Il mito della società dell’informazione

thumbnailimageNel 1971 il governo giapponese diede il via a un piano che avrebbe dovuto realizzare la società dell’informazione entro il 2000. Nel recente passato l’Onu ha organizzato due Vertici mondiali sulla società dell’informazione e sullo stesso tema da circa trent’anni l’Unione Europea ha sviluppato una complessa macchina amministrativa a sostegno dell’ICT (Information and Communications Technology). L’interesse del mondo politico, gli investimenti degli Stati e dei privati sono dunque concentrati su un nuovo modello socio-produttivo in cui il sapere, la conoscenza, la formazione, l’informazione e le tecnologie digitali costituiscono risorse strategiche. Per Manuel Castells il mondo di oggi è caratterizzato dall’avvento del “capitalismo informazionale” in cui la produzione di ricchezza è sempre più intrecciata con la capacità di comunicare. Corona il sogno della società dell’informazione la sua vocazione universalista e a-ideologica.

E’ interessante osservare quanto il paradigma dell’informazione sia accompagnato dalla logica del progetto sociale pensato a tavolino e calato poi nella realtà. Progetto di illuministica memoria dato per morto e sepolto. Ed è altrettanto interessante notare quanto tale logica sia vituperata dalla stessa società dell’informazione – nella veste della stampa mainstream – quando qualcuno propone di realizzare un mondo più giusto avanzando modelli alternativi di produzione e consumo. Tali proposte sono immediatamente bollate come ideologiche, novecentesche, anacronistiche, utopistiche e così via. Ma c’è anche chi, come David Hesmondhalgh – di cui nel 2008 per i tipi di Egea è uscito il ponderoso volume “Le industrie culturali” – ritiene che sia improprio parlare di economia della conoscenza o di età dell’informazione a causa dei minori volumi d’affari delle industrie creative e culturali rispetto ad esempio a quelli delle industrie energetiche. E tuttavia sono proprio i prodotti delle industrie creative e culturali a costituire la seconda voce di esportazione degli USA.

Per non perdersi in discussioni a questo punto la domanda da farsi è: siamo o non siamo la società dell’informazione? Purtroppo non si può rispondere con un sì o con un no. Basti pensare al fatto che quasi nessun consumatore sa quanto costano all’origine gli abiti che indossa o la frutta che compra al supermercato e allo stesso tempo è quotidianamente informato su eventi che accadono nei quattro angoli del mondo. Dinanzi a questa ambivalenza una cosa è certa: la società dell’informazione è funzionale alle pratiche del laissez-faire ed esclude le periferie economiche come dimostra il digital divide. Attualmente la società dell’informazione è in tumultuoso sviluppo e tuttavia molto resta ancora da fare. Per come l’hanno immaginata i suoi teorici (un luogo di pace e di democrazia computerizzata) è di là da venire, eppure ha già modificato radicalmente il nostro modo di produrre e interagire. D’altra parte la vita quotidiana è circondata da schermi di ogni dimensione i cui testi e le cui immagini ci lasciano solo quando dormiamo e forse si insinuano nei nostri sogni. Ogni giorno siamo bersagliati da centinaia di messaggi pubblicitari e ci teniamo costantemente informati sui fatti del giorno. Per di più la maggioranza della forza-lavoro svolge un’attività mentale manipolando simboli e producendo messaggi. Attività che si estende anche nella vita quotidiana e per esperienza diretta ognuno di noi sa quanto tempo si spende per risolvere problemi che hanno a che fare con l’informazione: reperirla, selezionarla, organizzarla, trasmetterla, tutelarla.

