Dal Brasile alla Spagna, le vittime delle dittature fasciste chiedono giustizia

Una giustizia universale per le vittime delle dittature del Cono Sur e della Spagna franchista

videla e pinochet

Videla e Pinochet

La scorsa settimana sono accaduti alcuni avvenimenti in contemporanea che hanno in comune la lotta per la verità e la giustizia sui crimini delle dittature. In Brasile è stato ricordato il cinquantenario del golpe militare de 1964, che inaugurava la dittatura più lunga del Cono Sur dell’America Latina (1964-1985) fornendo un modello da riprodurre in tutta la Regione.

 

 

Il Governo brasiliano ha approfittato della ricorrenza per fare un piccolo passo nella sua politica a favore della verità e di giustizia per le vittime: il Brasile è gravato ancora dalla legge d’auto-amnistia e dell’oblio imposto alla società sul carattere sanguinario della dittatura.

In Argentina è decorso l’anniversario della Guerra di Malvinas (1982), che accelerò la fine della dittatura dei militares e l’inizio del processo giudiziario contro i responsabili di crimini contro l’umanità più tragico della regione. A Madrid, invece, negli stessi giorni, il tribunale rifiutava la richiesta di estradare e consegnare i torturatori di Franco al processo che i familiari delle vittime hanno aperto a Buenos Aires, in base al principio di giustizia universale per crimini contro l’umanità.

La settimana scorsa il Brasile ha ricordato il cinquantenario del golpe militare del 1964 contro il presidente eletto Joao Goulart, evento che avrebbe inaugurato il ciclo di dittature sudamericane impostate sulla Dottrina della Sicurezza Nazionale, promossa dalla CIA e dal governo degli Stati Uniti con l’obiettivo di sradicare qualsiasi fantasma di minaccia comunista in America Latina. Si istaurava nel Cono Sur un’ondata di terrore che si concludeva con il Cile di Pinochet (1973-1990), l’Uruguay (1973-1985) e la sanguinaria dittatura dei generali argentini (1976-1983).

La dittatura brasiliana (1964-1985) non solo ha avuto l’oscuro merito d’essere la prima e più lunga in durata, ma anche quello di esser stata considerata “esemplare” dai colleghi militari degli altri paesi. Il fatto di arrivare prima, la sua celerità, è stato un fattore determinante nei suoi “successi”, spiega l’analista Emir Sader. Infatti, si è scagliata contro un movimento popolare che era ancora nella fase iniziale di sviluppo; d’altra parte, questo ha agevolato la riuscita del cosiddetto “miracolo economico brasiliano” (1968-1974) – con crescite annue del 10% annuale – sfruttando a proprio vantaggio la fine del ciclo di sviluppo del dopoguerra per attirare sul Brasile i grandi investimenti che promuoveranno la diversificazione e industrializzazione della sua economia. La dittatura, da parte sua, ha provveduto a creare le condizioni di attrazione per i capitali internazionali, intervenendo militarmente sui sindacati e favorendo il supersfruttamento dei lavoratori.
Questi risultati sono serviti ai militari brasiliani per guadagnarsi la fama di “dittatura morbida” e per imporre una rimozione nella memoria collettiva sulle vittime della repressione, che è stata sancita dalla legge di auto-amminstia (1979) e convalidata ancora recentemente dal Supremo Tribunale Federale (2010) come pegno di “riconciliazione nazionale”.

Il numero ufficiale di vittime della dittatura brasiliana è di 500 morti e scomparsi per ragioni politiche. E’ molto difficile il lavoro dei familiari delle vittime per raggiungere la verità sul destino dei propri cari. La casta militare conserva ancora potere in Brasile e una forte incidenza in altri settori come quello dei giudici. Non teme di sfidare il potere politico, come ha fatto con Dilma, di recente, rimanendo a braccia incrociate nella cerimonia diriabilitazione della memoria, dopo anni di silenzio, dell’ex presidente Joao Goulart. Quest’ultimo – un’erede del populismo di Getulio Vargas che aveva cercato di approfondire in senso nazionalistico e di partecipazione popolare – era stato estromesso dalla presidenza nel 1964 per una serie di misure progressiste che includevano la riforma agraria e la nazionalizzazione delle imprese straniere.

