Il fumo nero della locomotiva

Günter Wallraff nel 1983 camuffato da operaio turco

Di Günter Wallraff sono disponibili in italiano tre libri-inchiesta: Faccia da turco (Pironti editore, 1985); Notizie dal miglior e dei mondi. Una faccia sotto copertura (L’orma editore 2012) e il recente Germania anni dieci. Faccia a faccia con il mondo del lavoro (L’orma editore 2013, 194 pagg., 13,00 euro). 

Dai titoli spicca il ripetersi del termine “faccia”. E a ragione, perché Wallraff è un giornalista assai atipico nel panorama dell’informazione: narra i fatti dal di dentro trasformandosi in testimone diretto. Il suo metodo consiste infatti nel condurre inchieste in incognito assumendo il volto e il ruolo dei soggetti coinvolti nei casi su cui indaga. Ricorrendo a studiati travestimenti Wallraff diventa di volta in volta un senzatetto, un immigrato di colore, un operatore di call center, un operaio e così via. Per periodi anche lunghi conduce l’esistenza della figura professionale o del soggetto sociale che indaga e una volta ritornato nei panni del giornalista riporta nero su bianco l’esperienza vissuta sulla propria pelle. Sistematicamente ne viene fuori la denuncia di condizioni di vita e di lavoro che ci fanno pensare a un ritorno alla prima rivoluzione industriale, epoca in cui i diritti umani e quelli dei lavoratori praticamente non esistevano.

A 71 anni suonati e grazie ai suoi reportage “in presa diretta”, Wallraff è oggi considerato uno dei più importanti giornalisti d’inchiesta a livello internazionale. Germania anni dieci può anche essere considerato una sintesi della sua quarantennale attività di giornalismo critico. Il libro si apre con la cronaca dell’esperienza di Wallraff, operaio sotto mentite spoglie, in uno storico panificio industriale tedesco che ha come unico cliente il discount alimentare Lidl. Le condizioni di lavoro alla catena di montaggio (esiste ancora) sono disumane, umilianti e pericolose. Per di più la paga è da fame (7,66 euro lordi all’ora, che corrispondono a 6 euro netti), il mobbing la regola e il lavoro precario (nei periodi in cui calano le ordinazioni della Lidl si resta a casa senza salario). Di questa vicenda indignano molte cose. Ma è soprattutto il cinismo e la crudeltà dei titolari dell’azienda che lascia di stucco. In tal senso uno meriti dei reportage di Wallraff è spingere il lettore a interrogarsi sulla responsabilità morale dell’imprenditore nella nostra società.

Una seconda inchiesta riguarda le condizioni di lavoro nella catena di caffetterie Starbucks, un marchio-simbolo della globalizzazione (170mila dipendenti in tutto il mondo, in maggioranza part-time). Qui la situazione di sfruttamento è forse peggiore di quella dell’azienda precedente anche perché il personale delle varie filiali è scientemente tenuto sotto organico. Il sistema dei doppi turni prevede che un “barista” (8 euro lordi all’ora) finisca il turno di notte alle sette o alle otto del mattino per riprendere il lavoro a mezzogiorno. I coordinatori dei turni (shift-supervisor) non stanno meglio dei “baristas” e sono a disposizione dell’azienda 24 ore su 24 per appena cento euro in più al mese. Alla Starbucks il sistema di sfruttamento viene occultato da pelosa familiarità e pomposi inglesismi e che edulcorano una vecchia tendenza del capitalismo: pagare il lavoro il meno possibile (e se si può, non pagarlo affatto – come nel caso degli straordinari e dei corsi di aggiornamento obbligatori proprio alla Starbucks).

Dalle cinque inchieste di Wallraff contenute nel libro emerge il lato oscuro della locomotiva economica europea. Un cono d’ombra assai largo. Tant’è che da alcuni anni Wallraff è contattato non solo da working poors ma anche da quadri intermedi, dirigenti d’azienda e in un’occasione persino un consigliere d’amministrazione. I motivi sono tra i più disparati: lavarsi la coscienza, la speranza di ottenere da Wallraff un articolo che in qualche modo possa risarcirli per le ingiustizie subite, tentare di spezzare meccanismi perversi che vigono nelle loro aziende. Uno di questi casi riguarda un dirigente delle ferrovie tedesche incaricato di curare le relazioni con il mondo politico. Dinanzi ai numerosi disservizi causati dalla privatizzazione del servizio pubblico il presidente del consiglio di amministrazione della Deutsche Bahn AG, Hartmut Mehdorn, scarica le responsabilità sul manager. E per convincerlo a fare da capro espiatorio lo sottopone a un mobbing scandaloso.

Oltre allo sfruttamento, mobbing è un’altra delle parole-chiave di “Germania anni dieci”. Desta impressione il capitolo intitolato “Con ogni mezzo. Gli avvocati del terrore”. Il titolo è di per sé esplicativo. Ma leggere pagina dopo pagina le tecniche utilizzate per neutralizzare o mandare a casa sindacalisti e dipendenti scomodi pone molti interrogativi sulla democrazia all’interno delle aziende. Il caso analizzato da Wallraff è quello di un avvocato assai noto nel mondo delle imprese tedesche, Helmut Naujoks. Un esperto nell’aggirare e “forzare” le leggi a tutela dei lavoratori. Non solo. Naujoks è un vero scienziato delle strategie di mobbing. Strategie che vengono sapientemente orchestrate sinché il soggetto non si arrende. Lascia sconcertati il fatto che tutto ciò non avvenga dietro le quinte. Al contrario, le tecniche di tortura psicologica a cui è sottoposto il dipendente sgradito sono oggetto di pubbliche conferenze da parte di Naujoks e seguite con interesse dal padronato tedesco. Se si considera poi che persino gli uffici di collocamento e di immigrazione sono complici delle aziende, viene fuori un vero e proprio sistema di repressione dei diritti dei lavoratori che riporta indietro di parecchio l’orologio della storia. “Germania anni dieci” è un libro che colpisce allo stomaco. Un libro-verità. E la verità talvolta è scomoda, ma fa prendere consapevolezza.

Patrizio Paolinelli, via PO cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 9 novembre 2013.

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