Come la stampa borghese intreccia la bugia all’informazione

Umberto Eco

Il primo corsivo. Il nostro quotidiano [il manifesto] era uscito da una settimana. E Umberto Eco firmava in esclusiva per il Corriere della Sera. Scelse di scrivere anche per noi, con lo pseudonimo joyceano di Dedalus perché era “l’unico modo di essere di sinistra senza venire irreggimentati nel Pci”. E iniziò proprio con un fogliettone al vetriolo sul “suo” giornale.

È abbastanza ovvio che un compagno diffidi della stampa «indipendente». Ma anche la diffidenza deve essere esercitata con la tecnica giusta: la diffidenza generica è pericolosa. Un esempio di diffidenza generica è pensare che il giornale indipendente dica le bugie. Se io penso che un giornale dice delle bugie, non credo a quel che dice, è naturale; ma, come accade sempre quando si ascoltano cose a cui non si crede, rimane sempre un sospetto: e se in quella bugia ci fosse qualcosa di vero?

Prendiamo il Corriere di giovedì 29 aprile (1971, ndr). Ecco che in terza pagina appare una puntata dell’inchiesta di Pietro Sormani sulla Cina, sotto il titolo «Canton con la divisa militare» e il sottotitolo: «I soldati hanno funzione di ordine pubblico, dirigono il traffico – Ce n’è sempre qualcuno armato all’ingresso di alberghi e locali pubblici -. Enormi cartelli; con i pensieri di Mao – Altoparlanti trasmettono in continuazione i canti della rivoluzione culturale».

Siccome gran parte dei lettori di un giornale di solito scorrono solo i titoli, appare chiaro che Pietro Sormani sta dandoci qui una immagine di città sopraffatta da una atmosfera militaresca. Tuttavia, se si va a leggere questo, come gli altri articoli della serie, ci si accorge che Sormani è un giornalista borghese onesto, che racconta, sia pure con un certo stupore, la vita quotidiana in Cina senza sovrapporre false interpretazioni e con un notevole desiderio di comprensione.

Nell’articolo di cui stiamo parlando, per esempio, egli ci parla del vestito degli uomini e delle donne, della bellezza dei bambini, dell’aria di gaiezza che spira dal volto dei cittadini, del fatto che l’abbondanza di cartelloni e insegne rosse non è solo di derivazione rivoluzionaria, ma fa parte della tradizione locale, delle coppiette di innamorati, di una rappresentazione teatrale, e così via.

Siccome però il suo atteggiamento di amichevole interesse è parso pericoloso alla direzione del giornale per cui lavora, e siccome la libertà di stampa è un mito borghese che cela feroci tecniche di censura e manipolazione, ecco che Sormani appare, dai titoli messi dalla redazione, come l’allarmato denunciatore di una situazione di cupa dittatura militare.

Come ha fatto la redazione a distorcere in questo modo il racconto del suo collaboratore? Ha isolato una parte dell’articolo su cui il giornalista parla della presenza dell’esercito. Si noti bene che Sormani spiega chiaramente che qui i soldati non hanno affatto l’aria marziale ma sembrano dei contadini in divisa in tutto e per tutto simili agli operai; e sottolinea il fatto che essi si amalgamano alla gente che li accetta con simpatia. Questa notizia nel titolo non è stata messa in evidenza. Ma andiamo avanti.
L’articolo nota pure che i soldati hanno funzione di ordine pubblico e aiutano la milizia a dirigere il traffico stradale e a sorvegliare stazioni, ponti, eccetera.

Ora, se i soldati si occupano del traffico e sorvegliano le stazioni, è logico che siano armati, come da noi è armata la polizia stradale e l’agente di servizio alla stazione e all’aeroporto. Mettere in evidenza, nel titolo, il fatto che un soldato armato sorvegli alberghi e locali pubblici (e non si parla di stazioni e ponti) significa giocare in modo assai abile con una informazione che in sé è vera ma tendenziosa.

Ma c’è di più: è che il lettore rimane comunque impressionato da questo paese dove le funzioni di ordine pubblico sono mantenute dall’esercito. E nessuno si preoccupa di fare osservare che anche in Italia succede la stessa cosa, infatti i carabinieri non sono un corpo che dipende dal Ministero degli Interni ma fanno parte dell’esercito, tanto è vero che le loro automobili sono targate E.I.

Quindi un cinese che arrivasse a Milano e che vedesse il carabiniere di servizio alla Stazione centrale, o a passeggio in Galleria (con sciabolone!) potrebbe scrivere sul Corriere cinese (se la Cina avesse la sventura di avere un suo Corriere della Sera) che in Italia l’esercito presidia armato i luoghi pubblici. Il fatto poi che dei bravi contadini che fanno il servizio militare siano usati per dirigere il traffico invece che destinarli a far commissioni per gli ufficiali, o tenerli a poltrire nelle caserma, non viene affatto presentato come un elemento positivo ma come un segno minaccioso di strapotere militare.

Come vedete, tutte le notizie usate per confutare il titolo del Corriere le abbiamo tratte dall’articolo del Corriere, senza aggiungerci di nostro alcuna informazione nuova. Segno che il Corriere diceva la verità. Salvo che la diceva scegliendo certe parole e ponendole in posizioni strategiche, in modo che il lettore ne risultasse ingannato. Che è il modo più abile per dire le bugie.

Inutile, dai ricchi c’è sempre da imparare, sanno mentire molto meglio dei poveri.

Il nostro quotidiano [il manifesto] era uscito da una settimana. E Umberto Eco, come ha raccontato qui, firmava in esclusiva per il Corriere della Sera.

Dedalus, il manifesto, 5 maggio 1971.

il manifesto, 21 febbraio 2016.

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One thought on “Come la stampa borghese intreccia la bugia all’informazione

  1. E’ vero caro Pat, fare buona informazione è dire poche bugie ma i modi per mentire sono infiniti. I

    Ho letto da poco *Dire quasi la stessa cosa* del rimpianto Umberto. Illuminante, anche per un non traduttore come me (ed è questa la grandezza di Eco), sui tranelli delle traduzioni. Ricordo quando, riordinando la mia biblioteca, trovai due diverse edizioni de *Il maestro e Margherita* e le paragonai. Una delle due finì dopo poche pagine tra la carta straccia, l’altra andò alla mia giovane figlia.

    Un caro saluto Vico

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