Il cammino dell’occhio alato

occhio alato cassaniUna discussa allegoria presente in diversi disegni di Leon Battista Alberti

Per circa vent’anni Alberto Giorgio Cassani si è dedicato allo studio di una figura centrale dell’Umanesimo italiano: Leon Battista Alberti. In particolare ha analizzato l’ancor oggi discussa allegoria dell’occhio alato presente in diversi disegni dello stesso Alberti e in una medaglia di bronzo realizzata da Matteo de’ Pasti su commissione del grande architetto. Medaglia che sul recto ritrae il profilo di Alberti mentre sul verso è rappresentato un fiammante occhio alato circondato da una corona di alloro e sotto l’occhio il motto “Quid Tum”. L’indagine su questa irrisolta allegoria ha prodotto nel tempo diversi studi da parte di Cassani. Studi oggi raccolti in un volume intitolato “L’occhio alato. Migrazioni di un simbolo”  (Aragno Editore, 345 pagg., 20,00 euro).

Diciamo subito che Cassani ci invita a osservare il cammino dell’occhio alato dal ‘400 a oggi. Da qui il riferimento alle migrazioni nel sottotitolo del libro e la sua struttura. Il volume infatti è composto da un’Introduzione e quattro capitoli: i primi due riguardano le interpretazioni dell’emblema dal punto di vista di Alberti (Qual è il suo recondito messaggio filosofico? Cosa vuol dire in quel contesto iconografico il motto “Quid Tum”?); i capitoli restanti sono invece calati nel nostro tempo e si interrogano sulle mutazioni di senso dell’occhio alato in tante rappresentazioni della cultura di massa: dai fumetti alla pubblicità, dal cinema agli accessori per abbigliamento. In mezzo a questi poli temporali Cassani inserisce due saggi sull’attrazione che l’occhio alato ha esercitato su Gabriele D’Annunzio e Tomaso Buzzi.

L’occhio alato non è un’invenzione di Leon Battista Alberti. Già nel pantheon delle divinità egiziane l’occhio è legato a Ra, dio del sole, e Horus, dio del cielo. Alberti conosceva i signa egiziani ma il suo intento non era certo quello di riproporli. E il punto è proprio questo: quale strada ha voluto indicare Alberti utilizzando un’allegoria che per Cassani costituisce un vero e proprio simbolo? Qual è insomma il segreto dell’occhio alato albertiano? Domande che fanno prosperare l’ermeneutica, litigare gli interpreti e le cui risposte, filosofiche e non, Cassani discute con un’erudizione di cui oggi non si ha più abitudine. Di sicuro l’occhio alato è un simbolo di potere: l’occhio che vede dall’alto è onniveggente e per questo motivo onnipotente, pertanto non può che essere quello di un dio o di un re. Ma certo l’indagine non si esaurisce qui. E per avanzare nell’interpretazione dobbiamo fare i conti con la personalità di Leon Battista Alberti. Una figura decisamente poliedrica sul piano intellettuale: è stato architetto, matematico, scrittore, musicista, archeologo, teorico dell’arte e altro ancora. Sul piano psicologico abbiamo poi a che fare con una soggettività multiforme. Alberti è infatti un uomo che gioca con tante maschere: scienziato e forse mago, moralista ma non troppo, amante della verità e gran simulatore quando la vita di corte lo esigeva.

Si può provare a interpretare l’occhio alato di Alberti all’interno delle duplicità che lo costituiscono come individuo e come intellettuale. Ci si accorge allora che l’occhio non è solo emblema di Dio ma anche dell’uomo. L’immagine dell’occhio alato resta dunque all’interno di una opposizione difficilmente risolvibile e che tutto sovrasta, quella tra immanenza e trascendenza. Ma allora non c’è soluzione al rebus albertiano? Il lavoro di tanti ermeneuti, Cassani compreso, è semplicemente e drammaticamente una fatica di Sisifo? Le risposte potrebbero trovarsi in un altro interrogativo: sono queste le domande giuste da porsi? Forse Leon Battista Alberti non voleva che trovassimo una soluzione all’enigma dell’occhio alato (ma perché diavolo ha usato come motto “Quid tum”?). E non voleva perché l’irrisolvibile ci spinge inevitabilmente a continuare a cercare soluzioni, ad accrescere così il nostro sapere e forse a migliorare la condizione umana.

La presenza dell’occhio alato nella cultura di massa sorprende per la varietà del suo utilizzo e la conseguente risemantizzazione. Tra le 85 tavole che corredano il volume di Cassani vediamo comparire l’occhio alato sulle copertine di Topolino, Dylan Dog, nei manga e nei fumetti fantasy. Anche la pubblicità si è appropriata dell’occhio alato. Solo per citare alcuni esempi è il caso del manifesto promozionale di un concerto di Jimi Hendrix nel 1968 e di quello del Festival cinematografico di Cannes nel 1974. Ma soprattutto è il caso della Von Dutch, un’azienda di abbigliamento il cui logo è un occhio alato iniettato di sangue di cui Cassani racconta brevemente la storia. Storia che si dipana tra subculture della motocicletta, movimenti artistici underground, tensioni psichedeliche. Va detto che questa parte del volume non ha la forza dei due capitoli dedicati a Leon Battista Alberti. E’ più descrittiva che analitica. Si limita insomma a farci notare la persistenza dell’occhio alato nel tempo, la sua capacità di migrare da un media all’altro ma senza approfondirne più di tanto i significati. Ciò non toglie l’importanza delle connessioni individuate da Cassani tra differenti universi simbolici. Connessioni che ci auguriamo trovino più spazio in un prossimo volume dedicato alla presenza dell’occhio alato nell’immaginario contemporaneo.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 14 settembre 2014.

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