Il filosofo olandese era anche un po’ palestinese

Spinoza

Baruch Spinoza (1632 – 1677)

Polemiche. Una risposta all’articolo uscito sul «Corriere della Sera» dal titolo «Spinoza sionista», firmato dalla studiosa Donatella Di Cesare

È senz’altro una pura coin­ci­denza il fatto che, pochi giorni dopo le frasi raz­zi­ste e anti­se­mite (per­ché anche gli arabi appar­ten­gono al ceppo lin­gui­stico semi­tico) di Ben­ja­min Neta­nyahu a pro­po­sito della solu­zione finale sug­ge­rita ad Hitler dal Gran Muftì di Geru­sa­lemme, sia apparso sulle pagine cul­tu­rali del Cor­riere della Sera un arti­colo della filo­sofa Dona­tella Di Cesare su <Spinoza sionista> (dome­nica 25 ottobre).

I due inter­venti, peral­tro, si col­lo­cano su piani asso­lu­ta­mente diversi: il primo è un’orribile fal­si­fi­ca­zione sto­rica ope­rata da un primo mini­stro, che non prova ver­go­gna a stru­men­ta­liz­zare per motivi poli­tici una delle grandi tra­ge­die del Nove­cento; il secondo è uno scritto di un’importante stu­diosa ita­liana (anche se forse non tra le più note inter­preti del pen­siero spi­no­ziano) che rilegge in maniera ori­gi­nale – e per molti versi inac­cet­ta­bile – un momento signi­fi­ca­tivo della bio­gra­fia di uno dei mag­giori filo­sofi della prima moder­nità, il «male­detto» Spi­noza (male­detto, sia ben chiaro, tanto dagli ebrei, quanto dai cri­stiani), per ricon­durlo alla reli­gione natia e, in tal modo, mostrare il carat­tere ideo­lo­gico dell’interpretazione della moder­nità come pro­cesso di seco­la­riz­za­zione e di gra­duale (e pro­ble­ma­tica) presa di distanza dall’eredità delle grandi reli­gioni mono­tei­ste (in par­ti­co­lare dall’ebraismo). E tut­ta­via, pur tenendo ben pre­sente la grande dif­fe­renza tra que­sti due inter­venti, è forse pos­si­bile trarne un inse­gna­mento comune.

Una piog­gia di male­di­zioni
Che le radici cul­tu­rali e poli­ti­che del moderno abbiano un rap­porto com­plesso e ambi­va­lente con la dimen­sione teo­lo­gica è un dato sto­ri­ca­mente accla­rato; e tut­ta­via la lotta per l’emancipazione dall’invadenza del clero nella vita della società e dei sin­goli indi­vi­dui rimane un pas­sag­gio fon­da­men­tale nel pro­cesso di costru­zione dell’orizzonte poli­tico della modernità.

Che Spi­noza non sia stato sco­mu­ni­cato – come afferma Di Cesare, gio­cando sul fatto che per la reli­gione ebraica la sco­mu­nica non esi­steva – bensì «sem­pli­ce­mente» ban­dito dalla comu­nità ebraico-portoghese di Amster­dam («Che egli sia male­detto di giorno e male­detto di notte, male­detto quando si sdraia e male­detto quando si alza, male­detto quando esce e male­detto quando rien­tra»), e che vi fos­sero dei fon­dati motivi di oppor­tu­nità poli­tica per­ché la comu­nità agisse in que­sto modo, tutto ciò è, in ultima ana­lisi, poco rile­vante per il per­corso filo­so­fico spi­no­ziano; il giorno dello Che­rem Spi­noza di fatto aveva già abban­do­nato la sua comu­nità, andando a vivere fuori dal quar­tiere ebraico, fre­quen­tando per­lo­più cri­stiani «senza Chiesa» (come l’ex-gesuita Van den Enden, oppure gli amici Col­le­gianti Bal­ling e Jel­les), e suc­ces­si­va­mente dia­lo­gando con i mag­giori scien­ziati dell’epoca (come Henry Olden­burg, segre­ta­rio della Royal Society) e, forse, per­fino isti­tuendo rap­porti con per­so­naggi di spicco della poli­tica olan­dese, come Johan De Witt.

