Dieta mediatica e dieta alimentare: due facce della stessa società

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Lo chef star Antonino Cannavacciuolo

Come mai da necessità biologica il cibo è diventato uno degli oggetti privilegiati della nostra quotidiana dieta mediatica? Evidentemente perché le due forme di alimentazione si sostengono a vicenda. In poche parole il cibo è entrato a far parte della società dello spettacolo. Il che non deve stupire più di tanto. Anzi a ben guardare c’è da sorprendersi che sia arrivato così tardi a invadere il piccolo schermo. Tanto più che il cinema non ha trascurato il bisogno naturale di nutrirsi e lo ha rappresentato sia in forme problematiche che in forme più leggere.

 

Solo per fare qualche esempio basti pensare a Charlie Chaplin e alla sua messa in scena della fame del proletariato; a “La grande abbuffata“, di Marco Ferreri, le cui cene pantagrueliche si trasformano nel rapido percorso autodistruttivo dei quattro personaggi principali; a “Donna Flor e i suoi due mariti”, di Bruno Barreto, film in cui il cibo è un mezzo per stimolare il piacere erotico; a “Mangiare bere uomo donna“, di Ang Lee, dove intorno alla tavola apparecchiata si giocano le intricate vicende di una famiglia taiwanese; a “Il pranzo di Babette“, di Gabriel Axel, che racconta il cibo come forma d’arte e scopo di un’esistenza; a “Chocolat“, di Lasse Hallström, dove il sapore del cioccolato rompe la cappa di bigotto perbenismo che soffoca la comunità di un paesino francese; locandinafino ai più recenti “Un’ottima annata“, di Ridley Scott, il cui ultra-urbanizzato protagonista ritrova il gusto della vita in campagna tra buoni vini e cene d’una volta, “Soul kitchen“, di Fatih Akin, commedia in salsa multietnica che ruota intorno a un dimesso ristorante situato in un quartiere periferico di Amburgo e “La cuoca del Presidente“, di Christian Vincent, film che si presta quasi in forma didascalica a diversi piani di lettura: il bisogno naturale di mangiare da parte di un uomo potente, il conflitto di saperi tra cibo genuino e cibo sofisticato, le dinamiche di potere che si mettono in moto quando si tratta di decidere il menu du jour.

 

Mentre in genere il cinema si è posto riflessivamente dinanzi al ruolo del cibo nella nostra vita altrettanto non si può dire della recente narrazione televisiva. Sugli schermi italiani la nutrizione è stata immediatamente calata nella koinè dello spettacolo e le ormai onnipresenti trasmissioni sono sistematicamente prodotte col linguaggio dell’intrattenimento generando un nuovo tipo di divo: lo chef star. Cosa fa davanti alle telecamere quest’ultimo arrivato? Recita o non recita? Cucina o non cucina? Dare una risposta non è facile. Infatti le posizioni sull’argomento sono molto differenti e persino opposte. Ma al di là delle opinioni un dato sembra emergere con certezza: il cibo è un fatto culturale totale la cui ingombrante rappresentazione mediatica è parte del processo di gestione politica della vita nella sua interezza. Per alcuni versi il processo che ha condotto alla spettacolarizzazione della cucina è simile a quello della canzone, che da espressione naturale della società è diventata un prodotto industriale e, per quanto concerne l’alimentazione, ha generato una sofisticata espressione della merce: il cibo-immagine. Saltano immediatamente agli occhi le affinità tra la spettacolarizzazione del cibo e l’erotizzazione del corpo che caratterizza il nostro ordine visivo. Se il corpo è glamour – ossia bello, seducente e in smagliante forma fisica – perché non deve esserlo anche il cibo?

