L come lavoro. Un precario di nome Ferdinand

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Cover Céline's big band 2Ognuno ha i suoi motivi per amare Céline. I miei sono essenzialmente due: la sua visceralità e la sua attualità. La visceralità alberga nell’inimitabile scrittura dell’autore del Voyage. L’attualità nella sua guerra contro gli effetti deleteri della modernità. I due motivi non si escludono l’uno con l’altro. Al contrario, è la loro integrazione che rafforza il rifiuto del mondo così com’è. La forma politica di tale rifiuto assume in Céline contorni drammatici a causa della sua adesione al nazismo. Eppure, all’apparire del Voyage e di Morte a credito, Céline riesce a scuotere qualsiasi lettore indipendentemente dall’appartenenza ideologica. Successivamente, persino i libelli antisemiti e anticomunisti – pieni zeppi di pregiudizi e luoghi comuni tipici del piccolo-borghese arrabbiato – contengono pagine di autentica poesia a cui difficilmente si può restare insensibili.

Infine, nel secondo dopoguerra Céline punta tutto sullo stile letterario e battezza la prosa dei suoi ultimi romanzi “petite musique”. In tutti questi passaggi la scrittura céliniana muove da una profonda istanza di verità (anche quando distorce i fatti). E la declinazione che assume tale ricerca è la denuncia. Sono molte le denunce di Céline nei confronti del mondo moderno: contro la guerra, il colonialismo, la fabbrica, l’alienazione, la miseria, la metropoli, le periferie. Una delle più attuali riguarda il lavoro. Meglio: la mancanza di lavoro. A questa mancanza  – e a tutto ciò che ne deriva in termini di ingiustizia e sofferenza – Céline ha dedicato numerose pagine sia nel Voyage (dove il protagonista, appena approdato sulla costa degli Stati Uniti, è reclutato come contapulci degli immigrati in attesa di smistamento), sia in Morte a credito (dove, mutatis mutandis, sembra di leggere storie tipiche del giovane disoccupato e del precario dei nostri tempi).

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Nonna Caroline è sul letto di morte. Il piccolo Ferdinand è sollecitato dai genitori ad abbracciarla per l’ultima volta. Ma lei dice di no e chiede al ragazzo di avvicinarsi. <“Lavora bene Nanduccio mio!” mi bisbigliò in un soffio… Io mica avevo paura, di lei… In fondo, ce l’intendevamo… E del resto, stringi stringi, è vero, ho ben lavorato… Ma questo non interessa nessuno…> (Morte a…, p. 83). E’ il Ferdinand di Morte a credito che sta narrando. Céline, come al solito, depista il lettore e il lavoro costituisce in realtà un tema rilevante della sua produzione letteraria. Tema trascurato dalla critica. Tema esasperato dallo stesso Céline, che finisce per confondere il romanzo con la realtà. E seppure quanto scrive di sé  – come ragazzo di bottega, commesso di gioielleria, gerente di una piantagione in Cameroun, medico delle banlieue – non corrisponde fedelmente alla propria biografia, ciò non toglie che quanto Céline racconta non sia realmente accaduto a una massa sterminata di esseri umani divorati dalla seconda industrializzazione. E oggi che ci troviamo nel ciclone della terza? Oggi leggiamo in quelle pagine scritte negli anni ’30 del Novecento il nostro presente. In che termini? In termini di precarietà diffusa, alti tassi di sfruttamento, negazione di diritti fondamentali, paghe basse, costante aumento della povertà. Nonostante la modernità sia tornata a presentarsi col suo volto più arcaico (ma con un nome nuovo: globalizzazione), circa ventisei milioni di europei sono oggi alla ricerca di un’occupazione, sia quel che sia. E’ comprensibile: in Occidente è sul lavoro che si fonda l’identità degli individui. Pertanto, quando il lavoro non c’è, si preferisce patire le pene dell’inferno anziché farla finita con un gioco sociale che non funziona. Come Ferdinand, l’attuale disoccupato ripiega nell’arte di arrangiarsi, brancola tra mille delusioni nell’affannosa ricerca di un posto, accetta la sottoccupazione come destino e finché può si appoggia sulla famiglia. Allo stesso tempo genitori (occupati) e figli (disoccupati) si trovano gli uni contro gli altri ed entrambi guardano in cagnesco gli immigrati. Per uscire da questo circolo vizioso occorrerebbe un collettivo sforzo di fantasia e inventare un nuovo gioco sociale in grado di riorganizzare la vita quotidiana a partire da una realtà: la fine della centralità del lavoro.

