Oltre la paura

immigrazionePer coltivare una società solidale, giusta e pacifica

Oggi la paura viene evocata con sempre maggiore frequenza. Ma raramente ci soffermiamo a rifletterci sopra con l’attenzione che l’argomento merita. Forse perché ne siamo pervasi e perché di paura non ce n’è una sola ma tante. Le si può dividere in due filoni: personale e collettiva. Tali filoni interagiscono tra loro coabitando in misura variabile all’interno dell’animo di ogni individuo. Nelle società appartenenti al cosiddetto Primo mondo le paure personali ricadono prevalentemente nelle sfere della psicologia e della psichiatria, mentre quelle collettive soprattutto nei campi della storia sociale e della politica.

Quando vanno fuori controllo, come nel caso delle fobie, le paure personali sono medicalizzate, ossia trasformate in patologie prese in carico da specialisti. Una delle loro caratteristiche principali è quella di estendersi sempre più tra la popolazione occidentale dando lavoro a psicoterapeuti, incrementando i bilanci dell’industria farmaceutica, delle case editrici e il numero delle cattedre universitarie. Appoggiandosi alle cure l’espansione delle nevrosi lascia supporre che le paure personali siano entrate a far parte di un’industria della salute, la quale, esattamente come quella automobilistica, non è destinata a scomparire ma a evolvere. Nelle città del futuro sembra che saranno le strade a muoversi anziché le vetture. E l’ansia? Quali saranno i suoi progressi?

Da tempo ormai trovare persone psicologicamente equilibrate è una rarità nonostante i cittadini della post-modernità abbiano risolto i principali bisogni di base quali cibarsi, vestirsi, ripararsi e si siano definitivamente lasciati alle spalle incubi come la carestia, la pirateria e la tubercolosi. La modernità ha generato così un circuito perverso a causa del quale il disagio mentale, la malattia e l’infelicità rendono economicamente più dei loro contrari: agio, salute, felicità. E qualora la scienza trovi soluzioni per una sofferenza fisica o psichica eccone subito presentarsi un’altra, spesso più grave della precedente e talvolta generata dalla stessa scienza, o meglio, dalla tecno-scienza applicata alla vita quotidiana. Gli incidenti stradali (circa quattromila morti ogni anno solo in Italia) hanno contribuito a perfezionare alcune tecniche della medicina e rappresentano una paura “normale”, con la quale siamo abituati a convivere così come gli uomini del passato accettavano come una fatalità gli alti tassi di mortalità infantile.

L’incertezza associata al cambiamento continuo ha costretto i cittadini del Primo mondo a concentrare risorse mentali e materiali nella prevenzione dei rischi. Da qui il proliferare delle società di assicurazione e la possibilità di stipulare polizze per una vasta gamma di eventi critici. E tuttavia non tutto è assicurabile, non tutto è prevedibile. Analizzando complessivamente questo fenomeno Ulrich Beck osservò che nei modelli sociali occidentali il rischio è sistemico e che insicurezze e casualità sono connaturate alla modernità. Individuò inoltre una stretta correlazione tra ricchezza, informazione e conoscenza, da un lato, prevenzione e gestione di rischi, dall’altro. Insomma, gli imprevisti possono in qualche modo essere messi sotto controllo e allo stesso tempo sono fuori controllo. In virtù di questo processo, da una parte si assiste a un cambio di paradigma tipico della modernità: le sofferenze e i pericoli per la nostra esistenza non sono più imputabili a cause trascendenti – Dio o la Natura – ma sono un prodotto della nostra società, la quale ci offre anche le soluzioni attraverso la tecno-scienza, l’aumento del PIL e la sempre maggiore circolazione di informazioni. Dall’altra parte, abbiamo sostituito antiche paure con nuove inquietudini. Se l’illuminazione artificiale ha risolto la medioevale paura del buio, ecco comparire il terrore di invecchiare. Intorno a questa angoscia sono sorte poderose industrie che assicurano di prolungare la giovinezza oltre i limiti imposti dalla natura. Industrie tra le quali possiamo annoverare: cosmesi, moda, fitness, wellness, sport, chirurgia estetica e così via. A loro volta tali sistemi produttivi si sono integrati con diverse attività economiche come il cinema, la Tv, la musica pop, la pubblicità, il turismo e altre ancora.