Soprat­tutto, egli aveva abban­do­nato l’orizzonte ideo­lo­gico della sua antica reli­gione, leg­gendo Machia­velli e Hob­bes, gli sto­rici latini e Teren­zio, Descar­tes e i trat­tati sei­cen­te­schi di medi­cina; e ini­ziando, passo dopo passo, a costruire un sistema filo­so­fico che attri­buiva a Dio la mate­ria­lità, pri­van­dolo della volontà crea­trice, e al mondo una neces­sità anti­fi­na­li­stica che mirava a libe­rare gli uomini dal giogo del pec­cato e della colpa.

Per que­sto la ste­sura del Trat­tato teologico-politico, com­po­sto tra il 1665 e il 1670, quando Spi­noza era ormai lon­tano da Amster­dam, non era pen­sata per chiu­dere dei conti con l’ebraismo e con la sua comu­nità, né tan­to­meno – come sem­bra indi­care Di Cesare – per testi­mo­niare un qual­che debito filo­so­fico con la fede degli avi, quanto piut­to­sto, come dice lui stesso in una let­tera all’amico Olden­burg, per difen­dere «la libertà di filo­so­fare e di dire ciò che sen­tiamo» dai pre­giu­dizi dei teo­logi di ogni reli­gione, in par­ti­co­lare di quella cal­vi­ni­sta, che pre­oc­cu­pava Spi­noza ben più dei suoi ex-correligionari.

Così i capi­toli dedi­cati alla respu­blica Hebraeo­rum, sui quali Di Cesare costrui­sce la sua tesi di uno Spi­noza proto-sionista, sono in realtà com­po­sti in aperta pole­mica con la filia vetero-testamentaria dell’ortodossia cal­vi­ni­sta, allo scopo di trarre dalla sto­ria poli­tica ebraica «alcuni inse­gna­menti poli­tici» (titolo del cap. XVIII) da ado­pe­rare nella lotta per la libertà di pen­siero e di parola nelle Pro­vince Unite del XVII secolo. Il carat­tere pro­ble­ma­ti­ca­mente demo­cra­tico della teo­cra­zia mosaica appare, agli occhi di Spi­noza, un modello ini­mi­ta­bile in una società nella quale «non ci sono più pro­feti», dove l’idea di un patto con Dio risul­te­rebbe niente altro che un grande inganno teo­lo­gico: è la «società tutta intera» (cap. XVI), e non la divi­nità, alla quale una col­let­ti­vità «moderna» deve attri­buire il diritto di gover­nare, in modo che tutti i cit­ta­dini riman­gano liberi e uguali.

Spi­rito non addo­me­sti­ca­bile
Con­clu­dendo: il ten­ta­tivo di arruo­lare Spi­noza tra i figli pre­di­letti del popolo ebraico (ten­ta­tivo uguale e con­tra­rio alle nume­rose inter­pre­ta­zioni di uno Spi­noza tra­di­tore della sua fede avita, che Di Cesare omette di ricor­dare; pars pro toto quella di Leo Strauss) appare un’operazione for­te­mente a rischio di mani­po­la­zione poli­tica, nella dire­zione di una con­ferma dell’eccezionalismo ebraico, oggi rap­pre­sen­tato emi­nen­te­mente dallo Stato di Israele, culla della demo­cra­zia moderna, minac­ciata dal pro­getto di ster­mi­nio archi­tet­tato fin dalla prima metà del secolo scorso da una pre­sunta con­giura araba (la ripresa in chiave far­se­sca della leg­genda dei Pro­to­colli dei Savi di Sion).

E però Spi­noza non appar­tiene al popolo ebraico – né tan­to­meno alla nazione israe­liana – più di quanto non appar­tenga all’intera uma­nità, e in par­ti­co­lar modo a coloro che, senza distin­zioni di nazione, etnia, fede reli­giosa, lot­tano per eman­ci­pare gli uomini dai pre­giu­dizi della morale e della reli­gione e dall’asservimento al potere dispo­tico di pochi; in tal senso, forse, Spi­noza è anche un po’ palestinese.

Stefano Visentin, il manifesto, 3 ottobre 2015.

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