Un’altra rimostranza dei militari è del 2010, quando sono riusciti a fare abortire il progetto del Presidente Lula di creare una Commissione sulla Verità dei crimini della dittatura, con la minaccia di dimissione da parte degli alti ufficiali delle tre forze armate.

Adesso Dilma Roussef è riuscita, ma la strada è lunga ed in ascesa: Alla fine del 2011 ha promulgato la legge che ha creato la Commissione Nazionale della Verità (CNV) per indagare sulle violazioni dei diritti umani, torture e uccisioni durante la dittatura militare. Questa commissione, che ha iniziato ad operare nei primi mesi del 2012, è composta di sette membri ed ha una durata di due anni per chiedere documenti pubblici, interrogare i testimoni e richiedere analisi forensi per identificare i resti degli scomparsi per ragioni politiche. Un primo risultato è stato, l’anno scorso, l’esumazione dei resti di Goulart per indagare se egli fu assassinato nel 1976 durante l’esilio in Argentina, come sostengono i suoi familiari.

La strategia del Governo è quella di raccogliere le forze. A livello locale si sono formate altre commissioni con organizzazioni della società civile, di familiari e dei diritti umani: l’esempio argentino è illuminante in questo senso. Il 46% dell’opinione pubblica è oggi contraria all’auto-amnistia. Si attende che il rapporto finale della CNV di dicembre prossimo raccomandi il perseguimento delle sparizioni e delle torture in quanto reati imprescrittibili, fattore che potrebbe servire per sensibilizzare la Corte Suprema e spingersi sul tema amnistia.

Agli antipodi del Brasile, l’Argentina è il paese più avanzato in termini di persecuzione dei crimini commessi dalla dittatura. I processi giudiziari sono cominciati appena recuperata la democrazia, con il governo di Raul Alfonsin (1983-89) e la costituzione dellaCONADEP (Commissione Nazionale sulla Scomparsa di Persone), che ha consegnato migliaia di casi all’indagine della giustizia. Il risultato è stato la condanna degli alti comandi delle Forze Armate, ma poi, rispondendo alle minacce dei militari, ancora forti per mettere in crisi la democrazia, il Governo ha dovuto adottare le leggi di “Punto Finale” (1986) e di “Obbedienza Dovuta” (1987), che bloccavano l’avanzamento dei processi sui ranghi inferiori. In seguito il presidente Carlos Menem (1989-99), con un discorso di “riconciliazione nazionale”, concesse l’indulto a tutti i militari e civili condannati mediante decreti del 1989 e 1990. (più di 200 militari e 70 civili)

Si è dovuto attendere il 2003 affinché il Congresso abrogasse le leggi di amnistia e la Corte Suprema dichiarasse la sua incostituzionalità (2005), dando il via alla riapertura dei processi. Tra il 2007 e il 2014 ci sono stati 495 condannati (altri 45 sono stati assolti), di cui 51 sono civili e, i restanti, membri delle forze dell’ordine (principalmente dell’Esercito e delle polizie provinciali). Tra i civili compaiono: personale dei servizi d’intelligenza, funzionari dei sistemi giudiziario e sanitario, persone colpevoli del reato di appropriazione di bambini, imprenditori e perfino ecclesiastici.

Era stata necessaria la pressione internazionale per rimuovere l’amnistia in Argentina. La spinta arrivava dall’Europa: il giudice spagnolo Baltasar Garzon promuoveva l’applicazione della giurisdizione universale per i crimini contro l’umanità e otteneva la detenzione del generale Pinochet nel Regno Unito nel 1998. Pochi giorni dopo si aprivano a Buenos Aires i processi contro Videla e Massera per sottrazione di bambini – un reato non contemplato nelle leggi d’amnistia.

