Al posto dello schermo. Favole neoumaniste per i bambini del XXI secolo

ponti gongoloPatrizio Paolinelli, Prefazione al libro di Enrico Matteo Ponti, Le favole di pa’ Gongolo, Biblioteka Edizioni, Roma, 2014.

L’infanzia come l’abbiamo conosciuta fino a ieri non esiste più. Il che non deve spaventarci perché è ormai assodato che le età delle vita sono un prodotto della storia e per questo motivo soggette a profonde trasformazioni. E’ evidente che il bambino cresciuto in una società ricca e post-industriale presenta caratteristiche emotive e cognitive differenti rispetto a un bambino del passato allevato in una realtà povera e contadina. Ovviamente le diversità non sono solo di tipo diacronico, non riguardano cioè solo il complicato rapporto tra ieri e oggi, ma sono anche sincroniche e investono le attuali disparità tra l’opulento Primo Mondo (nonostante la crisi economica in corso) e una parte considerevole degli abitanti del pianeta (coloro che vivono con pochi spiccioli al giorno). In altre parole, il bambino che ha la fortuna di far parte del “miliardo d’oro” (Europa e USA) ha un’infanzia piena e prolungata che lo distingue da un bambino africano o di un Paese emergente. All’interno di tale distinzione anche le forme della narrazione collettiva mutano. Il bambino occidentale è oggi completamente immerso in un processo di costruzione della conoscenza che il linguista Raffaele Simone definisce “Terza Fase”, ossia la fase della Tv e dell’informatica (preceduta dalla “Prima Fase”, che coincide con l’invenzione della scrittura e dalla “Seconda Fase” che si apre con l’invenzione della stampa).

L’infanzia “dorata” del Primo Mondo ha ancora bisogno di una forma narrativa come la favola? A parere di Enrico Matteo Ponti sembra proprio di sì e le storie di Pa’ Gongolo sono qui a dimostrarlo. Perché questa proposta in un mondo dove i bambini passano molto più tempo davanti alla Tv che ad ascoltare favole lette o raccontate dai propri genitori? Crediamo che la risposta sia contemporaneamente molto semplice e molto complessa: perché il bambino che ascolta le favole sarà un individuo più creativo, più libero e più felice di un bambino che, suo malgrado, ha trovato nella televisione un’ipnotica quanto incantevole baby sitter. Lungi da noi demonizzare questo strumento di comunicazione. Tuttavia, è innegabile che la Tv è il veicolo del consumismo e di un immaginario fondato sull’avere e sull’individualismo più sfrenato. Non solo. Spostando l’analisi dal sistema dei valori ai processi cognitivi la lettura del testo scritto – e conseguentemente il libro – perdono di influenza nella costituzione dei saperi, nella capacità soggettiva di elaborazione dei concetti e nello sviluppo della creatività. Stiamo insomma passando da una conoscenza che si acquisiva tramite il libro e la lettura a una conoscenza che si acquisisce tramite l’ascolto e la visione. Nella prima prevale l’intelligenza sequenziale dell’homo cogitans, nella seconda l’intelligenza simultanea dell’homo videns. In questo processo Ponti sta dalla parte del libro. Non solo perché scrive libri, ma soprattutto perché ha scritto un libro di favole. Se ha sentito un simile impulso è perché avverte i pericoli di uno straripare della visione non-alfabetica nella nostra società. Ovvero del suo potere di produrre un’incalcolabile quantità di immagini che vanno a scapito della capacità soggettiva di astrarre e in ultima analisi di capire. C’è chi dice che si tratta semplicemente di un cambio di natura nelle forme del sapere. Ma è proprio quel “cambio di natura” che preoccupa.