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C’è poco da mangiare a casa del piccolo Ferdinand. Si impegnano i gioielli di famiglia al Monte di Pietà e si risparmia persino sui fiammiferi. Il padre, Auguste, prevede una fine tragica e imminente. Bisogna inventarsi qualcosa. La madre, Clémence, riavutasi dal dolore per la morte di Nonna Caroline, prende in mano la situazione: <Visto che le clienti non vengono più da noi, ebbene, Nanduccio mio, andremo noi a scovarle!… E fin nelle loro case!… Presto verrà la buona stagione, lasceremo per un po’ la bottega… Andremo a farci tutti i mercati, i dintorni… Chatou!… Vésinet!… Bougival!… dove ci sono bei villini che devono ancor essere arredati… tutta gente scicche… Sarà più divertente che star qui a basire!… Che aspettar qui per nulla!… Eppoi, prenderai così una boccata d’aria!> (Morte a…, p. 86). Cosa vendono madre e figlio nei paesotti della campagna parigina? Gli stessi lavori di cucito che espongono a Parigi nella vetrina del negozio al Passage des Bérésinas: trine, boleri, pizzi, fini creazioni. Ma non funziona. Per di più Ferdinand si caccia nei guai per una ragazzata combinata insieme a un altro monello che lavora al mercato delle pulci. La famiglia fa retromarcia: niente più uscite fuori dal Passage. Ferdinand rientra a scuola, ma i creditori bussano alla porta. Non resta altra strada: ritentare coi mercati. Ma più lontano stavolta, lontano da Parigi. Auguste, modesto impiegato in un’agenzia di assicurazioni, la Coccinella-Incendi, per la prima volta in dieci anni ha ottenuto quindici giorni di ferie (per di più pagate). E’ estate, Clémence tira giù la saracinesca del negozio e insieme a Ferdinand parte alla volta di Dieppe (Auguste li raggiungerà più tardi). L’esposizione in Piazza Grande di fanfaluche, trine e fronzoli si rivela difficilmente gestibile a causa del vento. Il rischio di venir derubati è altissimo. Che fare? Non resta che la vendita a domicilio trascinandosi dietro l’intero campionario. Dalla strada madre e figlio spiano i potenziali clienti dentro i loro villini e al momento opportuno (di solito dopo pranzo e dopo cena) Clémence suona il campanello. Ferdinand resta fuori ad aspettare. Qualcosa si riesce a piazzare, ma non basta. I costi di permanenza a Dieppe superano i ricavi. La mamma inizia a vendere merletti in spiaggia.

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Che differenza c’è tra la disperazione degli anni ’30 e quella di oggi? Sul piano qualitativo nessuna. Cambiano i nomi. Dalla “Grande Crisi” del ‘29 siamo passati all’attuale “Grande Recessione”. L’instabilità è sempre dietro l’angolo e lo spettro della disoccupazione non muore mai. Incubi che invadono l’esistenza del Ferdinand di Morte a credito. Con la differenza che a quei tempi le parole lottavano per possedere ancora un senso. Iniziavano a perderlo, è vero, e l’evento che segna l’inizio di questa perdita è la “Grande Guerra” con l’uso scientifico della propaganda politica e militare. Ma la visceralità della scrittura céliniana costituisce l’estremo e disperato tentativo di restituire un valore alle parole. Come? Tramite la narrazione di una sofferenza sociale che investe ogni aspetto della vita quotidiana. Ed ecco Ferdinand che ha faticosamente conseguito la licenza elementare. Dato che non è portato per gli studi è pronto per il lavoro. I suoi genitori pensano per lui a una carriera nel commercio. Gli trovano posto come commesso tirocinante dal signor Berlope, “Nastri e Guarnizioni”, in Rue de la Michodière. Ovviamente gratis. Il lavoro è duro: fare tutto il giorno la spola tra il negozio, al piano terra, e il magazzino, al settimo piano (niente ascensore). Ferdinand ce la mette tutta. Ma il suo diretto superiore, il signor Lavelongue, lo prende di mira e semina zizzania tra Ferdinand e i suoi colleghi, altri ragazzini con un futuro da perdenti. Alla fine riesce a licenziarlo. Ferdinand è furioso per l’ingiustizia subita. E’ dalla rabbia, dal dolore e dalla paura del domani che le parole prendono fuoco: <L’odio vero, quello vien dal profondo, vien dalla giovinezza persa nello sgobbo senza difesa. Ohei, ma un odio da farti schiattare. Di così profondo ne avremo sempre tanto da restarne un po’ dovunque. Ne pioverà sulla terra quanto basta per avvelenarla, per innalzarsi molto al di sopra d’ogni carognata, fra dei morti, fra gli uomini> (Morte a…, p. 126).

