Un romanzo sull’alienazione metropolitana

cover i passantiI passanti di Laurent Mauvignier

Solitudine, noia, egotismo, fragilità, violenza. Ecco i lati del pentagono in cui si dibatte l’alienazione metropolitana narrata da Laurent Mauvignier nel breve romanzo “I passanti” (Del Vecchio Editore, 126 pagg., 13,00 euro). Il plot è a dir poco scarno e ruota intorno un evento traumatico: lo stupro subito da una giovane donna, Claire. Ma non è Claire la protagonista. Le principali voci del romanzo appartengono a Catherine, amica e vicina di casa di Claire, e allo stupratore, un trentenne sbandato che abita nello stesso modesto quartiere in cui è avvenuta la violenza.  L’assenza di azione caratterizza il dipanarsi dell’intera vicenda. Il testo è infatti composto da brevi capitoli che alternano i monologhi interiori di Catherine e dell’uomo. Ma chi sono entrambi? Qual è il loro profilo sociale? Catherine è giovane, single, non particolarmente attraente, lavora come sorvegliante di bambini in una mensa scolastica e con scarso entusiasmo si sta preparando ad affrontare un concorso per diventare insegnante di musica. L’uomo è dipinto da Mauvignier come un trentenne disoccupato che per scelta vive solo, rivanga il passato, indossa sempre lo stesso giubbotto marrone e non cerca minimamente di uscire dal tunnel in cui si trova. All’interno di questa cornice si sviluppa l’ininterrotto auscultare se stessi da parte dei due protagonisti. Catherine è divorata dal senso di colpa perché la notte in cui è avvenuto lo stupro stava ascoltando della musica con le cuffie e non si è accorta di nulla nonostante il fatto avvenisse a due passi da casa sua. Lo stupratore è angosciato dalla paura di aver ucciso la sua vittima e cerca disperatamente di trovare una ragione per giustificare a se stesso il male che ha fatto. L’unica maniera per trovare un po’ di pace consiste nel separare nettamente quello che è da quello che fa: “io non ho idea di ciò che sono”.

Il concorso che impegna Catherine e la presa di distanza da sé del giovane disoccupato non sono sufficienti a rimettere le cose a posto. Un fantasma aleggia sulle loro teste: la solitudine. Una solitudine che non trova soluzione nella compagnia altrui. A un certo punto Catherine confessa a se stessa di non avere niente in comune con Claire, nonostante sia la sua migliore amica e non faccia altro che pensare alla violenza che ha subito. Per colmare il vuoto in cui si dibatte, il venerdì e il sabato sera Catherine si porta a casa uomini appena conosciuti. L’unico contatto è fisico. Per il resto incomunicabilità assoluta: “ne conosco tanti che di notte vengono da me perché non vogliono tornare a casa loro e non ne possono più delle loro vite … e tutte queste persone sono come bambini che parlano, che parlano e a furia di parlare dimenticano il viso di chi li ascolta”. E poi arriva la domenica: il giorno più tragico di tutti perché la città si svuota. Il giorno in cui non ci si può mimetizzare tra la folla del quartiere e nella ressa del metró.

Il mondo interiore del giovane disoccupato non è poi così diverso da quello di Catherine. E’ assediato dagli stessi spettri: notti insonni, incapacità di stare da solo, incapacità di essere felice, incertezza su cosa desiderare e cosa non desiderare. Come trascorre le sue giornate quest’uomo? In un’opprimente routine trascorsa seguendo i soliti percorsi: i giardini pubblici, la piscina e un bar (situato dall’altra parte del parco e da cui si intravede l’appartamento di Catherine), dove due o tre volte la settimana beve un caffè, fuma una sigaretta dietro l’altra e getta un’occhiata distratta al giornale. Gli altri, ovverosia gli avventori, i passanti, la folla sono oggetto di un’incessante osservazione. Anche Catherine entra nel campo visivo dello stupratore. Una mattina la incontra al bar che frequenta ma non trova il coraggio di attaccare bottone. Gli altri sono coloro che lo guardano ma non lo vedono, coloro che non sanno della sua difficile convivenza con l’omicidio che crede di aver compiuto, coloro che non lo conoscono perché se lo conoscessero saprebbero che lui non somiglia affatto alle persone che fanno del male. Tra tutti questi altri c’è anche Catherine, che lui spia da lontano.

Sono molti gli aspetti sorprendenti nel lavoro di Mauvignier. Ad esempio, la parola stupro non viene mai pronunciata e lo stupratore resta senza nome per tutto il romanzo. Come se l’azione e il soggetto agente scomparissero uno nell’altro. Inquietante poi è il fatto che il monologo interiore di Catherine e quello del giovane disoccupato abbiano lo stesso ritmo dolente di chi è rassegnato a non trovare un senso alla propria vita. Insomma, Catherine e lo stupratore parlano la stessa lingua, e possiedono la medesima struttura del sentire. Sulle prime l’effetto è disorientante perché il lettore non riesce a prendere posizione. Ma se si prescinde dai personaggi quello che Mauvignier sembra volerci dire è che la nostra società non può produrre altro che vittime e carnefici.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 29 marzo 2014.

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