La nuova arena dell’homo faber: il mercato delle immagini

cover glamour magazineIl lavoro. Tutti lo cercano ma è sempre più difficile trovarlo o mantenerlo. Come se non bastasse sul tappeto restano aperte molte questioni. Ad esempio: è sufficiente considerare la nozione di basso reddito per definire un’attività che permette a malapena di sopravvivere o addirittura non garantisce di arrivare a fine mese? Ancora: che senso ha un impiego a tempo determinato quando si è alle soglie dei quarant’anni? La lunga pletora di contratti a termine è un problema sociale? E che dire della proclamata fine del posto fisso in nome della concorrenza globale?

Su questi interrogativi si confrontano e si dividono giuslavoristi, esperti e politici. Senza entrare nel merito di tali discussioni è utile osservare come i mutamenti in corso nel mondo della produzione stiano riconfigurando il significato del lavoro, ma soprattutto abbiano aperto nuove arene per una vita attiva in cui esprimere la propria unicità. Una di queste arene è il mercato delle immagini. Un mercato parallelo a quello del lavoro, esso stesso fonte di occupazione e che si è affermato con l’avvento dell’industria culturale (cinema, radio, Tv, editoria). Successivamente tale mercato si è sviluppato con l’espansione della pubblicità, la nascita dei nuovi media, il passaggio alla neotelevisione ed è oggi integrato con una lunga filiera di attività economiche: moda, cosmesi, chirurgia estetica, wellness, sport, turismo, design, architettura.

La presa del mercato delle immagini sulla società è dovuta essenzialmente a due fattori: essere largamente gratuito, essere presente nelle strade, nelle vetrine, sulla carta stampata e su ogni tipo di schermo. Per di più tale mercato è molto allettante in quanto propone stili di vita centrati sul glamour e la moda, la trasgressione e l’eros, la forma fisica e la bellezza, il successo e il lusso. Il mercato delle immagini ha i suoi promoter nei divi cine-televisivi, nelle star della musica pop, nelle top model, nei campioni sportivi, nella folla di celebrities, soubrette e personaggi che si succedono senza sosta sul piccolo schermo. Il pubblico non si limita a recepire passivamente queste icone. Le assume come immagini interne attraverso un lavoro di selezione, interiorizzazione e proiezione. Insomma, a chi somigliare? A Guè Pequeno o a Miley Cyrus? Come pettinarsi? Come abbigliarsi? Come atteggiarsi? Il mercato delle immagini è in grado di offrire un prodotto per ogni tipo di domanda, anche la più personalizzata, presentandosi come il regno dell’autorealizzazione in una situazione sociale in cui la paura di non trovare o di perdere il lavoro è diventata una condizione di vita.

Dato che per molti disoccupati, sottoccupati e precari non è il lavoro a determinare la loro identità ecco che si rivolgono al mercato delle immagini per trovare un posto nel mondo. L’adesione a tale mercato è un fenomeno socialmente trasversale, ma limitando il ragionamento a chi ha un legame debole con la vita produttiva il processo sembra abbastanza definito nei suoi contorni culturali: chi è escluso, chi si è autoescluso o chi si trova alla periferia della città del lavoro perde in larga parte lo status di homo oeconomicus mantenendo tuttavia quello di homo consumens su cui dirigere i propri sforzi e restando così homo faber, ossia un uomo in grado di trasformare la realtà fosse pure solo nella sua testa. In altre parole, il concreto calo del reddito monetario è bilanciato da un aumento astratto del reddito identitario alimentato dallo spettacolo delle immagini che fluttuano in ogni dove.

La forza d’urto delle trasformazioni che investono il mercato del lavoro non è in grado da sola di far accettare all’homo faber la prospettiva di una vita fatta d’incertezze e poche speranze. Non foss’altro perché ancora oggi molti giovani precari hanno davanti agli occhi i vantaggi del posto fisso dei genitori. E’ a questo livello che interviene la funzione culturale del mercato delle immagini assegnando all’homo faber il ruolo di imprenditore di se stesso così come sono imprenditori di se stessi i personaggi dello spettacolo, della moda e dello sport. A ben guardare c’è poco da scegliere perché il lavoro lo comprano in pochi, per periodi determinati e per paghe basse. Allora cos’ha da offrire l’homo faber? La sua capacità di consumare immagini. D’altra parte, le seduzioni della pubblicità come quelle della televisione e di Internet non costano nulla, mentre per quelle dei rotocalchi bastano pochi spiccioli e tutte invitano alla partecipazione attiva: incorporare immagini in qualche modo coinvolgenti. Il che accade parecchie volte al giorno e talvolta senza bisogno di un atto volontario come accendere la Tv. Da questo punto di vista la dieta di immagini è più abbondante di quella mediatica.