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La parola disoccupazione è entrata nell’uso comune nel ‘900, grazie ai cosiddetti datori di lavoro. Prima, nella nostra drammatica accezione, non esisteva. Insomma, è l’imprenditore che crea la figura del disoccupato. Gli serve: come monito nei confronti dei suoi dipendenti, come manodopera di riserva, per mantenere bassi salari e stipendi, per prolungare la giornata lavorativa e come formidabile mezzo di controllo sociale quando la disoccupazione si fa di massa, di lunga durata, strutturale e così via. Né più e né meno come nell’esperienza di Ferdinand in Morte a credito. Esperienza collocata da Céline intorno al 1910. Da allora ad oggi è passato un secolo e il ciclo della crisi si ripete senza fine con intervalli più o meno lunghi. Perciò nessuno si aspetti una reale inversione di tendenza. Senza via d’uscita dall’immaginario liberista e da una condizione materiale che non offre prospettive di riscatto cosa resta al giovane disoccupato di oggi? L’aspirazione di ieri: continuare a credere ciecamente nella fiaba del posto di lavoro. Non basta: deve crederci a tal punto da fare della ricerca di lavoro un lavoro (non retribuito, of course). Questo film d’attualità è già stato girato dal nostro Ferdinand cent’anni fa. Ecco che lo vediamo ancora una volta setacciare Parigi nell’angosciante ricerca di un padrone: <Tentai d’esser preso in considerazione da un rivenditore per le sagrestie… Tentai l’impossibile… Mi mostrai intrepido presso un grossista di pianete… Fui proprio lì lì per credere che m’avrebbero preso in una fabbrica di candelabri… Già mi pareva d’esserci… Arrivai a trovarli attraenti… Ma sul più bello tutto crollava! I dintorni di Saint-Sulpice, infine, mi delusero, e ben bene… Attraversavano pure quelli una crisi… Dappertutto, mi sono visto scacciato…> (Morte a…, p. 277).

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Ferdinand emigra in Africa. Ma è un emigrante che lascia Parigi rincuorato dalla certezza del colono: un lavoro sicuro. Giovanissimo (per i nostri standard), Céline fa esperienza sia della guerra che del colonialismo. Il 27 ottobre 1914 è ferito a un braccio durante una missione militare nelle Fiandre. Dopo le cure, le decorazioni e la copertina dell’Illustré National dedicata alla sua eroica impresa è inviato a Londra all’Ufficio passaporti del Consolato francese. Pochi mesi dopo è riformato. Nel marzo del 1916 sbarca in Africa in cerca di fortuna: a 22 anni si ritrova a Bikomimbo (Cameroun) per gestire una piantagione di cacao nel bel mezzo della foresta tropicale. Come noto, è lo stesso itinerario del Ferdinand del Voyage. L’esperienza africana durerà poco. Il paludismo lo costringerà presto a tornare sui suoi passi e tentare la fortuna in America. Tuttavia la realtà del colonialismo è rivelatrice dell’altra faccia della civiltà del lavoro. I commercianti <potevano rubare e prosperare più facilmente che in Europa. Non c’era più una noce di cocco, un’arachide che sfuggisse alle loro rapine> (Voyage…, p. 131). Insomma nelle colonie il diritto torna indietro di secoli. Ma non basta. Per saccheggiare un Paese sono necessarie le abilità dei funzionari dell’amministrazione coloniale e dei militari. Non che il sistema di potere sia compatto. Al contrario. Ma ciò che lo tiene unito è il diritto all’abuso. In particolare è del lavoro che si abusa. Quello dei nativi, amministrato a colpi di scudiscio, e quello dei poveri diavoli come Ferdinand, catapultati dalla miseria di casa propria al sogno di far fortuna in terre sconosciute. In continuità col passato coloniale ancor oggi resiste la stessa idea di sfruttamento di ogni risorsa, umana e non.