A livello regionale un supporto fondamentale è la Corte Interamericana dei Diritti Umani, che ha legiferato sull’imprescrivibilità dei crimini di lesa umanità. La sentenza del 2001 in merito alla Strage di Barrios Altos (1991), nel Perù di Fujimori, ha costretto lo Stato peruviano a riaprire il processo e condannare i responsabili, accantonando la legge d’amnistia del 1995; è stata citata pure tra i fondamenti della domanda d’estradizione al Giappone dell’ex Presidente Fujimori, con il fine di esser giudicato e condannato in Perù. Questa stessa sentenza è stata utilizzata dalla Corte Suprema d’Argentina per sancire l’incostituzionalità delle leggi d’amnistia (2005).

In ogni caso, la giustizia procede con vari tentennamenti nei vari paesi. L’effetto dell’arresto di Pinochet è stato l’elemento chiave per la presentazione in massa di denuncie in Cile. Ci sono circa 1.350 casi contro più di 800 repressori nei tribunali. Alla fine di luglio 2013, la Corte Suprema aveva risolto 153 cause penali, 140 dei quali con condanne, ma predomina l’applicazione sistematica di misure attenuanti e di prescrizioni: soltanto il 30% delle sentenze definitive contemplano la privazione della libertà, cioè il carcere.

Il Centro per gli Studi Legali e Sociali (CELS) ha presentato di recente un rilevamento sullo stato d’avanzamento del processo di giustizia penale in Argentina, Brasile, Cile, Perù e Uruguay. Nello studio s’identificano cinque principali problemi che accomunano i vari paesi: ritardi e ostacoli nell’amministrazione della giustizia; difficoltà per ricavare testimonianze e nel rapporto della giustizia con i testimoni; bassa percentuale di condannati in rapporto agli imputati; la riluttanza di alcuni tribunali a usare il diritto internazionale sui diritti umani e, per ultimo, il prolungamento di dibattiti dogmatici attorno all’annullamento delle leggi d’amnistia.

Le discussioni sulla validità delle amnistie sono quotidiane in Brasile, Cile e adesso anche in Uruguay, dove una recente e pericolosa sentenza della Corte Suprema ha dichiarato nel febbraio 2013 l’incostituzionalità della legge 18.831/2012 di annullamento dell’Amnistia, convalidando quindi la prescrizione dei crimini contro l’umanità e mettendo a rischio la continuità dei 138 processi che a fatica si svolgono nei tribunali. Anche nel Perù si riportano forti arretramenti: predominano le sentenze assolutorie ed è stato messo in discussione il principio dei crimini contro l’umanità in sentenze recenti.

In Perù, Brasile e Uruguay le Forze Armate sono ancora un attore di peso nelle decisioni politiche, sostiene il rapporto. L’eccezione è costituita dall’Argentina, dove i militari sono stati oggetto di epurazioni e si è impedito l’avanzamento di carriera degli uomini legati alla repressione.

Nel marzo 2013 è cominciato a Buenos Aires il processo contro i militari implicati nel “Piano Condor”, il coordinamento che riuniva le dittature di Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay, Perú e Uruguay,per perseguire, sequestrare, torturare (anche trasferendo di paese in paese i prigionieri) e assassinare gli oppositori negli anni ’70-’80. Gli accusati sono 25 –tutti militari argentini, ad eccezione del ex colonnello uruguaiano Manuel Cordero, estradato dal Brasile – e l’oggetto del giudizio è la detenzione e il rapimento illegale di 106 persone successivamente scomparse: in maggioranza uruguaiani (48) e il resto argentini, boliviani, cileni, paraguaiani e anche una peruviana.

Emblematica per conoscere il funzionamento di questa rete del terrore è stata la testimonianza della sopravissuta uruguaiana Ana Quadros, sequestrata a Buenos Aires nel 1976 e detenuta nel campo di concentramento ex fabbrica Orletti (una base operativa del Plan Condor), dove è stata torturata e violentata dal colonnello Cordero. Da lì è stata trasferita in un altro centro di detenzione, questa volta in Uruguay, il suo paese.

La stessa strada avrebbe seguito Maria Claudia Garcia, la nuora desaparecida del celebre poeta argentino Juan Gelman, che dopo lunghi anni di ricerca ha recuperato la sua nipote Macarena, nata in Uruguay durante la prigionia. E’molto significativo anche il caso di Horacio Campiglia e Susana Pinus, sequestrati nell’aeroporto di Rio di Janeiro e, si presume, trasferiti a Buenos Aires dove sono definitivamente scomparsi (ciò a conferma della partecipazione brasiliana nel Plan Condor).