E i genitori in tutto questo? Qualsiasi mamma e qualsiasi papà che osservino con occhio critico i propri figli ancora piccoli si rendono conto di quanto sia complesso il mondo dell’esperienza dei bambini di oggi. L’infanzia è essenzialmente assediata dalle preoccupazioni del domani. Un domani pieno di incognite per una società che ha visto morire l’ideologia del progresso e che ha poca fiducia nel futuro. E allora è necessario dare al bambino più strumenti possibili per affrontare le sfide che lo attendono. Perciò sin dalla più tenera età i figli sono sottoposti a veri e propri tour de force che comprendono: apprendimento delle lingue straniere, lezioni di musica, sport, viaggi all’estero, addestramento al computer, confidenza con i più recenti ritrovati dell’elettronica e così via. In altre parole, è necessario pensare al futuro produttivo del bambino e istradare la sua vocazione, qualunque essa sia, in vista della professione che andrà a svolgere. L’infanzia diventa così una sorta di tirocinio occulto che se soddisfa le sacrosante preoccupazioni dei genitori non sempre rende felice il bambino. E quando questa scarsa felicità o addirittura l’infelicità si manifesta la soluzione è troppo spesso cercata nel mondo delle merci. Così il bambino (compreso quello appartenente a classi sociali non abbienti) si ritrova circondato da una gran quantità di giocattoli e oggetti tecnologici dalla vita brevissima, mentre il consumismo diventa il suo orizzonte di vita. Sarebbe meglio dire, il suo labirinto. In questo labirinto, anch’esso “dorato”, i genitori più attenti si rendono conto di quanto la pubblicità stia influenzando sempre più i bambini nei loro gusti, le loro tendenze, addirittura le loro aspirazioni. Gli schermi (siano essi della televisione, del computer, del tablet o dello smartphone) mentre subordinano la parola all’immagine diventano genitori tecnologici che acquistano un ruolo, senz’altro differente, ma altrettanto importante di quello dei genitori naturali. Al volo va sottolineato che su tutti i tipi di schermo aleggia lo spirito della nostra epoca: l’intrattenimento.

A cosa servono i libri di favole? A cosa serve Pa’ Gongolo? Per i bambini costituiscono antidoti contro il consumo di spot pubblicitari. Ma cosa curano? Curano un problema sociale che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti e per il quale si fa pochissimo: la perdita dell’infanzia. Perdita che coincide col ritorno in grande stile della visione non-alfabetica (quella che dominava prima dell’avvento della scrittura) e della progressiva messa al lavoro dei bambini. Ma che dici? Il lavoro minorile è vietato! Vero e non vero allo stesso tempo. I bambini non sono solo grandi consumatori di spot pubblicitari, sono anche protagonisti retribuiti di quegli stessi spot. Allo stesso tempo il futuro di un calciatore si decide tra i sette e i dieci anni, mentre si sviluppa la moda dedicata all’infanzia con i suoi piccoli modelli e modelle. E che dire dei genitori che fanno carte false per introdurre i propri figli non ancora adolescenti nel mondo dello spettacolo? In poche parole, alcune carriere professionali considerate di punta nella nostra società si decidono nei primi anni di vita. Per questo motivo, come nel medioevo, l’infanzia è sempre meno l’età dell’innocenza, dell’amore, della gratuità. Detto in termini sociologici, in famiglia l’agire strumentale inizia a farla da padrone sull’agire affettivo.

Se il lavoro – inteso come impegno, attività, calcolo – sta diventando una dimensione che pervade anche l’infanzia allora il processo di costruzione dell’individuo sta subendo una profonda metamorfosi. Addio antica paideia, addio romantica Bildung. Entrambi sono ormai soppiantati dall’homo videns che passa la vita davanti a un’infinità di supporti elettronici offerti dalla tecnologia. Come nasce questo nuovo anthropos? Tenendo il bambino incollato davanti allo schermo, la Tv in particolare, ma molti altri ancora: cinema, computer, tablet, telefono cellulare e così via. Nel processo di socializzazione primaria la famiglia si trova così a essere progressivamente spodestata dalla cultura visiva nella formazione della personalità dei bambini. Cultura visiva che spesso vede i figli superare i genitori in quanto a capacità di apprendimento, velocità di esecuzione e risultato (si pensi solo ai videogiochi). Il che è destabilizzante per chi è ancora abituato alle tradizionali asimmetrie genitori-figli. Ma è funzionale a un potere che vuole fare dell’essere umano essenzialmente un produttore e un consumatore.