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Finalmente l’America. Finalmente nella terra dove ognuno può costruirsi un futuro. Ma la mitologia del Paese delle opportunità si decompone rapidamente nell’animo di Ferdinand, che pure è sbarcato a New York con le migliori intenzioni. Lo intravediamo infreddolito aggirarsi per strade anonime battute dalla pioggia: <Non avevo nulla da temere. Nella strada ch’avevo scelta, veramente la più stretta di tutte, non più spessa di quanto l’è un ruscello da noi, e assai lurida in fondo, umida, piena di tenebre, c’erano già tante altre persone, piccole e grasse, che mi trascinavano con loro come un’ombra. Risalivano con me nella città, al lavoro senza dubbio, col muso in basso. Erano i poveri di dovunque> (Voyage…, p. 202). I poveri di dovunque e i poveri di sempre. I pendolari francesi di ieri e di oggi per esempio. Una massa di sconfitti vomitata quotidianamente da treni e métro. Una massa sempre più impaurita dall’instabilità economica pressoché perenne e dalla possibilità di perdere il posto di lavoro: <La lenta angoscia del licenziamento senza complimenti, minaccia che pende sui ritardatari (con un secco certificato) quando il padrone vorrà ridurre le spese generali. Ricordi di <<crisi>> a fior di pelle, dell’ultima volta che s’era senza impiego, di tutti gli Intransigeant che si son dovuti leggere, cinque soldi, cinque soldi… attese per cercar lavoro… Quelle memorie che vi strangolano un uomo, per ben avvoltolato ch’egli possa essere nel suo cappotto <<di tutte le stagioni>> (Voyage…, p.252).

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Ferdinand si sposta verso strade più illuminate e meno tristi. Si ritrova a Manhattan ad ammirare di soppiatto le belle donne che guardano scintillanti vetrine. Inseguendo punti luminosi Ferdinand consola la sua solitudine al cinema. Ma è sempre più a corto di denaro e finisce per mangiare in refettori pubblici.  A un certo punto i soldi finiscono. Inizia la spasmodica ricerca di Lola, una crocerossina americana conosciuta a Parigi durante la guerra e con cui ha avuto una relazione. L’incontro non è dei migliori. Lei lo caccia da casa pistola alla mano, ma prima Ferdinand è riuscito a farsi dare cento dollari. Però è di nuovo in mezzo alla strada. Che fare? Cercar lavoro, come al solito. Lo trova. Nientemeno che alla Ford. Ed ecco Ferdinand in coda davanti al portone della fabbrica in attesa di un colloquio: <Pioveva sulla piccola folla. Le file si tenevano compresse sotto le grondaie. Sono facilmente comprimibili le persone che cercano lavoro. Quel che ci trovavano di buono da Ford, m’ha spiegato un vecchio russo in via di confidenze, è che si accettava qualunque persona e qualunque cosa. <<Solo, stai attento – m’ha aggiunto perché mi sapessi regolare, – non bisogna far grane da lui, ché se pianti grane ti scaraventano alla porta in quattr’e quattr’otto, e sarai in quattr’e quattr’otto sostituito da una delle macchine meccaniche che hanno sempre a portata di mano e allora non ci hai più mezzo di rientrarci!>> (Voyage…, p.235). Pochi mesi dopo Ferdinand torna a Parigi.  Finisce in periferia, a Rancy, e fa un altro mestiere: il medico dei poveri.

Patrizio Paolinelli, in, Émeric Cian-Grangé,  Céline’s Big Band. D’un lecteur l’autre, Éditions Pierre-Guillame de Roux, Paris, 2015, 402 pages, 25,00 eur.

Cover Céline's Big Band retro

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