Fanno parte anche delle azioni del Piano Condor gli assassinii a Buenos Aires di politici oppositori delle dittature alleate: i parlamentari uruguaiani Zelmar Michelini e Héctor Gutiérrez Ruiz, l’ex presidente boliviano Juan Jose Torres (entrambi nel 1976). Forse sarà il caso di includere nella lista l’ex presidente brasiliano Joao Goulart, se gli esami in corso sulla sua salma avvereranno l’ipotesi sostenuta dai discendenti.

Il processo argentino al Condor potrebbe avere un impatto molto positivo per rimuovere situazioni di paralisi in altri paesi, attraverso le richieste di estradizione. Un antecedente è stato l’estradizione a Buenos Aires dell’ex agente della polizia segreta cilena Enrique Arancibia Clavel, condannato per l’assassinio nel 1974 dei suoi compatrioti, il generale e funzionario del governo di Salvador Allende Carlos Prats Gonzalez e di sua moglie Sofia Cuthbert,nell’ambito delle attività del Piano Condor.

La causa contro i responsabili del Piano Condor ha trovato anche una sponda europea nei tribunali di Roma, dove lo scorso mese di ottobre 2013 si è aperto quello che si presenta come il più importante procedimento penale all’estero contro le dittature sudamericane. Il processo è stato avviato dal PM Giancarlo Capaldo nel 1998 e coinvolge 35 ex militari e civili di Bolivia, Cile, Perù e Uruguay accusati di omicidio plurimo pluriaggravato, sequestro di persona e strage nei confronti di 23 cittadini italiani nell’ambito del Piano Condor. Il ritardo dell’ordinamento giuridico italiano nell’adeguarsi alle norme internazionali, ostacola una migliore e più precisa definizione delle imputazioni, includendo i reati di sparizione forzata stabilito dallo statuto della Corte penale internazionale e di tortura, come richiesto da decenni dall’Europa.

Nella prima udienza preliminare sono stati ammessi come parte civile, in modo da accompagnare i familiari delle vittime, la Presidenza italiana del Consiglio dei Ministri e l’Uruguay e il suo partito di governo, il Frente Amplio. Sono state invece respinte le richieste della Regione Emilia Romagna e del Partito Democratico (PD).

Merita di porre l’accento sul valore simbolico e giuridico dell’impegno del governo uruguaiano, che accompagna all’estero processi penali che non riesce a sostenere nel proprio paese. Al contrario non ci sono imputati argentini, in modo di non interferire con l’avanzamento delle cause che in questo caso sì si svolgono nei tribunali locali.
L’elenco dei 23 desaparecidos di cittadinanza italiana, include sei argentini – due sequestrati in Bolivia, due in Brasile e due in Paraguay -, quattro cittadini cileni rapiti nel proprio paese e 13 uruguaiani scomparsi in Argentina.

E’ giusto ricordare che questo impegno sul Plan Condor è il corollario di una lunga serie d’interventi della giustizia italiana. Nel 1985, diversi anni prima dell’azione del giudice spagnolo Garzon, sono partiti in Italia i processi contro i responsabili della sparizione di cittadini italiani in Argentina. Nel dicembre del 2000, il Tribunale di Roma ha promulgato la prima sentenza europea sulla materia (confermata in appello nel 2003), con la condanna in contumacia all’ergastolo dei generali Suarez Mason e O. Riveros e a 24 anni di carcere ad altri cinque militari, per il sequestro e l’omicidio di otto cittadini italiano-argentini.

Nel marzo 2007, una seconda sentenza è stata pronunciata dalla II° Corte d’Assise di Roma,che ha condannato in contumacia all’ergastolo i cinque ex ufficiali della Marina Acosta, Astiz, Vildoza, Febres e Vañek per l’omicidio premeditato e per la sparizione di Angela María Aieta, di Giovanni Pegoraro e della figlia Susanna, che nella caserma-carcere dell’ESMA (la scuola superiore della marina argentina) nel novembre del ‘77 aveva dato alla luce Evelyn, ritrovata poi dalle Abuelas (le nonne di Plaza de Majo) nel ’99. Infine nel dicembre 2007 ha rinviato a giudizio 146 persone coinvolte a diverso titolo nel Piano Condor, una parte dei quali sono i 35 imputati che adesso sono oggetto del processo penale in corso.

