La fiamma di Michelstaedter

Proust-MichelstL’editore Aragno ha pubblicato un prezioso cammeo intitolato ”Lessico famigliare. Questionari e confessioni” (a cura di Alberto Cavaglion e Angela Michelis, 2014, 137 pagg., 7,00 euro). Gli autori chiamati a un confronto a distanza sono un duetto assai insolito: da un lato, un gigante della letteratura come Marcel Proust e, dall’altro, un ingegno filosofico che non ha avuto il tempo di esprimere tutta la sua potenzialità quale è stato quello di Carlo Michelstaedter.

Il libro ha preso le mosse da una mostra svoltasi a Gorizia nel 2010 e intitolata “Carlo Michelstaedter. Far di se stesso fiamma”. Difatti il volume è interamente centrato sulla figura del filosofo e sulla sua famiglia, mentre Marcel Proust resta sullo sfondo. Pur essendo contemporanei i due non ebbero mai modo di incontrarsi, ma ciò che li accomuna è indubbiamente una spiccata sensibilità introspettiva. Sensibilità che per i curatori di ”Lessico famigliare” emerge anche da un gioco di società, il “Questionario di Proust”, compilato da entrambi gli scrittori quand’erano agli inizi della loro carriera. Nel caso di Michelstaedter la carriera fu per così dire postuma essendosi suicidato a soli 23 anni e lasciandoci tuttavia in eredità la sua tesi di laurea, “La persuasione e la rettorica”, diventata un testo ancor oggi discusso in ambito filosofico e letterario.

Il “Questionario di Proust” era in voga nei salotti del XIX secolo e consisteva in un test scritto il cui scopo era quello di far confessare al compilatore alcuni aspetti del proprio carattere rispondendo con immediatezza e spontaneità a domande di questo tipo: “La qualità che desidero in un uomo. La qualità che preferisco in una donna. Quel che apprezzo di più nei miei amici. Il mio principale difetto” e così via. Indagando sulle virtù e la morale il questionario era per forza di cose uno strumento flessibile tant’è che alcune domande cambiavano nel corso del tempo e da salotto a salotto. Comunque sia le risposte venivano lette e commentate dalla cerchia di parenti, amici e conoscenti. Anche se in forme profondamente rivisitate tutt’oggi il “Questionario di Proust” è utilizzato in psicologia e soprattutto da testate giornalistiche per intervistare celebrità di ogni tipo.

L’autore della “Recherche” compilò il “Questionario di Proust” in due occasioni. La prima volta quando era appena ragazzo, intorno ai 14 anni, la seconda quando ne aveva quasi 20. In quest’ultima occasione riformulò le domande e intitolò “Marcel Proust par lui-même” quello che ancora era un indefinito album di confessioni. L’album prese così il suo nome grazie alla notorietà del personaggio. Carlo Michelstaedter compilò il questionario una sola volta, nel 1906, quando aveva 19 anni. Dal confronto tra le risposte dei due scrittori emergono notevoli differenze. All’approccio idealista e al carattere ermetico di Proust (il quale alla domanda “Il mio sogno di felicità” risponde: “Ho paura che non sia abbastanza elevato, e ho paura di distruggerlo dicendolo”), si contrappone lo stile grave e il carattere estroverso di Michelstaedter (“In che fate consistere la felicità”: “Nella intensità dei sentimenti congiunta alla facoltà di esprimerli”). Dalla differenza tra queste risposte si può azzardare che in Proust la parola trova rifugio in se stessa mentre in Michelstaedter la parola è un confronto all’arma bianca col mondo. Un confronto che non reggerà e che lo distruggerà. Un indizio di questo tragico conflitto lo troviamo già nel questionario. Alla domanda: “A quale età vorrete morire”, Carlo risponde: “Subito!!”.

Altri due temi emergono dai testi che compongono ”Lessico famigliare”. Il primo, la corrispondenza tra le risposte dello scrittore goriziano al questionario e la sua concezione della vita. Annota Angela Michelis: “Le sue risposte ruotano intorno ad una forte tensione centrale verso l’autenticità di un vivere senza “rettorica”, di un vivere che del naturale e dello spontaneo fa propria la spinta propulsiva dell’“amore universale”, quale modello di armonia e dunque di bellezza. La via verso la bellezza che nella sua idealità coincide con il bene e con il vero è certamente meta del vivere persuaso”.

Un altro tema di ”Lessico famigliare” riguarda il mondo delle famiglie degli ebrei di lingua italiana. Un mondo del quale il volume curato da Cavaglion e Michelis ci fa ascoltare le voci attraverso il “Questionario di Proust” compilato da parenti e amici di Carlo Michelstaedter e da personaggi della comunità ebraica italiana quali Umberto Cassuto – insigne professore di lingua e letteratura ebraica all’Università di Firenze – che con tutta probabilità Carlo conobbe durante i suoi quattro anni di permanenza nel capoluogo toscano mente frequentava la facoltà di Lettere. Attraverso gli autoritratti dei tanti intervistati emerge il costume di un’epoca. Un’epoca in cui i divertimenti preferiti erano il teatro e la lettura e in cui l’idea di felicità era generalmente ispirata da un saggio pragmatismo o dalla religione così come si conveniva all’agiata borghesia dei primi del ‘900. ”Lessico famigliare” è dunque un libro che trova uno dei suoi maggiori significati nella conservazione della memoria. Memoria di una comunità, quella ebraica, memoria di una cultura, quella italiana, e memoria di una civiltà, quella europea, di cui la parabola di Carlo Michelstaedter anticipa la crisi.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 22 maggio 2015.

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