La trasformazione del consumo in una forma occulta di lavoro è una tendenza già notata da diversi studiosi. E’ ovvio che per molti aspetti lavoro e consumo restano attività separate. Ma quando si è spinti ai margini della società perché nonostante tutta la buona volontà non si riesce a mettere su famiglia, a comprarsi una casa e ad avere dei figli saltano alcune delle coordinate che regolavano l’epoca del posto fisso. Niente paura, è sempre la logica del mercato a offrire una soluzione: è vero, la povertà aumenta ma ciò non impedisce di fare di se stessi un bell’oggetto di consumo. Come? spostando la vita attiva sul corpo, il look, i desideri; ossia su elementi costitutivi del reddito identitario. In mancanza di un reddito monetario garantito è questa la mossa sociale dell’homo faber per salvare la faccia dinanzi agli altri e godere di un certo prestigio. E vero, l’homo faber scaturito dalla civiltà delle immagini ha enormi difficoltà ad accedere al mercato del lavoro, ha persino rinunciato all’idea stessa di diritto al lavoro, ma guardate il suo sex appeal. Chissà che non gli torni utile per entrare nel mondo dello spettacolo. Da qui la fortuna dei reality show e dei selfie postati sui social network. Fenomeni che lasciano trasparire quanto il quarto d’ora di celebrità per tutti fosse il premio di una società delle opportunità offerte da un mercato del lavoro in salute. Quella società si è fortemente indebolita e il premio si è trasformato in un lavoro per tutti offerto dal mercato delle immagini. Un mercato che paga con le monete dell’autostima e dell’ammirazione altrui.

L’immaginario collettivo costituisce da tempo un’area di investimento da parte di numerose aziende che hanno come core business il corpo e i cui prodotti sono le apparenze, il piacere, le emozioni, gli stili di vita, i miti e le icone dello spettacolo. E’ a questo livello di costruzione della realtà che per chi ha poche speranze di ascesa sociale il mercato delle immagini può diventare il naturale sostituto del mercato del lavoro. Nel primo è facilissimo entrare, nel secondo difficilissimo. E poi è l’unico modo per l’homo faber di dimostrare al mondo che, come l’homo oeconomicus, è artefice del proprio destino. La rappresentazione plastica di questa sostituzione è visibile nel concerto di una qualsiasi star della musica pop o nelle esibizioni in un talent show.

Tutto sta nel decidere con quali occhi si guardano i due eventi. Proviamo a cambiare sguardo. Nel concerto della popstar vediamo sul palco un imprenditore di se stesso, iper-impegnato e iper-pagato, offrire un prodotto artistico a una folla di giovani che in gran parte hanno uno scarso reddito e un futuro difficile davanti. E cos’è il talent show se non una gridata selezione del personale per accedere al mondo dello spettacolo? Ma l’homo faber dei nostri giorni non guarda il traffico di star e aspiranti tali come una manifestazione della produzione economica. Si appropria delle loro immagini emotivamente, disperatamente, disciplinatamente. Perché questo è il mercato in cui ha un’occupazione a tempo pieno. Un’occupazione non retribuita e per la quale gli capita di pagare, ma da cui nessuno lo può licenziare. Conformandosi al mondo dello spettacolo l’homo faber introietta le regole di un lavoro in gran parte fondato su carriere incerte e cambiamento, concorrenza e flessibilità, contratti a prestazione e formazione continua, individualismo e nomadismo, adattamento a orari indefiniti e incertezza del domani. Tutte caratteristiche che tendono a diventare dominanti nel mercato del lavoro in generale. Caratteristiche preoccupanti se si considera che il mondo dello spettacolo è poco avvezzo all’idea di ferie retribuite e per sua natura contempla il lavoro minorile.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 28 febbraio 2015.

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