Le inchieste che hanno condotto ai due processi conclusi rispettivamente nel 2001 e 2007, vennero aperte grazie all’articolo 8 del Codice Penale che consente la perseguibilità in Italia di delitti politici commessi all’estero, anche da stranieri, a danno di cittadini italiani, includendo altresì i delitti comuni determinati, in tutto o in parte, da motivi politici (M. Rosti, 2008).

Sulla strada aperta dall’Italia si sono avviati in seguito altri paesi europei. Da menzionare anche qui il giudiceBaltasar Garzon, che ottiene nel 2005 la condanna del repressore argentino Adolfo Scilingo, a 640 anni di carcere, per la scomparsa di cittadini spagnoli. In questo caso, a differenza degli italiani, la condanna si fa realmente effettiva per la presenza e cattura dell’imputato sul territorio spagnolo. Anche in Francia è stato condannato in contumacia l’ufficiale della Marina Alfredo Astiz, soprannominato “l’angelo della morte”, per il sequestro e assassinio di due suore francesi; infine, tra il 2001 e il 2003 il Tribunale di Norimberga ha emesso diverse richieste di cattura internazionale ed estradizione nei confronti dei militari argentini per la scomparsa di una cittadina tedesca.

Anche lo Stato spagnolo sostiene con le unghie e con i denti il muro impenetrabile dell’amnistia. Il destino delle 114.000 vittime (le ultime indagini accademiche parlano di almeno 140.000) della dittatura franchista (1936-1977) rimane ancora nell’ ombra: la Legge di Amnistia (1979) e la politica di riconciliazione nazionale che diede vita al moderno Stato spagnolo alla morte del dittatore, impediscono la riapertura di questo capitolo della storia. Una storia che non riguarda soltanto le battaglie lontane della Guerra Civile, visto che gli ultimi giustiziati dal regime sono dell’anno 1975 (5 militanti delle organizzazioni armate di sinistra ETA e FRAP), e che include il mistero aberrante dei 30.000 bambini figli di oppositori repubblicani scomparsi, per essere consegnati a orfanotrofi e famiglie “cristiane” per la loro rieducazione: una pratica vicina all’eugenetica che parecchi anni dopo importerà la dittatura argentina.

Anche contro queste atrocità commesse in patria, ha cercato di scagliare il braccio della giustizia Baltasar Garzon, ma con esito meno positivo. Nel 2008avvia il primo censimento sulle vittime del franchismo (persone fucilate, scomparse e seppellite in fosse comuni) e, subito dopo, si dichiara competente per procedere nei suoi compiti giudiziari.

Disobbedendo alla legge d’amnistia spagnola, avanza le sue investigazioni sul periodo della Guerra Civile e i primi anni del governo di Franco e istruisce l’apertura di 19 fosse comuni (tra cui quella dove si trovano i resti del poeta Garcia Lorca). Comincia così una lunga battaglia di Garzon contro l’Audiencia Nacional e le autorità dello Stato, che si conclude nel 2012 con la sua espulsione della magistratura spagnola.
Il lavoro di Garzon è servito comunque a mobilitare la popolazione spagnola e l’opinione pubblica internazionale. Le organizzazioni dei diritti umani (Human Rights Watch, Amnesty International) hanno denunciato il“doppio standard” della giustizia spagnola, che si è battuta contro i crimini delle dittature di Cile e Argentina in base al principio di “giustizia universale” ma, al contrario, accusa di prevaricazione un giudice che cerca di fare lo stesso in Spagna.

Nell’ottobre del 2013, il “Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulle Sparizioni Forzate di Persone” ha realizzato una missione a Spagna e ha deplorato “l’inesistenza d’indagini giudiziarie effettive o di persone condannate”per questi crimini, ritenendo fondamentale “che la Spagna ratifichi la Convenzione sull’imprescrittibilità dei crimini di guerra e contro l’umanità”, rivolgendo altresì un appello alla magistratura a “fare un uso valido” degli strumenti internazionali in vigore.