Sulla paura di invecchiare e sulla pressione sociale per essere eternamente magri, belli e alla moda si è scritto ormai tantissimo e da troppi anni senza che il pensiero critico abbia prodotto un’inversione di tendenza. Tutt’altro. Oggi gli occidentali vivono nel culto del corpo glamour e hanno reso la morte un tabù: in una lotta quotidiana contro i capelli che imbiancano, le rughe che compaiono, il grasso superfluo. Conseguentemente la società si auto-erotizza creando vetrine su ogni tipo di schermo e da lì sulle strade, nelle spiagge e nelle discoteche. Questa titanica e inutile lotta contro il tempo ha una funzione sociale rilevante: contenere altre due terribili minacce prodotte dalla modernità: la precarietà del lavoro e la solitudine. Anche su queste due paure si è scritto molto senza cavarne un ragno dal buco: il neoliberismo genera sempre maggiore incertezza occupazionale, nonostante la ricchezza prodotta nel mondo aumenti di anno in anno, e isola sempre più gli individui, nonostante siano perennemente connessi a Internet. La solitudine invece è una condizione in cui precipitano soprattutto gli anziani. La cui marginalizzazione può essere arginata attraverso costosi giochi di apparenze che gli permettono in qualche maniera di fermare lo scorrere del tempo: abiti firmati e macchine di prestigio, belle case e giovani amanti. Giochi che solo una minoranza può permettersi e che tuttavia non dispensa dalla morte. La quale, quando giunge, non è sempre motivo per un bilancio morale. Bilancio che può essere aggirato dal ricordo di una vita esemplare passata all’insegna del godimento di beni materiali, tra cui annoverare anche gli altri. Da qui la minore presa della religione sulla vita dei singoli: caduta la paura della dannazione eterna resta l’eventuale rammarico di non essersela spassata abbastanza in vita.

Le paure personali che investono i campi dell’identità, dei consumi e del tempo libero sono diventate importanti quanto e forse più delle paure che assediano il campo della produzione, dell’occupazione e del tempo di lavoro. Ma non tutto si tiene perché l’ingiustizia sociale cresce troppo in fretta, troppo visibilmente e niente si è rivelato più instabile quanto l’economia capitalista. Per restare al recente passato è da circa quarant’anni che le crisi economiche si susseguono senza sosta fino ad arrivare alla recessione europea, di cui dopo otto anni non si vede ancora la fine. Anzi, politici e osservatori di diverse tendenze ci dicono che la società del benessere non tornerà mai più: è stata un’eccezione della storia. Il risultato materiale è un impoverimento generalizzato della piccola borghesia, dei ceti popolari e l’aumento della disoccupazione. Il risultato morale, la perdita di fiducia nell’idea di progresso: il futuro fa paura. E allora come può l’élite economica mantenere il potere? I molti modi. Uno di questi passa attraverso il sostegno da parte del sistema dell’informazione. Il quale ha due mezzi principali per contenere la crisi di senso in cui è precipitato l’Occidente: la violenza simbolica e la diffusione della paura. La violenza simbolica è utilizzata – senza la minima riserva deontologica – dalla quasi totalità della stampa per imporre nella coscienza collettiva due repertori valoriali. Primo repertorio: le ricette economiche neoliberiste fondate su deregulation, privatizzazioni e riduzione della spesa sociale sono espressione della modernità e per tale motivo inevitabili. Secondo repertorio: lo stile di vita più desiderabile, più libero e più avanzato è fondato sul pensare solo a se stessi, sul consumismo e sull’apparire.

