L’uomo dai mille volti

imagesTorna in libreria Vita di Casanova di Luigi Bàccolo

Giacomo Casanova ha indossato numerose maschere: mago, imprenditore, medico, seduttore, scrittore, matematico, truffatore, massone, mantenuto, agente segreto e altre ancora. Tutte queste maschere sono illustrate da una biografia tornata in libreria per merito della casa editrice Aragno. Ci riferiamo al testo di Luigi Bàccolo, Vita di Casanova (317 pag. 18,00 euro), la cui prima edizione risale al 1979 per i tipi della Rusconi (mentre una versione assai meno meditata era stata pubblicata nel 1972 dalla Sugar).

Vita di Casanova rappresenta un riuscito esempio di giornalismo erudito. Uno stile di scrittura da sempre raro e oggi quasi definitivamente scomparso. Come noto, Bàccolo è stato anche un appassionato francesista. In questa veste ci ha lasciato, oltre al ritratto di Casanova, libri sul Marchese de Sade, Restif de la Bretonne, Giorgio Baffo (da cui Casanova apprese il gusto metafisico per l’amore carnale) e sull’avvelenatrice seriale Madame de Brénvilliers. Che cosa accomuna questi personaggi allo scrittore di Savigliano? Nulla. Luigi Bàccolo era un uomo mite che si sentiva all’estero per il solo fatto di vivere a Cuneo (35 Km da Savigliano), insegnava in un liceo, era timido e politicamente moderato. Insomma niente a che spartire con i demoni che agitavano quelle personalità del ‘700 consegnandole alla memoria storica. Ma forse è proprio in questo consisteva la sfida: da buon intellettuale Bàccolo era insoddisfatto della propria contemporaneità – che giudicava “sguaiata e miserevole” – ed era attratto da filosofie di vita radicalmente differenti dalla sua. Filosofie che per quanto estreme erano nobilitate dalla spasmodica ricerca di forme di espressione del Sé dirette verso la rottura con l’Ancien Régime o, al contrario, l’accompagnavano nel suo inesorabile declino. Casanova seguirà questa seconda strada. Come sottolinea Bàccolo l’avventuriero veneziano non era affatto un rivoluzionario. Considerava naturali le abissali disuguaglianze sociali del suo tempo e non apprezzava il popolo, di cui tuttavia faceva parte e da cui riuscì ad affrancarsi frequentando ville, castelli e salotti della ricca e gaudente nobiltà dell’epoca. Per uno che non era di sangue blu e che proveniva da una famiglia di teatranti non particolarmente agiati si trattava di un bel salto nella scala sociale. Le sue armi? La cultura, l’eloquio, i modi raffinati, l’eleganza. Uno stile che gli permise di accedere al cospetto di Voltaire, Federico II di Prussia e Caterina di Russia, solo per citare alcuni nomi. A suo modo Casanova fu un uomo di spettacolo, di quello spettacolo vivente che era la vita dedita al piacere e al potere di una classe in via di estinzione.

Vita di Casanova costituisce una puntuale, equilibrata e talvolta sottilmente ironica ricostruzione dell’esistenza del celebre veneziano: dall’infanzia trascorsa con la nonna – il padre, ballerino e commediante, era morto prematuramente e la madre, ottima e chiacchierata attrice, perennemente in tournée – fino all’inglorioso crepuscolo all’estrema periferia del bel mondo europeo: a Dux, in Boemia (oggi Duchcov, Repubblica Ceca) nella biblioteca del castello di proprietà del grossolano conte di Waldstein. Nel mezzo una movimentata vita da cosmopolita costellata da incessanti avventure amorose, di cui peraltro il veneziano fu più spesso oggetto che soggetto. A questo proposito Bàccolo sfata almeno in parte il mito del gran seduttore. Per quanto restino segnate dal’incontro col bel veneziano le sue donne: “Lo amano, gli vogliono bene, lo usano, e se lo coccolano, ma non lo prendono sul tragico. Alla fine, convolano a uno sposo reale, come se Casanova non fosse che un fantasma di buona compagnia”. Va aggiunto che neanche Casanova faceva un dramma delle questioni di cuore: se la mattina veniva abbandonato si disperava fino al pomeriggio per consolarsi la sera nel letto di un nuovo amore. E tuttavia Casanova non era un farfallone e anche per questo motivo talvolta Bàccolo definisce l’avventuriero veneziano un “uomo elementare”. Un uomo che nella vita navigava a vista: negli affari, nella cultura, nelle relazioni con le donne. Ciononostante per Casanova il sesso non è separato dall’intelligenza e dall’arte del dialogare. Nulla a che fare con l’attuale sessualità performativa appresa dai mezzi di comunicazione di massa. Capitava a Giacomo che dopo l’amplesso recitasse versi di poeti latini (in latino peraltro). E con questo il discorso sull’abisso che separa l’erotismo libertino dal nostro sarebbe già chiuso se non fosse che noi viviamo in una orgasmocrazia; ossia in una società che incita in maniera così ossessiva al piacere da trasformarlo in un dovere. Ma la dilagante erotizzazione della nostra vita altro non è che un mezzo di controllo sociale del grande pubblico iscritto a quella polimorfa scuola di formazione permanente che è la cultura di massa. Per Casanova il mondo dei sensi e il mondo dell’intelletto sono una cosa sola. E questa disposizione lo oppone nettamente sia a Don Giovanni che ai nostri play-boy, sex-symbol e tronisti.

C’è un altro aspetto della vita di Casanova che va tenuto in considerazione: la sua strenua lotta per la sopravvivenza. In fondo tutte o quasi le maschere che l’avventuriero veneziano ha indossato non sono altro che espedienti per sbarcare il lunario. Alla perenne ricerca di denaro Casanova non fa altro che inventarsi un mestiere dopo l’altro: direttore di lotterie, consigliere economico di sovrani, esperto di cose scientifiche e letterarie, cabalista e molto altro ancora. Colto, raffinato, padrone dell’arte di conversare ha incantato parecchi salotti aristocratici. Ma restava comunque un plebeo spiantato. Per essere all’altezza dell’ambiente che frequentava finì per cacciarsi in un mare di guai barando al gioco, indebitandosi e truffando nobildonne. Alle soglie dei quarant’anni è più un gran buongustaio che un grande amatore. E cosa fa? Cerca disperatamente un posto di lavoro, soprattutto un posto fisso (quello che oggi la pubblicistica mainstream istruisce i giovani a non desiderare). Come sottolinea Bàccolo “forse il posto fisso era stato sempre la sua più vera aspirazione”. Una chiave di lettura dell’esistenza di un uomo che è stato tutto senza essere niente e che meriterebbe di essere approfondita.

Patrizio Paolinelli, via PO cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 13 febbraio 2016.

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