Come lacrime nella pioggia

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Macchine e sentimenti nell’era della tecnoscienza

Nel film di Stanley Kubrick, “2001: odissea nello spazio”, Hal 9000 è il nome del supercomputer che controlla il funzionamento dell’astronave Discovery One diretta verso Giove. Attraverso questa spettacolarizzazione della cibernetica emerge un controverso rapporto tra macchine e sentimenti: da efficiente servitore degli astronauti Hal passa a diventare il loro killer quando si accorge che l’equipaggio decide di disattivarlo. Solo il comandante riesce a sopravvivere e a neutralizzare il supercomputer. Ma proprio un attimo prima dello spegnimento accade un fatto sorprendente: Hal inizia a canticchiare una filastrocca per bambini (Giro giro tondo) rivelando così un atteggiamento inaspettatamente umano. Umanità lasciata già presagire nella capacità strumentale di andare dritto allo scopo e nella freddezza omicida, e che suggerisce quanto un puro pensiero calcolante, qual è quello del computer, non possa essere scisso dalle passioni di cui si alimenta la volontà di potenza. D’altra parte, quale atto è maggiormente connotato di volontà di potenza se non l’idea di intelligenza artificiale, che fa dell’uomo un dio in sedicesimo capace di creare un essere senziente?

Percorre la medesima parabola il film di Ridley Scott, “Blade Runner”. Come Hal 9000 anche il leader dei replicanti, Roy Batty, rivela in hora mortis la sua natura umana nel desiderio di vivere oltre i quattro anni di programmazione della categoria di androidi cui appartiene (Nexus 6). Tanto che il celeberrimo e struggente monologo “ Io ne ho visto cose…” rappresenta l’epitome di un robot persino troppo umano. Così come troppo umani sono i due simpatici droidi di “Guerre stellari”, C-3 P0, dall’aspetto antropomorfo che ricorda vagamente l’Uomo di latta del “Mago di Oz” e che esclama spesso “Oh, santo cielo”; e R2-D2,  automa alto 96 centimetri, dal corpo cilindrico e la testa semisferica tramite la quale può vedere attraverso un monocolo e proiettare immagini olografiche. I due droidi sono amici inseparabili e riproducono nelle loro fattezze – lo spilungone e il grassottello – innumerevoli coppie della storia della letteratura, del cinema e della Tv: a partire da Don Chisciotte e Sancho Panza, continuando con Stanlio e Ollio, fino ad arrivare ai più caserecci Lillo e Greg.

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Guerre stellari, gli automi R2-D2 e C-3 Po.

Anche R2-D2 e C-3 Po hanno paura di morire, fuggono dai pericoli e combattono contro numerosi avversari. I due droidi sono complementari l’uno all’altro proprio perché esprimono modi di sentire differenti: il primo è coraggioso e spiritoso, mentre il secondo è fifone e lamentoso. In altre parole, entrambi hanno un personalità. E una fortissima personalità pare proprio possederla Andrew, il robot positronico della famiglia Martin nel film “L’uomo bicentenario”, tratto dall’omonimo racconto di Isaac Asimov e girato da Chris Columbus. Andrew è un robot di servizio, cortese ed efficiente (tutto il contrario del finto e incredibilmente maldestro robot-maggiordomo che ritroviamo ne “Il dormiglione“, di Woody Allen). Dopo una serie di interventi volti a sostituire i componenti artificiali con materiale organico, Andrew riesce ad acquisire un aspetto del tutto umano e, soprattutto, un mondo interiore completamente umano. Il robot prova emozioni, sentimenti e si innamora. Cosa manca a quest’essere progettato a tavolino per raggiungere lo status di uomo? La capacità di morire. In quanto macchina è potenzialmente eterno, Andrew decide perciò di sottoporsi a un ultimo intervento in cui si fa iniettare del sangue umano che progressivamente provocherà la degenerazione dei tessuti e alla fine riesce a lasciare questo mondo. Ai nostri occhi il supercomputer Hal 9000 e l’androide Roy Batty si umanizzano per il loro desiderio di vivere, Andrew per la sua decisione di morire. Due strade opposte che conducono al medesimo risultato e che ci dicono quanto la tecnica portata alle sue estreme conseguenze metta in questione le caratteristiche ontologiche dell’uomo, le forme di socializzazione conosciute in cinquemila anni di evoluzione culturale e il senso dell’identità costruito nelle convulse fasi della modernizzazione. Un messa in questione che sviluppa conflitti mai sperimentati prima e a cui attualmente non siamo sufficientemente preparati.

