Se Chesterton scrive di Willam Blake

blake Una monografia pubblicata in inglese nel 1910

Tra i suoi numerosi scritti Gilbert Keith Chesterton ci ha lasciato la monografia intitolata “William Blake”. Monografia pubblicata in inglese nel 1910 e tradotta quest’anno in italiano dalle Edizioni Medusa (109 pagg., 14,00 euro). Correttamente Alessandro Zaccuri, curatore e prefatore del libro, segnala quanto lo scrittore e l’artista siano persone estremamente differenti tra loro. Chesterton, cattolico ortodosso; Blake, teista anarcoide. Eppure qualcosa li unisce. L’immaginazione intesa come principio vitale, come ricomposizione del reale frantumato dai processi di industrializzazione, come contatto tra l’umano e il divino. L’immaginazione insomma “non è soltanto accensione della fantasia o fuga nel fantastico, ma la più alta e drammatica forma di realismo che l’uomo moderno possa praticare”.

E’ noto che William Blake di immaginazione ne avesse da vendere sia come pittore e incisore che come poeta. Sin da bambino era ossessionato da visioni mistiche – che gli procuravano bei ceffoni dai suoi genitori, nella maturità vedeva schiere di angeli posati sugli alberi delle pianure del Sussex e sul finire della sua vita realizzava uno dei suoi disegni più celebri: “L’Antico di giorni”; disegno in cui rappresenta l’Onnipotente chinato in avanti, colto in una imponente prospettiva, mentre traccia il cosmo con un compasso.

Durante la sua vita (e anche dopo) c’è chi considera Blake uno squilibrato, oppure, più benevolmente, un irrazionalista. Per Chesterton, il grande illustratore non è né l’uno né l’altro. E da intellettuale estremamente dotato qual è non si sottrae alla domanda più comune: Blake è un pazzo? La risposta di Chesterton è molto articolata e prende parecchie pagine della sua breve monografia. Pagine che non sono solo un pezzo di bravura, di inconsueta sensibilità umana e di straordinaria capacità di immedesimazione. Sono anche un esaltante esercizio di stile capace di realizzare la metamorfosi della forma in contenuto. Un esercizio in cui la scrittura sembra dotata di una propria autonomia, una propria capacità di astrazione, un’intelligenza terza che offre al lettore qualcosa di più di una spiegazione ben congegnata o di un ragionamento strategicamente difeso dall’inoppugnabilità della razionalità.

Quel che convince, meglio, quel che prende il lettore nell’intera monografia di Chesterton, è il riflesso multiforme delle parole, parole che vanno al di sopra del loro significato. Mai al di sotto, mai al lato del linguaggio. Sempre al di sopra, pagina dopo pagina. E’ il trionfo dell’immaginazione. Un trionfo più forte del piacere di leggere e meno arrogante delle seduzioni della comprensione. E’ in questa dimensione extraterritoriale, extramondana e non necessariamente spirituale che Chesterton e Blake si incontrano. Affermazione forte, ce ne rendiamo conto, trattandosi di due credenti. Ma i lettori potranno verificare da soli la bontà del nostro azzardo. Resta il fatto che nessuno, credente o non credente che sia, può restare insensibile dinanzi alla prosa di Chesterton e ai disegni di Blake. Ed è proprio questo “non restare” che ci conduce verso un altrove. L’altrove della parola, l’altrove dell’immagine, l’altrove della mente.

Ma ancora non abbiamo lasciato Chesterton rispondere alla domanda: Blake è un pazzo? L’autore di Padre Brown non si sottrae alla sfida. Anzi rilancia. Non è alle immagini che rivolge il suo sguardo, ma alle parole di Blake, le parole contenute nei testi meno letterari come i “Libri Profetici” e nelle sue poesie. E allora, se si intende Blake come inetto a occuparsi di se stesso certamente non abbiamo a che fare con un pazzo. Nel corso della sua vita si destreggiò fra quattro principali committenti: due sinceri mecenati, un editore imbroglione e un gentiluomo di campagna con velleità poetiche, ma che comunque gli fece del bene. E’ vero, Blake sostiene di intrattenersi con i profeti dell’Antico Testamento. Ma: “Certamente non possiamo prendere una questione aperta come il soprannaturale e chiuderla sbattendo la porta, girando la chiave del manicomio su tutti i mistici della storia … Non sappiano abbastanza dell’ignoto per sapere che è inconoscibile”. Tuttavia è chiaro che la mente di Blake è intaccata da qualcosa. Ma cosa? La consistenza reale delle sue comunicazioni spirituali. Le sue visioni non sono false perché è pazzo. Ma è pazzo perché le sue visioni sono vere.

E’ evidente che Blake non si trova a proprio agio nel tempo in cui vive, come d’altra parte lo stesso Chesterton. Ed è proprio tramite una qualità tipicamente umana come l’immaginazione che entrambi affermano un reale più vero della realtà stessa. Ognuno a modo suo.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 3 maggio 2014.

 

Annunci

One thought on “Se Chesterton scrive di Willam Blake

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...