Rivalutare la Torre di Babele. Un saggio di Giovanni Iudica

Iudica. casa fondamento cielo-e terraGiovanni Iudica è un docente universitario di diritto civile che alterna pubblicazioni giuridiche a testi biografici su pittori e musicisti. Va subito detto che questo secondo versante della sua produzione intellettuale non costituisce un semplice passatempo. I lavori extra-accademici di Iudica sono infatti il risultato di accurate ricerche storiche e iconografiche. Un ragguardevole esempio è la monografia dedicata a Enguerrand Quarton pubblicata da Guanda nel 2007: “Il pittore e la pulzella. Un fiammingo al tempo di Giovanna d’Arco”. Iudica è anche un grande viaggiatore. Conosce bene il Medio Oriente e ha dedicato la sua ultima fatica alla leggendaria Babilonia intitolandola con la traduzione del nome originario della Torre di Babele (Etemenanki): “La casa del fondamento del cielo e della terra”, (La Vita Felice, 2014, 222 pagg., 20,00 euro).

Per l’epoca, VI secolo a.C, la Torre di Babele aveva proporzioni gigantesche. La sua pianta era quadrata e ogni lato misurava 91 metri, mentre l’altezza sfiorava i cento metri. Le sue funzioni principali erano tre: rappresentare la potenza politico-militare di Babilonia, mettere gli individui in comunicazione con gli dei, esprimere la volontà dell’uomo di andare oltre se stesso. Proprio per queste sue caratteristiche il libro introduce il lettore al sacro e il profano, le credenze e i misteri, l’arte e i saperi di una civiltà scomparsa. Come in uno scavo archeologico capitolo dopo capitolo vengono alla luce reperti di una società assai complessa. Si pensi all’influenza politico-culturale che ha avuto il Codice di Hammurabi (prima raccolta di leggi scritte), alle avanzate conoscenze astronomiche, alla divisione dell’anno in dodici mesi, alla celebrazione del Capodanno, allo stupore che ci prende dinanzi alla prostituzione sacra che si esercitava nei templi di Babilonia, alle gesta di Semiramide e al tentativo di avvicinarsi alle divinità tramite l’edificazione delle ziqqurat, costruzioni templari di cui la Torre di Babele è per noi occidentali la più famosa e rappresentata. A quest’ultimo proposito va segnalato che il lavoro di Iudica presenta un ricchissimo repertorio iconografico che costituisce un vero e proprio libro nel libro.

Accostarsi a un mondo così lontano nel tempo aiuta a riflettere sulla nostra cultura e ci sembra che sia questo uno degli scopi principali di Iudica. In quale fa infatti notare che le leggi contenute nel Codice di Hammurabi furono dettate da Šamaš, divinità della giustizia, così come successivamente Mosè ricevette da Dio le Tavole della Legge. Un parallelo audace ma non forzato dal punto di vista della ricerca storica. D’altra parte si deve tenere presente che parliamo di mondi non secolarizzati in cui la religione permeava la società e il clero aveva un ruolo politico di primo piano. Non a caso Babilonia significa “Porta degli dei” e nessuno per secoli ha dubitato dell’origine divina della città. Origine che si fonde con la storia delle civiltà che si sono combattute e susseguite lungo il corso del Tigri e dell’Eufrate e che in nome dei vincitori promossero rovesciamenti degli ordini religiosi. Furono proprio i babilonesi a sostituire il vecchio dio sumerico Enlil, “Signore della Terra”, con Marduk, “Re di tutti gli dei”. Il “Poema della creazione”, del II millennio a.C., narra di una battaglia cosmica tra Marduk e la dea Tiāmat per mettere ordine nell’universo. Vinse Marduk, il quale divise il corpo di Tiāmat in due parti. Con una metà creò il firmamento e con l’altra formò le fondamenta della Terra. Ma Marduk fu clemente e per gli sconfitti dei sumerici (Enlil, Anu, Enki) costruì l’Esarra, la “Casa del tempo e dello spazio”. Poi Marduk si dedicò all’uomo plasmandolo con l’argilla e il sangue di Tiāmat. Ma a che serviva l’umanità?

Sostanzialmente ad affrancare dal lavoro gli dei che avevano sostenuto Marduk in battaglia. Gli esseri umani erano sì condannati a un’esistenza di fatica, ma in loro sarebbe rimasta per sempre una scintilla divina e questo li nobilitava rendendo meno insopportabili le durezze della vita lavorativa. Su questo aspetto un altro poema, “Atraasis (Il grande saggio), prosegue il racconto intrecciandolo con miti e leggende provenienti da diverse culture del Medio Oriente e di altri Paesi asiatici. Secondo questa interpretazione gli uomini non volevano saperne di lavorare al posto degli dei. E così incrociarono le braccia. Lo sciopero, il primo della storia fa notare ironicamente Iudica, disturbò il sonno di Atraasis che inviò sulla Terra carestie, siccità, epidemie e non contento scatenò il diluvio universale. Ma poi ebbe un ripensamento e fece costruire un’arca per salvare il genere umano e le altre specie viventi.

I richiami a motivi presenti anche nel Vecchio Testamento sono interessanti per chi è alla ricerca di verità ultime, ma un altro obiettivo di Iudica è quello di rivalutare laicamente la civiltà babilonese al di là delle condanne bibliche. E dobbiamo dire che riesce nel suo intento. Pur non avendo alcuna pretesa scientifica il libro offre l’immagine di una società complessa, contraddittoria, percorsa da tensioni di ogni tipo: economiche, religiose, geopolitiche. Ai tempi di Iudica. casa fondamento cielo-e terra (634 a.C. –562 a.C.) la città dei Giardini Pensili era una metropoli protetta da mura inespugnabili e si estendeva per oltre mille ettari. Babilonia contava allora circa 200mila abitanti, che raddoppiavano ogni giorno con l’ingresso di visitatori, fedeli, mercanti, lavoratori, nomadi. Era una città raffinata e civile, coltissima e multietnica dove si parlavano tutte le lingue del mondo allora conosciuto (e per questo motivo Iudica la paragona alla New York dei nostri giorni). Le maestranze che edificarono la Torre di Babele provenivano da ogni dove e le ovvie difficoltà di comunicazione furono interpretate in maniera interessata dai profeti ebraici come una punizione divina. Avevano i loro buoni motivi, sia politici che teologici.

Nel 587 a. C. Nabucodonosor II aveva distrutto il Tempio di Gerusalemme e deportato l’intero popolo ebraico a Babilonia obbligandolo tra l’altro a partecipare alla costruzione della Torre. Mentre sul piano delle cose divine era considerato blasfemo far rivaleggiare la Torre con il Cielo, tanto più che sembra che nelle intenzioni di Nabucodonosor II, Marduk fosse in procinto di diventare l’unico dio avviando così la religione babilonese verso un monoteismo concorrente con quello ebraico. Insomma i profeti si vendicavano nei confronti della città che li aveva resi schiavi e Iudica definisce un “capolavoro di controinformazione” la trasformazione di un gioiello dell’architettura in un castigo. Per gli stessi motivi Babilonia fu bollata nei secoli successivi come luogo del vizio, della corruzione e della perdizione. Babilonia città del peccato è un mito occidentale da rivedere secondo Iudica, ma la cui negatività prosegue ancora oggi. Tant’è che nel linguaggio corrente “babele” è sinonimo di disordine. Un luogo comune così carico di storia che prendersi la briga di smontarlo costituisce un coraggioso atto di libertà intellettuale e una grossa responsabilità.

 

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 17 gennaio 2015.

 

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