Patricio Guzmán, «Il Cile non ha ancora superato il colpo di stato»

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Patricio Guzmán

Il regista parla del suo documentario, orso d’argento alla Berlinale 2015, che arriva finalmente sugli schermi italiani il prossimo 28 aprile

Il mare, le stelle, gli Indios della Patagonia e un piccolo bottone di perla: tutto è collegato per Patricio Guzmán, regista cileno classe 1941 che approda il 28 aprile nelle sale italiane con La memoria dell’acqua, orso d’argento alla Berlinale del 2015 per la miglior sceneggiatura. El bóton de nácar, il bottone di perla, era il titolo originale del documentario che traeva ispirazione dalla vicenda di Jemmy Button, un indio portato alla corte inglese durante l’Ottocento per venire «civilizzato». E il bottone di perla è anche quello rinvenuto sul fondo dell’oceano pacifico che bagna le coste del Cile: incastonato in un pezzo di rotaia, questo piccolo oggetto è uno delle poche cose che resta dei desaparecidos gettati in fondo al mare durante la dittatura di Pinochet.

L’usanza di legare i loro corpi a degli oggetti pesanti che li facessero inghiottire dai flutti è anch’essa ricostruita dal documentario di Guzmán, che la dittatura l’ha vissuta in prima persona. «Il colpo di stato mi ha fatto sentire come se mi avessero incendiato la casa – ricorda – come se tutti i miei libri, gli oggetti che amo, le fotografie dei miei amici e della mia famiglia fossero stati dati alle fiamme. E questo fuoco continua a bruciare: sarà sempre con me, parte della mia identità».

La sua cinematografia, da allora, è rimasta legata inestricabilmente a quel momento, e non fa esclusione La memoria dell’acqua, con cui Guzmán mette a confronto eventi all’apparenza distanti tra loro scovandone i segreti legami. La dittatura, che faceva sparire le persone nell’acqua, e gli Indios sterminati dai colonialisti che dall’acqua traevano la vita. Questo elemento naturale è ciò che lega gli elementi del suo film, accomunati dal bisogno di conservare intatta la memoria del passato. Come anche nel precedente Nostalgìa de la luz, in cui nel deserto di Atacama, in Cile, si potevano osservare le stelle – per definizione «proiezioni» del passato – delle pitture rupestri fra le più antiche del mondo e al contempo le madri e le mogli dei desaparecidos fatti sparire nel deserto, alla ricerca delle loro ossa.

Anche lei è stato fatto prigioniero durante la dittatura.

Nel 1973 sono stato rinchiuso con molti altri nello stadio di Santiago. È stata un’esperienza terribilmente umiliante, ci hanno obbligati a spogliarci e non potevamo comunicare con le nostre famiglie, che non sapevano cosa stesse succedendo. Ricordo i cadaveri delle persone per terra e il senso di isolamento. Poi, quando hanno capito che non ero legato a nessun partito politico, mi hanno rilasciato.

I suoi film non vengono ancora trasmessi in televisione in Cile, come mai?

Dei 14 film che ho fatto solo uno, Nostalgia de la luz, è passato in tv: con le bobine invertite e all’una di notte. In Cile non abbiamo libertà di stampa, libertà di proiettare immagini. Il governo stanzia fondi per i documentari, ma poi le reti televisive si rifiutano di proiettarli. Dalla fine della dittatura c’è una paura aleggiante che ha cancellato qualsiasi tentativo concreto di confrontarsi con ciò che è accaduto. Gli unici che cercano di scavare nel passato sono le famiglie dei desaparecidos. Ogni tanto trovano il supporto di qualche magistrato o giornalista, ma vengono tenuti fuori dalle scene e dall’attenzione della gente.

A distanza di quarant’anni come viene vista la dittatura?

Il Cile non ha ancora superato il colpo di stato. Si è calcolato che siano state torturate circa 40 mila persone, ma il giudice Guzmán – il magistrato a capo delle indagini – ha detto che a questa cifra bisogna aggiungere altre 5 persone per ogni desaparecido. E cioè la famiglia e gli amici che in qualche modo sono anch’essi stati sottoposti a tortura non potendo conoscere la sorte dei loro cari. In tutto fanno circa 500 mila. Inoltre abbiamo ancora la costituzione scritta da Pinochet nel 1986, tutta incentrata sul combattere il «nemico interno», basata su una mentalità da guerra fredda in cui tuttora viviamo.

«La memoria dell’acqua» e «Nostalgìa de la luz» sono accomunati da un fortissimo bisogno di memoria.

Mi sento come uno di quegli insetti preistorici che restano intrappolati nell’ambra per millenni: non credo che sarò mai in grado di emergere da questa capsula del tempo. Nella mia mente, nella mia coscienza, il colpo di stato continua a esistere. Credo che il tempo sia molto soggettivo: per me il golpe potrebbe essere accaduto anche solo una settimana fa. E non cerco di sfuggire a questa sensazione, perché mi da l’energia per proseguire una missione molto importante, per fare in modo che la memoria non venga perduta. Non saremo mai in grado di incamminarci sul sentiero che ci conduce al futuro se giriamo le spalle al nostro passato.

Giovanna Branca, il manifesto, 20.04.2016.

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