Il consenso sociale nei confronti del potere economico è realizzato dalla stampa anche per vie indirette quali la produzione di massa di paure collettive. Tali paure sono costruite giorno per giorno dal sistema dell’informazione con grande competenza professionale e si possono dividere in due prodotti principali: capri espiatori e oggetti del disprezzo sociale. L’immigrato è da tempo uno dei capri espiatori maggiormente utilizzati per deviare sull’ultimo arrivato e più sfortunato la colpa della crisi di identità collettiva e della mancanza di lavoro. Intorno all’odio verso l’immigrato si coagulano gruppi sociali solitamente appartenenti al sottoproletariato e alla piccola borghesia su cui la prolungata crisi economica si è scaricata con particolare virulenza.

L’oggetto di disprezzo sociale forse oggi più rilevante è la figura dello straniero tout-court (che spesso è un migrante e oggi soprattutto profugo). Si tratta di una storia che, nell’ultimo quarto di secolo, parte dalla Prima guerra del Golfo (1990), il primo conflitto vissuto in diretta televisiva. La spettacolarizzazione si perfeziona con la Seconda guerra del Golfo (2003) attraverso la demonizzazione della figura di Saddam Hussein e i bombardamenti chirurgici. Indimenticabili le immagini dell’allora segretario di stato USA, Colin Powell, che il 5 febbraio 2003 agitava al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una provetta di antrace a dimostrazione del possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam (la stampa personalizzava gli attacchi verso l’individuo, peraltro chiamato per nome, come se la guerra fosse dichiarata nei suoi confronti e non di quelli di una nazione). A sostegno delle prove di Powell, rivelatesi poi false, l’FBI individuò pacchi con spore di antrace inviati a giornali e a due esponenti del Partito Democratico statunitense: negli USA si scatenò il panico per una possibile epidemia (che non avvenne). Nel frattempo il misterioso Osama bin Laden venne trasformato dai mass media nel nemico pubblico numero uno, la star mondiale del male assoluto. Ucciso alla luce delle telecamere il 1° maggio 2011 e sconfitta Al Qaeda ecco che l’Isis buca il video con le esecuzioni trasmesse sul Web, riprese poi dalle Tv di tutto il mondo e pubblica un magazine di ottima fattura grafica.

La spettacolarizzazione della violenza e della morte non è servita minimamente a comprendere cosa sia accaduto e cosa stia accadendo in Medio Oriente così come in Libia e Afghanistan perché i media sono ormai essi stessi armamenti utilizzati da soldati non combattenti. Sicuramente la guerra mediatica esacerba gli animi. Tanto più quando si assiste a eventi tragici come l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo nel gennaio di quest’anno e gli attentati a Parigi del 13 novembre scorso. In entrambi i casi il sistema dei media ha seminato paure attraverso un mix di retorica, rappresentazioni a senso unico e sete di vendetta. Cavalca l’air du temps il titolo dell’ultimo libro di Vittorio Feltri, “Non abbiamo abbastanza paura. Noi e l’Islam”. Non solo perché l’antagonismo Occidente/Islam è un’invenzione dei media, mentre il conflitto in Medio Oriente di fatto coinvolge una pluralità di fazioni, polarizzate lungo l’asse Sciti/Sunniti. Non solo perché il modello di sviluppo occidentale, stigmatizzato senza mezzi termini da Papa Francesco, sia una delle cause della povertà e del terrorismo. Ma soprattutto perché una palingenesi sociale non è pensabile al di fuori del principio di speranza. Dal momento che lo sperare è superiore all’aver paura e vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e a cui essi stessi appartengono. Come auspicato da Papa Francesco, alla fine del suo viaggio pastorale in Africa, nella speranza risiedono i semi del futuro: “in Kenya c’è la tradizione che i giovani alunni piantino alberi per la posterità. Possa questo segno eloquente di speranza nel futuro e di fiducia nella crescita donata da Dio sostenervi negli sforzi di coltivare una società solidale, giusta e pacifica”.

Patrizio Paolinelli, via Po cultura, 5 dicembre 2015.

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