E’ a questo punto evidente che il mondo del video-bambino è in lotta con le favole raccontate dai genitori ai propri figli in camera da letto (nella speranza spesso vana che si addormentino presto). E’ il duro mondo della competizione, dell’incertezza, della corsa al successo a cui si è istruiti sin dalla nascita tramite il linguaggio delle immagini. E allora perché Enrico Matteo Ponti ha scritto questo libro? E perché lo ha pubblicato in un momento storico in cui il libro non è più l’alfiere della conoscenza e viene scalzato ogni giorno di più da media quali la Tv e il computer? Si tratta evidentemente di una sfida. Di che tipo? Una sfida umanista, anzi neo-umanista, a una cultura che sta demolendo il testo scritto e privilegia la video-vita. Il politologo Giovanni Sartori, da conservatore intelligente qual è, ci dice che siamo entrati nell’era del post-pensiero: si guarda tanto e si pensa poco. Le favole fanno esattamente il contrario: si guarda poco e si pensa tanto. Il che ci mette la classica pulce nell’orecchio: chi comanda oggi il nostro mondo (banche e multinazionali) ha paura di chi pensa? Senz’altro e soprattutto di chi non pensa come loro vogliono. Ossia di chi pensa che la vita non sia tutta uno specchiarsi nelle immagini e nel glamour. Per questo Le favole di Pa’ Gongolo costituiscono una sfida. Si tratta di una boutade da parte nostra? Non tanto se si osservano i temi di cui parlano.

Il rapporto dell’uomo col mondo è il centro di gravità di ogni favola scritta da Ponti. E il rapporto dell’uomo col mondo soffre oggi una contraddizione la cui dimensione è una novità nella storia umana: la devastazione ambientale globale a cui stiamo assistendo giorno per giorno. Detto crudamente, stiamo uccidendo Gaia, il pianeta vivente, così come è stato definito dallo scienziato inglese James Lovelock. Ossia stiamo minando l’esistenza della nostra stessa specie. Ed è questo l’allarme che Pa’ Gongolo lancia ai bambini. Ce lo dicono le mele, che trasformate in insolite navicelle spaziali lasciano il pianeta per sottrarsi al loro progressivo e letale avvelenamento: “La Grande Anima della Natura aveva deciso: prima che fosse troppo tardi, prima che la Terra diventasse completamente arida, qualcosa doveva salvarsi”, le mele appunto. Da notare: un frutto comune, per nulla esotico e dal prezzo contenuto.

Ogni favola di Pa’ Gongolo ha la sua piccola-grande morale collocata in aree tematiche precise. Quella principale insiste sul rapporto uomo-natura. E si esprime col giraffetto che si veste come un essere umano perdendo così la propria identità animale, con i bambini che ripuliscono i gabbiani imbrattati dal petrolio che un irresponsabile capitano ha versato in mare per pulire la stiva della nave, con la trovata solidarietà tra una quercia e un bonsai e col draghetto escluso dal mondo degli umani a causa del suo aspetto. Un’altra area riguarda i rapporti familiari: la malattia di un papà oberato dal lavoro e di un nonno che ritrova il calore del sole nel rapporto col nipotino. La relazione col trascendente costituisce la terza area tematica delle favole di Pa’Gongolo. Da un lato si assegna alla natura un’anima. Il che non significa proporre una sorta di religione fondata sull’animismo, ma che il vivente va rispettato in quanto tale, fosse pure un filo d’erba. E sempre laicamente in due favole troviamo chiari richiami al cattolicesimo. E’ il caso della stella cometa che annuncia la nascita di Gesù e la cui coda altro non è che una cascata di lunghi e luminosi capelli e la storia di un angelo custode che si ritrova a proteggere due bambini anziché uno solo. In queste due favole non c’è alcun surrettizio tentativo di indottrinamento. C’è invece un tentativo aperto e gentile di stimolare il pensiero in un mondo inflazionato dalle immagini delle merci. C’è il tentativo di ricostruire un immaginario colonizzato dalla pubblicità, dalla moda e dall’ingiunzione al consumo. Una sfida neoumanista per restituire ai bambini l’infanzia che la nostra società gli sta sottraendo.

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