Il problema dell’identità

burhan innocentiTradotto in italiano “Gli innocenti”, l’ultimo romanzo  dello scrittore turco di origine curda Burhan Sönmez

Burhan Sönmez è uno scrittore turco di origine curda nato nel 1965 a Haymana, città che dà nome a un distretto a sud di Ankara. A causa della sua attività giornalistica ha conosciuto più volte il carcere. Nel 1996 è stato costretto a emigrare in Inghilterra e si è dovuto curare a lungo dalle conseguenze di un brutale pestaggio da parte della polizia. Con “Gli innocenti” Sönmez ha vinto nel 2011 il prestigioso Sedat Simavi literature Award. Il romanzo, da poco tradotto in italiano dalla casa editrice Del Vecchio (204 pagg., 14,00 euro), è largamente autobiografico e affronta diversi temi: la condizione dei rifugiati politici e i loro drammi psicologici, il rapporto tra modernità e tradizione, la concezione della vita e della morte, l’amore e le sue capacità di lenire le ferite dell’esilio.

La vicenda si svolge a Cambridge, in Inghilterra. Il protagonista maschile è Brani Tawo, quello femminile Feruzeh. Entrambi sono giovani e appartengono al mondo mediorientale. Il primo proviene dalla Turchia rurale (la pianura di Haymana in cui ha trascorso l’infanzia lo stesso Sönmez) e sbarca il lunario come interprete. Lavoro che svolge saltuariamente ma che gli permette di tirare avanti senza troppi affanni. Brani Tawo è colto, cosmopolita, sensibile. Ama la letteratura, la poesia e la filosofia. Vive da solo in un piccolo appartamento. Unica, fittizia presenza, un poster di Juliette Binoche appeso a una parete. Da dieci anni Brani Tawo soffre di una terribile insonnia causata da un “incidente” con la polizia turca. La patologia gli provoca forti emicranie, svenimenti e in un’occasione confessa che teme lo stia uccidendo.

Feruzeh invece è iraniana. Lavora in un negozio di antiquariato tre giorni alla settimana e contemporaneamente studia per un dottorato in lingua inglese. Vive con la madre, Azita, e la zia, Tina, in una casa piena di libri. Fu la madre a portarla via dall’Iran quando aveva sette anni, ossia quando Khomeini salì al potere. All’epoca il padre di Feruzeh, docente universitario, venne gettato in prigione e da allora non se ne seppe più nulla. Azita tuttavia imputa la morte del marito a entrambi i regimi, quello dello scià e quello degli ayatollah. Anche lei svolge un lavoro intellettuale: traduce libri dall’inglese al persiano. Tanto per dare un’idea del clima in cui sono immersi Brani Tawo e Feruzeh al compleanno della signora Azita le conversazioni includono García Márquez (che la signora ha conosciuto personalmente), il rapporto tra l’uomo e il divino e le suite di Bach.

Il romanzo è composto da sedici capitoli che alternano a ritmo regolare due narrazioni. Otto descrivono il pudico amore che coinvolge Brani Tawo e Feruzeh. Gli altri otto invece intrecciano tradizioni, miti e drammi tramandati dalla cultura popolare della pianura di Haymana con le vicende di diverse generazioni della famiglia di Brani Tawo. In virtù di questa complessa costruzione letteraria Sönmez getta un ponte tra biografia e storia e sarà proprio la ricerca di una connessione tra passato e presente a favorire l’incontro tra Brani Tawo e Feruzeh. Il pretesto è una vecchia macchina fotografica. Hatip, lo zio di Brani Tawo, la ricevette da un personaggio leggendario della pianura di Haymana, il Fotografo Tataro, e quand’era bambino Brani Tawo la distrusse. Ora, a tanti anni distanza e in un paese straniero, ecco il rifugiato politico cercare lo stesso apparecchio e fare il suo ingresso nel negozio di antiquariato dove lavora Feruzeh. La relazione che si sviluppa tra i due è composta, diafana, coinvolge esclusivamente la vita mentale dei protagonisti in un ricco ricamo di racconti, dialoghi, citazioni, versi poetici che i giovani innamorati si scambiano ricostruendo la loro identità a partire dalla medesima condizione di esuli.

Il romanzo di Sönmez è spiazzante per lo scettico lettore occidentale perché gli impone di confrontarsi con se stesso da una prospettiva politica. Confronto difficile per almeno tre motivi: perché la nostra identità è plasmata dalla macchina del consumismo; perché non abbracciamo più un progetto sociale per cui valga la pena di lottare; perché in Occidente la cultura popolare è in via di estinzione. E tuttavia, nonostante la nutrita narrazione di leggende della pianura di Haymana (con i suoi personaggi dai nomi fiabeschi: il Grande Ismail e la Donna dal Volto di Zampa), Sönmez non ci propone affatto di tornare a un mondo arcaico. Al contrario: Brani Tawo e Feruzeh amano il presente, amano l’Inghilterra e ci rimandano a un’idea di modernità intesa come universalità della cultura, come superamento delle ingiustizie sociali. Partendo da una condizione di estrema precarietà soggettiva – quella del rifugiato che deve fare i conti con la propria identità – Sönmez suggerisce che in questo mondo siamo tutti esuli, e per questo siamo tutti innocenti. Il lavoro politico da fare è la costruzione consapevole del proprio sé.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 24 maggio 2014.

 

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