Indubbiamente tutte queste pratiche depongono a favore del concetto di società dell’informazione. La sua forza è effettuale e risiede nelle ricadute pratiche che si esplicitano in notizie a mezzo stampa, telefoni cellulari, Web Tv, proliferare di blog, finanziamenti dell’Unione Europea e così via. Tant’è che in un libro curato da Jérôme Garcin e intitolato “Nuovi miti d’oggi. Da Barthes alla Smart” (Isbn Edizioni, Milano, 2008) delle 57 voci che compongono il volume ben 20 riguardano l’informazione e un suo stretto parente, lo spettacolo. Sia l’una che l’altro hanno conosciuto un’enorme fortuna in termini di speculazione teorica e di ricadute sociali. Ma mentre l’idea di società dello spettacolo il più delle volte muove da un approccio critico rispetto all’impatto dei media sulla coscienza collettiva, l’idea di società dell’informazione si presenta nella forma apparentemente neutra del progresso tecnologico e pertanto risulta gradita all’establishment politico-economico. Cosicché la società dell’informazione è in crescita e continua a battersi per diventare sempre di più senso comune. Anche in questa circostanza va osservato come il progresso, dato da decenni come una delle defunte grandi narrazioni, continua in realtà a presiedere l’agire del potere politico-economico e degli attori che si muovono sul mercato della comunicazione: nelle intenzioni dei suoi profeti la società dell’informazione promuove infatti la qualità della vita, il benessere, la libera espressione di sé.

Battuta la critica alla società dello spettacolo il mito della società dell’informazione si impone in virtù del successo delle sue applicazioni pratiche, della sua continua produzione di novità, della convergenza tra le tecnologie di trasmissione e quelle di comunicazione, dei fatturati in ascesa delle corporation legate al digitale, della promozione globale di icone quali Bill Gates, Steve Jobs, Mark Zuckerberg. E quali sono i pilastri su cui poggia tale mito? Uno ricorre all’equazione che a maggior informazione corrisponde automaticamente maggiore libertà. Il fenomeno del sovraccarico informativo dimostra esattamente il contrario. All’inizio l’information overload si è presentato come una disfunzione del mercato della comunicazione, poi è stato utilizzato come un’efficace tecnica di controllo: se si vuole deviare l’attenzione pubblica da un problema basta inondare uno o più media di informazioni ben selezionate su quel problema; di lì a poco le informazioni si trasformeranno in rumore, ossia in disturbi alla comunicazione, allora il pubblico cambierà canale e il problema è risolto. Meglio, irrisolto, ma finisce di costituire un serio ostacolo politico perché riguarda solo da una minoranza di cittadini. Un esempio: da anni siamo informatissimi sul riscaldamento globale, ma ancora oggi non ne veniamo a capo e continuiamo a “riscaldarci”.

Essere informati su un problema non equivale dunque a risolverlo. Si dirà che non è compito della stampa. Vero. Ma la stampa può essere strategica nel condizionare le scelte dei decisori come quando influenza gli orientamenti dei cittadini al voto, ai consumi, agli stili di vita. Espressioni entrate nell’uso comune come “gogna mediatica”, “manganello mediatico“, guerra mediatica”, “macchina del fango”, “disinformatia” suggeriscono quanto spazio di manovra hanno i mezzi di comunicazione nel gestire l’informazione. Tra parentesi, è da notare il sapore rétro di termini quali: gogna (Medioevo), manganello (fascismo), fango (ruralità). L’avanzare della società dell’informazione presenta poi un altro vulnus: quello di trasformarsi in una società della sorveglianza. Il dibattito sull’argomento conquista le prime pagine dei quotidiani quando emergono gravi casi di violazioni della privacy per poi ritornare nell’ombra in attesa dello scandalo successivo. Senz’altro polizie ed esperti di marketing non possono che gongolare con l’avvento dei social network. Spazi in cui gli individui forniscono volontariamente un’immensa quantità di informazioni sui loro gusti, consumi, credenze, aspirazioni, idee politiche.