formaggio-lazzato-unIl processo che ha condotto l’alimentazione nel mercato delle immagini pare abbia avuto inizio una cinquantina d’anni fa con la nouvelle cuisine, la sua semplicità, le sue cotture al vapore, l’annuncio delle crudité, ma soprattutto la studiata presentazione dei cibi fino a farli sembrare opere d’arte. E così il senso della vista inizia a imporsi a tavola accompagnando durante gli anni ’80 il “rifugio nel privato” di giovani e meno giovani che il giorno prima sognavano di fare la rivoluzione. Con gli anni ’90 il politico cede il passo al gastronomico e sarà proprio il turismo enogastronomico a costituire una tappa importante per la saldatura tra mondo reale e mondo delle immagini. Un abile, aggressivo e diffuso marketing territoriale ha progressivamente fatto mettere in moto milioni di viaggiatori diretti a caccia del tipico, del genuino, della sagra di paese: oggi Coldiretti stima in oltre cinque miliardi il fatturato di questo segmento della nostra offerta turistica. Negli anni 2000 l’enogastronomico si afferma definitivamente come una voce centrale del made in Italy e a questo punto i tempi sono maturi per passare dalle televendite di pentole e forni a microonde a MasterChef Italia, un popolare talent-show che è giunto oggi alla sua quinta edizione.

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Junior MasterChef Italia-2015

Il grande successo della cucina in TV, nella stampa e sul Web (si pensi solo al gusto voyeuristico di postare le foto di piatti d’ogni tipo sui social network) costituisce un indicatore della capacità del biopotere di orientare la formazione dell’identità collettiva. Una delle funzioni principali del cibo-immagine è infatti quella di instaurare tra i consumatori una corsa senza fine alla ricerca di esperienze sensoriali. Epitome di tali tendenze è forse Junior MasterChef Italia, talent-show che va in onda in Tv dall’anno scorso e in cui gareggiano bambini dagli otto ai tredici anni. Questa trasmissione costituisce forse uno dei punti di arrivo più avanzati della trasformazione dei processi di socializzazione nei sistemi economici post-industriali. La cucina è idealizzata: consiste in un set tirato a lucido, ben illuminato, privo di ostacoli e che appare allo spettatore senza odori né profumi. Gli scarti diventano invisibili e la presenza di elettrodomestici è discreta. Gli chef star della giuria (due uomini e una donna), esortano, commentano, selezionano, valutano e alla fine dichiarano il vincitore. Tra i fornelli entra così la competizione più spinta che vede il cuoco in erba solo contro tutti: il bambino cucina per vincere non per il piacere di cucinare o di preparare qualcosa di buono per il prossimo. Alla fine c’è un doppio premio che consiste in un viaggio a Disneyland Paris con i genitori e in una borsa di studio da 15mila euro. In quest’ambiente non c’è spazio per il gioco: i bambini sono messi al lavoro seppur in un’atmosfera da gara sportiva. Così come numerosi divi dello spettacolo indicano ai propri fan che ormai per vivere occorre svolgere più di un’attività (ballare, cantare, recitare, scrivere) allo stesso modo Junior MasterChef Italia indica al grande pubblico televisivo un rimescolamento delle età della vita da interiorizzare e in cui scompare l’idea d’infanzia come l’abbiamo conosciuta fino a ieri: i bambini sono inseriti a pieno titolo nel processo produttivo. Le domande da farsi sono allora: che tipi umani produce l’economia post-industriale attraverso uno dei suoi comparti di punta come lo spettacolo? Il futuro ci consegnerà una società di adulti-bambini e di bambini-adulti?

La spettacolarizzazione mediatica del cibo attinge a piene mani dalla realtà di sagre, fiere, manifestazioni tradizionali. Tutti questi eventi sgomitano per apparire il più possibile su qualsiasi tipo di schermo. Il Web ha facilitato le cose ma di converso ha contribuito a congestionare il traffico di informazioni. E tuttavia, come Internet, il cibo-immagine si è sganciato dalle coordinate spazio-temporali del mondo industriale istruendo il consumatore a percepire l’alimentazione tra le polarità del fast-food e dello slow food, del frutto esotico e del kilometro zero. Pur essendo costituita da opposizioni che riflettono differenti sensibilità, questa riconfigurazione dell’esperienza permette di tenere insieme il cibo etnico e quello industriale, il genuino e l’artificiale, il locale e il globale, l’equo e solidale e il profitto ad ogni costo ambientale dando vita a occasioni dove ce n’è per tutti i gusti come accade a Expo Milano 2015. Manifestazione che a detta degli organizzatori costituisce “il più grande evento mai realizzato sull’alimentazione e la nutrizione”. Anche al di fuori dello schermo trionfa la logica dello spettacolo.

Patrizio Paolinelli, via PO Economia, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 21 ottobre 2015.

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