Elémire Zolla contro l’uomo-massa

cover serpente di bronzoIl pensiero di Zolla scava la coscienza individuale e collettiva mettendone a nudo l’infermità

Un giovane e arrabbiato Elémire Zolla è riproposto da Marsilio con un ponderoso volume che racchiude ben tre suoi libri socialmente impegnati. La pubblicazione costituisce il quinto titolo dell’Opera omnia dello scrittore anglo-torinese e s’intitola “Il serpente di bronzo. Scritti antesignani di critica sociale” (a cura di Grazia Marchianò, 2015, 541 pagg., 24,00 euro). I testi contenuti nel volume sono stati pubblicati in anni ormai lontanissimi sul piano politico-culturale: “Eclissi dell’intellettuale” è del 1959; “Volgarità e dolore” del 1962; “Storia del fantasticare” del 1964. Per essere compreso questo trittico va calato nel momento storico che a fianco della nascente società dei consumi vedeva scorrere la Guerra fredda, i cortei del movimento operaio, il protagonismo dei partiti di massa, il desiderio collettivo di costruire una società migliore e più egualitaria rispetto a quella allora esistente.

Quell’epoca è ormai alle nostre spalle. La Guerra fredda è stata vinta dagli USA e, di conseguenza, il movimento operaio è stato sconfitto; i partiti di massa si sono sbriciolati, il desiderio di un mondo più giusto ridotto a un tema di discussione tra accademici o tra movimenti sociali politicamente ininfluenti e le disuguaglianze tra le classi sono progressivamente aumentate fino ad arrivare a oggi, ossia a una polarizzazione dal sapore feudale. Proprio per la formazione di una sorta d’assolutismo della borghesia i testi contro la società di massa di Zolla offrono l’occasione di una rinnovata critica del presente anche perché la società di massa continua a esistere pur essendo evoluta in società dello spettacolo. In questo passaggio le masse sono state quasi del tutto spoliticizzate e hanno così smarrito la loro capacità di essere protagoniste delle trasformazioni sociali. In estrema sintesi, le masse di oggi sono costituite prevalentemente da due entità collettive: i pubblici cine-televisivi e le fasce di consumatori di beni e servizi.

La ciclopica produzione di conformismo a cui assistiamo col trionfo del neoliberismo assegna ancora una validità euristica alla critica all’uomo-massa di Elémire Zolla. Tanto più che insieme della società di massa è cresciuta a dismisura la cultura di massa. La quale è soprattutto una macchina di costruzione del consenso che si è andata perfezionando di anno in anno fino a trasformarsi in uno dei più potenti strumenti di controllo sociale realizzati nelle realtà cosiddette avanzate. Il perfezionamento è dato da parecchi fattori. Indichiamo qui solamente la pressoché totale integrazione tra l’industria culturale e il sistema di produzione. Integrazione già presagita da Zolla: “La vera massima segreta dell’uomo massa suona così: “So di essere un verme, ma debbono esserlo tutti; sono disposto ad adorare un altro verme purché si riconosca per tale e si presenti sotto gli auspici del Creatore del mondo vermiforme, l’industria”. E proprio l’industria durante questa estate ha offerto al pubblico di una TV commerciale nazionale il “Coca-Cola Summer Festival”. Il concerto-evento di questa manifestazione di musica leggera si è tenuto il 26 giugno scorso ed è stato trasmesso in diretta, in prima serata, da Piazza del Popolo (Roma) per poi essere rimandato in onda nelle settimane successive. In quello show tutto era finto: finti i cantanti, finte le canzoni, finti i presentatori, finto il pubblico. A parte la scarsissima qualità dei prodotti musicali per finto si deve intendere che tutto è stato attentamente pianificato dal marketing, compresi i plastificati gridolini delle fan. L’uomo-massa di oggi è dunque immerso in un universo d’inganni imparagonabile con quello degli anni ’60. Anni in cui la cultura di massa presentava persino aspetti di critica sociale. E di questa critica, ma da un livello culturale altissimo, ha fatto parte Elémire Zolla: “Se dalle impalcature delle case in costruzione, non accade più di ascoltare La donna è mobile… l’aumento straordinario di barbarie che il fatto denuncia non deve nascondere il guadagno che questa riduzione al grado zero di umanità, rappresenta: oggi si udrà dalle impalcature un transistor che trasmette singulti schizofrenici…”.

Brani come quello appena citato richiamano vagamente l’analisi della Scuola di Francoforte, allora in auge, e con cui Zolla si è confrontato. Va detto che la critica di Zolla non fa sconti a nessuno: l’affermarsi della cultura di massa – ossia dell’agire senza vivere – è oggetto dei suoi acutissimi strali e persino la borghesia ne esce con le ossa rotte: “L’avatar del borghese è l’uomo massa”. Tuttavia, l’attacco di Zolla alle standardizzazioni imposte dalla società industriale avanzata non ha avuto lo stesso sbocco politico di quello della Scuola di Francoforte. Quest’ultima divenne un punto di riferimento della Nuova sinistra, mentre a Zolla guardavano quanti privilegiavano un’etica elitaria. I riti consumistici del secondo dopoguerra non piacevano a Zolla così come non piacevano a Horkheimer, Adorno e Marcuse. Tuttavia, sia i francofortesi che Zolla hanno perduto la loro battaglia culturale anche se a vantaggio di Zolla si può dire che oggi il pensiero antilluminista sta diventando dominante in modo da allontanare il più possibile gli echi socialisti della Rivoluzione francese. Per il lettore dei nostri tempi “Il serpente di bronzo” ha senz’altro il merito di riaccendere il confronto tra pensieri forti. Quello di Zolla scava la coscienza individuale e collettiva mettendone a nudo le infermità: l’uomo-massa è sordo perché non distingue più tra rumore e suono; è cieco perché “Vede soltanto attraverso il diaframma delle fotografie una realtà sterilizzata”; è monco perché ha perduto l’uso artigiano delle mani.

La critica alla modernità e la mancata messa in discussione del potere economico da parte di Zolla è una discordanza che non ci può esimere dall’accennare a una questione assai spinosa: i sostenitori dei valori comunitari, che tanto hanno amato e tuttora amano lo scrittore anglo-torinese, si ritrovano poi sistematicamente a lottare – persino militarmente e in forme spesso oscure – a fianco di quel potere che produce l’omologato uomo-massa. In poche parole, il pensiero conservatore che guarda al passato preindustriale è usato dal liberismo per abbattere qualsiasi tentativo di emancipazione delle masse. Bisogna dire che quest’alleanza ha raggiunto l’obiettivo: le masse sono state domate. Ma una volta distrutta ogni speranza di maggiore uguaglianza e minore ingiustizia sociale ecco realizzarsi il mondo che Zolla e i suoi ammiratori detestano tanto: quello dell’homo consumens. Che bisogno ha quest’uomo di interrogarsi sul senso della vita? Nessuno. La felicità gli è garantita dalla pubblicità e dagli acquisti. Se poi ha qualche problema c’è lo psicologo, il Prozac, o entrambi. E così l’intero vocabolario di Zolla ha oggi scarsissimo peso sul piano effettuale: parole quali contemplazione, ascesi, estasi, rito sacro hanno poca presa sulla coscienza del consumista. Una contraddizione che rivela le illusioni del pensiero di matrice tradizionalista.

Patrizio Paolinelli, via Po cultura, 6 febbraio 2016.

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