Le serate di De Maistre

Cover De Maistre serateRipubblicato da Aragno un classico del pensiero conservatore

La casa editrice Aragno ha recentemente pubblicato un classico del : “Le serate di Pietroburgo o Colloqui sul governo temporale della Provvidenza”, di Joseph De Maistre (533 pagg., 30,00 euro). Il volume ripropone il testo uscito nel 1971 per i tipi di Rusconi. Testo curato da Alfredo Cattabiani, che per l’occasione scrisse una tanto breve quanto lucida Introduzione al libro del filosofo savoiardo e una biografia assai utile per inquadrare il significato delle “Serate” nel contesto storico-culturale in cui maturarono.

De Maistre è l’espressione dell’ambiente aristocratico e ultraconservatore in cui si formò. Educato da un madre austera e mandato a scuola dai gesuiti visse gli anni dell’adolescenza nella patriarcale e provinciale Savoia. Profondamente religioso, a quindici anni entrò nella Confraternita dei Penitenti Neri la cui funzione era quella di accompagnare i condannati a morte al patibolo e di pregare per loro. Dal 1744 al 1791 aderì alla massoneria. Ne negò l’origine templare e sostenne che l’iniziazione massonica andava ricercata nel cristianesimo dei primi tempi. Nel 1799 ottenne dal Re di Sardegna l’incarico di Reggente della Cancelleria dell’isola. Poi un salto di carriera. Nel 1802 Vittorio Emanuele I lo inviò a Pietroburgo, alla corte dello zar Alessandro I, in veste di incaricato d’affari e plenipotenziario. De Maistre rimase in Russia fino al 1817 conducendo un’esistenza abbastanza difficile a causa della lontananza dalla famiglia e del magro appannaggio che gli giungeva da Torino. Nonostante gli “inverni passati senza pelliccia” affrontò le ristrettezze con aristocratica disinvoltura conducendo comunque una vita molto attiva nell’alta società pietroburghese. Rientrato in patria, nel 1818 fu nominato Reggente della Grande Cancelleria del Regno. Ma la sua fama ormai, più che come diplomatico, era celebrata come teorico dell’Ancien Régime in virtù della pubblicazione di diversi libri, tra cui “Considerazioni sulla Francia”, che gli assicurò larga fama tra la nobiltà europea dell’epoca impegnata com’era a mantenere potere e privilegi.

Alfiere della monarchia ereditaria fondata su basi religiose, De Maistre non fu un filosofo per vocazione. Fino a quarant’anni non aveva pubblicato nulla. Probabilmente le scienze politiche non si sarebbero mai occupate di lui se non ci fosse stata la Rivoluzione francese. Fu quell’epocale terremoto sociale a spingerlo verso la scrittura e le pubbliche prese di posizione. De Maistre riteneva infatti che pochi avessero compreso la vera portata degli avvenimenti successivi alla presa della Bastiglia e per di più restò assai deluso dai risultati del Congresso di Vienna. Il filosofo savoiardo vide con chiarezza che la Rivoluzione francese aveva mandato in frantumi il vecchio mondo. E per correre ai ripari ingaggiò una lotta senza quartiere contro gli illuministi respingendo innanzitutto la teoria del contratto sociale e l’idea di volontà popolare a cui oppose la teoria del potere che viene da Dio – un potere assoluto, incontestabile e infallibile. In questo quadro teorico “Le serate di Pietroburgo” sono considerate il suo capolavoro filosofico. Vennero pubblicate postume, nel 1821, confermando ancora una volta il suo ruolo di teorico della Restaurazione e di custode della Tradizione. Nelle “Serate” tre personaggi discutono essenzialmente del bene e del male. Il loro dibattito spazia dalla storia alla filosofia, dalla politica alla teologia, dalla scienza alla letteratura. Ne emerge una visione del mondo fondata sulla fede nella Divina Provvidenza. Una visione del mondo che non concede nulla agli avversari e per la quale la Provvidenza agisce nella storia creando le condizioni per confutare il pensiero rivoluzionario degli illuministi.

Nella sua Introduzione Alfredo Cattabiani mette in guardia il lettore sul modo di avvicinarsi a De Maistre. I suoi saggi politici non vanno presi come un sistema chiuso. Altrimenti davvero De Maistre non avrebbe più nulla da dirci. D’altra parte, oggi nessuno, crediamo, può pensare che l’attuale re di Spagna sia tale per volontà di Dio, che un tumore costituisca una sorta di espiazione per i peccati commessi, che la Chiesa debba opporsi per principio a qualsiasi novità, o che una Costituzione sia il modo di esistere assegnato a una nazione dal potere divino. Ma la critica di Cattabiani, che pure era un intellettuale dichiaratamente di destra, va ancora più in profondità. Non può fare a meno, ad esempio, di respingere con forza le conclusioni di De Maistre sui popoli “selvaggi” scoperti nel Nuovo Mondo. Per De Maistre – in aperta polemica col mito del buon selvaggio di Rousseau – rappresentavano popoli degradati in quanto non illuminati dalla luce della Rivelazione. Da questo punto di partenza De Maistre faceva poi piovere considerazioni intrise di pregiudizi e venate di razzismo. Per fortuna con l’antropologia si è affermata un’altra interpretazione e da tempo sappiamo che i cosiddetti “selvaggi” altro non sono che uomini e donne con culture differenti dalla nostra. Culture da cui, come affermava Lévi-Strauss, si può imparare qualcosa su tutta l’umanità.

Se nonostante la sua intransigenza il pensiero politico di De Maistre non è un sistema chiuso, quali sono le aperture con cui oggi possiamo confrontarci? Ci limitiamo a un esempio che non riguarda le architetture istituzionali o tematiche di grande portata come l’idea progresso, ma la semplice, banale vita quotidiana. Se certo – a differenza di quanto pensava De Maistre – la malattia non è una colpa è pur vero che lo stesso De Maistre non aveva torto nel ritenere che buona parte delle malattie sono causate da uno stile di vita sbagliato e dalla mancanza di padronanza di sé e dei propri desideri da parte degli individui. La critica di ieri vale dunque ancora oggi. Una critica che è necessario continuare a portare avanti per uscire dal mondo dell’usa e getta in cui siamo precipitati. Ma non in nome di un ritorno al passato, come ipotizzava De Maistre; né in nome di una società futura basata sulla razionalità, come ipotizzarono diversi philosophes. La critica al nostro stile di vita può essere condotta in nome di un nuovo umanesimo. Nuovo umanesimo che, ci rendiamo conto, fatica ad affermarsi, ma senza il quale a governare la società resterà solo il mercato.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 7 settembre 2014.

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