L’opinione pubblica è un altro pilastro che sorregge il mito della società dell’informazione. La si cita quotidianamente sui vecchi e nuovi media come un faro della laicità e della democrazia liberale, ma cosa sia realmente è oggetto di discussione. In proposito Herbert Blumer aveva le idee chiare e da molto tempo ci ha informati che l’opinione pubblica è: 1) un prodotto collettivo; 2) in quanto tale non è un’opinione unanime con cui tutti i membri del pubblico concordano; 3) non è necessariamente l’opinione della maggioranza; 4) l’opinione di gruppi minoritari può esercitare un’influenza più efficace di quella del gruppo maggioritario. Quando si fa riferimento all’opinione pubblica il lettore, l’ascoltatore, il telespettatore, il navigatore della Rete dovrebbe tener conto che raramente, se non mai, si sta parlando a nome di tutti anche se l’emittente dà l’idea che sia così. In definitiva il ricorso all’opinione pubblica non garantisce di per sé che l’informazione segua un percorso trasparente.

La società dell’informazione pullula di notizie. I quotidiani nazionali vanno dalle 40 alle 100 pagine. Impossibile leggere tutto quello che c’è dentro. E’ un bene? E’ un male? Non lo sappiamo. Di sicuro sappiamo che anche lo statuto della notizia è incerto. Su cosa essa sia non c’è accordo tra gli addetti ai lavori. Per Furio Colombo “La notizia non è quasi mai nel fatto specifico che vi viene mostrato. Nel migliore dei casi è un lato, una coda, un sintomo, un dato di qualche altra cosa”. Per David Randall “Una notizia è tutto ciò che è nuovo, mai pubblicato, insolito e interessante in senso generale”. Per Sergio Lepri la notizia si può definire come “la massima approssimazione possibile all’effettivo svolgimento del fatto […] … notizia è il fatto che il giornalista è convinto possa soddisfare i bisogni informativi del lettore e accrescere il suo patrimonio di conoscenze, aiutandolo a essere più libero nei suoi giudizi, più sicuro nelle sue decisioni, più soddisfatto nelle sue curiosità”. A queste definizioni potremmo aggiungerne altre, ad esempio la notizia come merce. Ma quelle elencate sono sufficienti a dimostrare quanto sia epistemologicamente fragile ma politicamente orientabile anche quest’altro pilastro della società dell’informazione.

Per Shannon e Weaver la comunicazione consiste nel passaggio di informazioni. Il modello proposto negli anni ’40 dai due esperti è lineare e considera la comunicazione come trasmissione di dati da una sorgente a una destinazione attraverso un elemento codificatore, un canale e un elemento decodificatore. In una versione più elaborata inclusero anche il feedback. A partire dagli anni ’60 ci si è accorti che trasferire informazioni non è proprio così scontato e la comunicazione è stata osservata come un processo di trasformazione degli attori che interpretano messaggi e sono dotati di intenzionalità. L’irruzione dell’interpretazione e dell’intenzionalità di emittenti e riceventi ha complicato enormemente le cose dando vita alle indagini sulla pragmatica della comunicazione (fatta anche divergenze, incomprensioni, equivoci, inganni) e innescando un dibattito che continua ancora oggi con risvolti sorprendenti. Ad esempio, per alcuni dei suoi guru la società dell’informazione costituisce lo stadio immediatamente precedente prima di arrivare alla società della comunicazione e ricalcando così la celebre dinamica relativa al passaggio dal socialismo al comunismo. In ogni caso, il risultato è che non c’è accordo su cosa sia la comunicazione tanto che Ugo Volli la considera come un “fare problematico che lascia difficilmente spazio alla parità e alla reciprocità degli uomini e si presta sempre almeno al sospetto dell’autoritarismo e della manipolazione”. Osservata tramite questa chiave di lettura la società dell’informazione va smitizzata affinché possa esprimere tutte le sue potenzialità per l’avanzamento dei processi di partecipazione e di emancipazione.

Patrizio Paolinelli, via Po Cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 7 novembre 2015.

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