Due pianeti assai distanti

morasso-543-0Il mondo senza Benjamin di Massimo Morasso

Da un paio di decenni l’individualismo asociale è diventato senso comune nei Paesi economicamente avanzati. Tale sapere presenta molti volti. A monte, quelli di una soffocante propaganda che va dalla pubblicità ai testi scolastici passando per il sistema dell’informazione. A valle, quelli dei volontari esecutori che mettono in pratica il senso comune attraverso comportamenti collettivi e atteggiamenti personali. Si va dall’adolescente inghiottito da mode e consumi voluttuari allo scrittore di best seller bramoso di apparire nei talk show televisivi. Il ventaglio di tipi umani che rappresentano l’individualismo asociale è dunque molto largo. In tutti i casi è funzionale al potere del mercato. E forse proprio perché questa consapevolezza è poco diffusa l’individualismo asociale può esprimersi anche in forme elevate come le autobiografie intellettuali. E’ il caso, molto singolare, di Massimo Morasso. Al quale va dato merito di non nascondersi dietro le parole e nel suo libro, “Il mondo senza Benjamin” (Moretti & Vitali, 2014, 365 pagg. 22,00 euro), proclama apertis verbis di raccontare prioritariamente di sé nel tentativo di descrivere la struttura complessa della propria anima.

E’ necessario precisare che “Il mondo senza Benjamin” non è strutturato come una tradizionale autobiografia intellettuale. Il libro raccoglie infatti una serie di saggi brevi e di frammenti scritti da Morasso nel corso di parecchi anni. E a parere dello stesso Morasso la maggior parte dei suoi scritti “sono sempre in qualche strano modo autobiografici”. Ovvero sono accomunati dall’osservazione della soggettività culturale dell’autore da parte dell’autore stesso, ma per via indiretta. I temi trattati vanno dalla letteratura alla poesia, dal cinema alla politica, dalla storia dell’arte alla fotografia. Come si vede Morasso condivide gli stessi interessi culturali di Walter Benjamin. Tuttavia le differenze tra i due autori sono molto profonde. Benjamin era un marxista eterodosso, sognava una società più giusta e i suoi lavori non costituivano una sorta di nobile pretesto per indagare il proprio mondo interiore. E’ soprattutto la tensione di Benjamin verso il concreto che Morasso tiene lontana dal proprio orizzonte conoscitivo. Il che lo conduce inevitabilmente a un’interpretazione del pensatore tedesco centrata sull’astratto. Ma così facendo Morasso si ritaglia un Benjamin a proprio uso e consumo. Tant’è che quando esce da questa strettoia, come ad esempio nel capitolo “Nell’Angelo di Terrile”, il suo ragionare ci guadagna in profondità analitica, pur elevandosi sempre a molti metri da terra. Il mondo di oggi, il mondo del neoliberismo trionfante, è sicuramente senza Benjamin non perché non si è più in grado di volare con la mente. Ma perché hanno vinto coloro che Benjamin combatteva con le armi della critica.

Un’immersione nella dura realtà che non sembra rientrare nella prospettiva di Morasso.
Chiarita la lettura che Morasso fa di Benjamin il suo libro offre tuttavia numerosi motivi di riflessione. Colpisce ad esempio l’autoanalisi dell’autore che talvolta si osserva dall’esterno scindendosi in mondi differenti che si guardano incessantemente, ma da lontano. E questa lontananza del sé da sé pone interessanti interrogativi all’incessante monologo interiore che ognuno di noi intrattiene nella propria mente. Ci sarebbe da chiedersi chi è che parla dentro la nostra testa e chi è che guida la nostra mano mentre scriviamo. Domande che evitiamo di porci e che invece Morasso impone al lettore. Tuttavia, a differenza di Benjamin, il conflitto di Morasso è tutto interno a una dimensione metafisica dell’essere. Dimensione che esclude la società dall’orizzonte del proprio pensare e del proprio pensarsi in quanto soggetti culturali. In tale prospettiva il testo di Morasso è interno al senso comune fondato sull’individualismo asociale. E’ un testo solipsistico al di là delle intenzioni dell’autore. Il quale ogni tanto si pone il problema del Noi racchiudendolo però nella dialettica Io-Tu. E come risolve tale dialettica? Qual è la sua sintesi? E’ una nebulosa intersoggettività di tipo diadico. Insomma, sia detto senza alcuna vis polemica, e con tutto il rispetto dovuto alle varie forme che può assumere l’amore per la conoscenza, il mondo di Morasso è il mondo delle monadi.

L’approdo filosofico raggiunto da Morasso è interessante in quanto rivelatore di una ricerca ontologica che avviene nell’alveo di quel gigantesco inganno che è la fine delle ideologie. Siccome è un vero e proprio non senso pensare l’uomo della società industriale avanzata, o addirittura post-industriale, come un individuo privo di ideologie – tant’è che viviamo sotto un’unica ideologia: quella del mercato – studiosi come Morasso cercano e trovano delle forme di mediazione. Che in genere sono tre: il ricorso a filosofie prerivoluzione francese, il barocco e uno pseudo-anarchismo. Sulla filosofia abbiamo già detto: dietro Morasso occhieggia Leibniz. Il barocco invece investe non tanto lo stile narrativo quanto lo stile di pensiero di Morasso. In un capitolo del libro, intitolato “American Dreams” e dedicato a esperimenti mimetici ispirati da un testo di Benjamin, Morasso immagina di essere un prigioniero irakeno seviziato dai soldati americani nel carcere di Abu Ghraib. Il tutto si risolve con la maledizione dei torturatori da parte del torturato. Maledizione che, immaginiamo noi, non sfiora la coscienza né turba i sonni dei torturatori. Per chiudere, l’anarchismo adombrato da Morasso ha a che fare più con la ricerca di identità che col pensiero anarchico vero e proprio e si riduce a prove di scrittura, magari anche complesse, ma che non disturbano l’egemonia culturale del neoliberismo.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 15 maggio 2015.

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