Bologna, 22 ottobre 2002.

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