Rispetto agli scenari tratteggiati dalla fantascienza la rilevanza sociale dell’attuale digital divide semplicemente impallidisce. Ma non è solo la fantascienza a presagire mondi in cui gli schemi dell’attuale civiltà umana salteranno completamente.  Anche la scienza ufficiale non è da meno. Marvin Minsky, uno dei padri dell’Intelligenza Artificiale, in un saggio del 1992 intitolato “Il nostro futuro robotizzato“, annuncia senza mezzi termini la possibilità di realizzare un uomo bionico. Ossia un individuo le cui parti del corpo, invecchiate o logorate, saranno sostituite con innesti artificiali facendogli raggiungere la quasi immortalità. Non basta. Minsky prevede che potremmo conseguire l’immortalità trasferendo la nostra personalità in un nuovo contenitore che sostituisca tutte le funzioni del corpo fatto di carne e ossa: “Questo è un modo in cui potrebbero andare le cose, per consentirci non solo di usare semplicemente il computer, ma di diventare computer”.

transcendenceIl cinema ha recentemente preso in parola Marvin Minsky e nel 2014 è uscito nelle sale “Transcendence”, diretto da Wally Pfister. Nel film il più brillante ricercatore nel settore dell’Intelligenza Artificiale, il dottor Will Caster, interpretato da Johnny Depp, lavora alla costruzione di una macchina senziente capace di integrare tutto il sapere del mondo con l’intera gamma delle emozioni umane. E’ ciò che lo scienziato chiama “trascendenza”, ossia il superamento di ogni limite biologico e il raggiungimento di una sorta di onniscienza. Nonostante l’obiettivo delle ricerche sia quello di superare povertà e malattie lo scienziato viene ucciso da un gruppo ostile alla proliferazione tecnologica. Utilizzando le ricerche di Caster la moglie riesce a fargli vivere una vita connessa con Internet realizzando così una coscienza cibernetica, che peraltro, grazie ai nanorobot, riesce a curare persone affette da malattie. La vicenda poi si complica, ma tanto basta per ricordarci che nell’idea di macchina animata convivono due pulsioni forse solo apparentemente opposte: il desiderio immortalità e la paura della caducità umana. Lo esemplificano quelle figure faustiane nelle quali la creazione dell’uomo in laboratorio sfugge al controllo acquisendo coscienza di sé o ritrovando il proprio sé. Basti pensare a personaggi come Robocop e Terminator.

Le macchine che raggiungono una forma di consapevolezza e che magari riescono a prendere il potere con la forza sottomettendo o sterminando gli abitanti della Terra sono ormai un cliché della fantascienza che nonostante tutto umanizza il cattivo robot (peraltro sempre sconfitto). E lo umanizza perché in fondo costituisce il nostro specchio. Il cattivo robot si comporta con noi esattamente come noi ci comportiamo nei confronti della natura. In nome del profitto devastiamo in maniera irreversibile l’ambiente e ogni giorno uccidiamo, torturiamo, umiliamo, divoriamo milioni di animali tronfi della nostra superiorità tecnologica che poi ammantiamo con le più svariate  razionalizzazioni. L’incubo della rivolta delle macchine prende corpo ogni qualvolta avviene un cortocircuito tra animato e inanimato. Del resto, nell’epoca dell’informatizzazione del mondo, il legame originario tra cibernetica e potere emerge fin dall’etimologia del termine: dal greco kybernétes, che designa il timoniere della nave. Etimologia che risuona anche nel latino gubernum, l’arte di tenere il timone dello Stato. Nel momento in cui l’informatica si applica a ogni aspetto della vita sorgono nuovi problemi – sociali, politici, culturali – derivanti dal controllo delle macchine da parte dell’uomo e del controllo dell’uomo a opera delle macchine. Non è immune da questi problemi l’umana aspirazione alla trascendenza.

Best Web 2.0 SL’informatica crea dei veri e propri golem immateriali spiazzando la tradizionale dicotomia cartesiana tra res cogitans (uomo) e res extensa (macchina). Se nella tradizione illuministica la linea di demarcazione tra spirito e materia è netta e le macchine ricadono interamente nel dominio del mondo materiale, con la rivoluzione indotta dall’avvento del Web 2.0 la macchina si smaterializza grazie alle sue straordinarie capacità di calcolo. La Rete diventa un piano di immanenza privo di limiti materiali, pronta a candidarsi al ruolo di sovrano assoluto nel determinare la struttura collettiva del sentire. Assolutismo in competizione con le forme storiche della trascendenza sin qui conosciute e tendente a frustrare le aspirazioni verso forme più alte di spiritualità. Dal momento che l’enorme potere dell’informatica è detenuto da una rete invisibile – vero e proprio deus absconditus del nuovo culto digitale – resta da capire quanto il Web ci condizioni e quanto possiamo invece controllarlo. Quando la tecnica si pretende onnipervasiva, non resta che il paziente compito della sua decostruzione se si intendono preservare ambiti di autonomia e libertà dell’agire umano. Decostruzione che può anche rivelare il lato regressivo della tecnica e far cantare a un computer preda del delirio di onnipotenza un’innocente filastrocca per bambini.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro, 13 giugno 2015.

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