Facendo un cerchio nella storia e nella geografia, la giustizia si è trasferita dall’altro lato dell’Atlantico, nei tribunali argentini. Nell’aprile del 2010, tre famigliari delle vittime si sono rivolti a Buenos Aires per iniziare una causa per genocidio e crimini contro l’umanità commessi dalla dittatura franchista, applicando il principio di giustizia universaleadottato nella normativa argentina. Alla denuncia iniziale si sono aggiunti sempre più casi – ad oggi sono 150 – sempre presso gli uffici a carico della Giudice Maria Servini Cubría. La stessa, ha emesso nel settembre 2013 un mandato di arresto internazionale nei confronti di quattro repressori della dittatura franchista: l’ex guardia civile Jesus Muñecas Aguilar, l’ex ispettore Juan Antonio González Pacheco (alias Billy el Niño), l’ex uomo della scorta di Franco Celso Galvan Abascal e l’ex brigadiere José Ignacio Giralte.

Questa settimana si sono riuniti i magistrati spagnoli dell’Ufficio del PM del Tribunale Superiore (Audiencia Nacional) per decidere sulla rogatoria argentina. E’ importante dare risalto a che è la prima volta che compaiono responsabili dei crimini del franchismo davanti alla giustizia spagnola.

Le richieste di estradizione per Muñecas e Billy el Niño (gli altri due sono deceduti) sono state rifiutate, come era d’attendersi, con gli argomenti del mancanza di giurisdizione dei tribunali spagnoli e della prescrizione dei reati di tortura denunciati. Tuttavia, il tribunale ha riconosciuto il diritto delle vittime “a soddisfare il desiderio di giustizia” che deve però essere giudicato dove i reati sono commessi. Il PM “per adempiere gli obblighi diplomatici, consiglia le autorità argentine di presentare una denuncia in Spagna”, il che consentirebbe di sentire le vittime dinanzi ai giudici spagnoli, cosa che non è successo finora.

I consolati argentini, disponibili a ricevere denunce spagnole, sono molti attivi. Gli avvocati dei familiari hanno sollecitato il mese scorso altre detenzioni ed estradizioni internazionali, che attendono un esito negli uffici della giudice argentina Servini di Cubria e coinvolgono tre ex ministri del regime (uno dei quali è suocero dell’attuale Ministro di Giustizia di Spagna!) e due ex-giudici.

Il processo argentino è stato un importante incentivo per la mobilitazione della società spagnola. Nel 2012 le associazioni di familiari e denuncianti si sono incontrate e hanno deciso di lanciare diverse piattaforme territoriali con l’obiettivo di promuovere un vasto movimento sociale di sostegno alle iniziative. Nel giugno 2013 è nata CeAqua, il Coordinamento Nazionale di Appoggio alla Causa Argentina contro i crimini del franchismo.

Attraverso il lavoro capillare, l’iniziativa ha ottenuto mozioni di appoggio istituzionale da parte di molti comuni di Catalogna, Asturie, Galizia, Valencia, Baleari, così come dei Parlamenti Regionali della Catalogna e dell’Andalusia.

La causa spagnola ha trovato in Argentina molto appoggio istituzionale e l’adesione da parte delle organizzazioni dei diritti umani. Recentemente si è costituito a Buenos Aires una Piattaforma Argentina di supporto alla causa, alla quale hanno aderito quasi 100 organizzazioni locali che vogliono lavorare in coordinamento con la rete CeAQUA di Spagna.

Anche il giudice Garzon vive e lavora oggi in Argentina, come presidente del Centro Internazionale per la Promozione dei Diritti Umani patrocinato dell’Unesco, nell’ufficio che ha sede precisamente all’ESMA, la caserma militare di prigionia e di terrore dove regnavano una volta gli assassini dai lui incriminati e perseguiti.

Adriana Bernardotti, (Buenos Aires)13 APRILE 2014.

http://cambiailmondo.org/2014/04/13/dal-brasile-alla-spagna-le-vittime-delle-dittature-fasciste-chiedono-giustizia/

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