La lezione di Starace, l’inerzia dei media italiani

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Francesco Starace

Il cambiamento non riguarda la verità. Le strategie dell’ad di Enel sono passate inosservate da noi ma hanno dato scandalo dall’altra parte del mondo, in Cile. Il «pensiero unico» qui detta l’agenda indisturbato, e non reagiamo perché non ci piace soffrire

Il  15 aprile scorso l’ad di Enel Francesco Starace, persona di fiducia del nostro premier Matteo Renzi, intervenendo presso l’università Luiss con una lezione sulle sue tecniche aziendali innovative, ha tra l’altro dichiarato: «Per cambiare un’organizzazione ci vuole un gruppo sufficiente di persone convinte di questo cambiamento, non è necessario sia la maggioranza, basta un manipolo di cambiatori. Poi vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare e bisogna distruggere fisicamente quei centri di potere».

«Per farlo – ha proseguito Starace – ci vogliono i cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando ad essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno dell’organizzazione dei gangli che si vuole distruggere. Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento, e la cosa va fatta nella maniera più plateale e manifesta possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione. Questa cosa va fatta in fretta, con decisione e senza nessuna requie, e dopo pochi mesi l’organizzazione capisce perché alla gente non piace soffrire».

La notizia non è che Starace ha pronunciato le frasi di cui sopra. Anche se, pur essendo vecchia, possiamo ancora parlare di notizia, perché l’agendamainstream l’ha, sino ad oggi, quasi ignorata.

La notizia è che dall’altra parte del globo, in Cile, la frase di Starace ha fatto scandalo. Le sue dichiarazioni non hanno avuto nessun eco negativo in Italia ma il 20 maggio 2016 il giornale cileno El Mostrador Mercados riprendeva questa storia con toni fortemente critici titolando «La ricetta fascista di Starace per fare business».

Perché quello che è scandaloso là, non è, a maggior ragione, scandaloso qua? La risposta ce la fornisce Starace stesso, quando ci spiega cos’è il cambiamento e perché cambiamo. Il cambiamento non riguarda la verità. Accettiamo qualsiasi cosa perché «alla gente non piace soffrire».

Evidentemente il cambiamento ha già attecchito così tanto presso di noi, da risultare accettabile. Non a caso Starace è stato chiamato dalla Luiss a illustrare la bellezza del cambiamento e le sue tecniche di attuazione. E queste tecniche sono state recepite come efficaci e prive di colorazione politica.

Venerdì scorso, nello studio di Otto e mezzo a La7, le mie dichiarazioni su Starace, hanno destato lo stupore dei presenti. Come può Starace, che è una persona squisita, aver dichiarato qualcosa di politicamente scorretto? Diciamo allora che «politicamente scorretto» è tutto quello che non è inquadrabile nella finestra di Overton.

La «finestra di Overton» prende il nome dal suo teorizzatore, esperto in ingegneria sociale. In ogni epoca, su un determinato problema, esiste presso l’opinione pubblica una gamma di opinioni legittime che si collocano tra i due estremi che costituiscono i due limiti della cosiddetta finestra. Le tesi accettabili vanno da un minimo a un massimo di tollerabilità.

La cosa interessante è che questo spazio, questa finestra, può essere cambiata intervenendo con un bombardamento mediatico sul pubblico. Facciamo un esempio. Il discorso di Starace avrebbe suscitato una insurrezione in Italia negli anni ’70 e forse avrebbe il suo effetto anche nella Francia di oggi. Di sicuro non è passato inosservato in Cile. Ma è invisibile da noi perché conforme a quella «rottamazione» di valori che gli italiani hanno ormai introiettato. O almeno la maggioranza degli italiani.

Tra le tecniche per spostare, nell’opinione pubblica, il senso di cos’è giusto o sbagliato, rientra accanto all’uso di tecniche anche violente, l’uso della «neolingua», teorizzato da Orwell in 1984. E qui Starace ha inciampato. Starace usa la neolingua quando parla di cambiamento anziché di abolizione dei diritti sindacali. Ma smaschera in parte l’asetticità del suo discorso quando specifica che il cambiamento si ottiene con il terrore e la sofferenza. E, involontariamente, fa scattare un campanello di allarme, anche se solo in pochi interlocutori, ancora insufficientemente «normalizzati» come me. Mentre il cinismo intrinseco nel suo discorso risulta invece evidente in uno spazio in cui il cambiamento non è stato ancora completamente assimilato.

Lui è solo un portavoce, meno accorto di altri, del pensiero unico. In qualche modo dovremmo riconoscergli il merito di parlare con una sorta di innocenza, come il bambino che identifica la nudità dell’imperatore, invisibile al resto dei sudditi. Proprio perché il pensiero unico è «naturale» e invisibile, tendiamo ormai a cercare sempre un individuo colpevole, un capro espiatorio. Il sistema è buono, sono i singoli individui a comportarsi male, a fare la parte dei cattivi. Si usano questi argomenti ogni volta che la realtà tende a farsi evidente.

Vorrei specificare che non intendevo e non intendo colpevolizzare Starace (leggi la successiva lettera di scuse ai dipendenti, ndr). Al contrario, il suo discorso è significativo proprio perché rischia di rendere visibile quello che normalmente passa inosservato presso i media mainstream. E passano inosservate tante cose. Vediamo le notizie che popolano l’agenda dei media e vediamo come sono trattate.

È da marzo che in Francia è esploso il fenomeno della , un movimento di assoluto contrasto nei confronti di una legge sul lavoro che non è altro che la fotocopia del Jobs Act, da noi imposto senza colpo ferire. Uno degli slogan che circolano sottotraccia è «Noi non faremo la fine dell’Italia» ma in Italia non se ne sa niente o quasi niente.

Io seguo lo svolgersi degli eventi sui media francesi. Giorni fa tutto il telegiornale era occupato dalle cronache dei disordini. Un breve inciso riguardava la caduta di un fulmine. Il giorno dopo, sui giornali mainstream italiani, solo il fulmine veniva menzionato della Francia, ultima versione del cane morsicatore.

Solo ora i giornali parlano delle difficoltà della Francia, legate alla crisi energetica provocata dagli scioperi, che bloccano l’accesso sia ai carburanti fossili che alle centrali nucleari, ma solo perché questo deplorevole contrattempo rischia di rendere inattuabili gli Europei di Calcio che dovrebbero svolgersi, appunto, in Francia nel mese di giugno.

Ma gli esempi sono innumerevoli. La televisione pubblica tedesca (dico pubblica!) ha dedicato un servizio allo sfruttamento delle risorse greche da parte della Germania, sulla base di una equiparazione della Grecia a «colonia». Sono innumerevoli i temi che potrebbero far scandalo e non lo fanno più. Tutta l’informazione europea funziona a compartimenti stagni nazionali.  L’allargamento dei confini per le merci, tramite Schengen, non è evidentemente estensibile alla circolazione delle notizie.

È paradossale che l’integrazione europea porti con sé la chiusura delle frontiere dell’informazione e la formazione di una agenda dei media in chiave nazionale e localistica. Ma nello stesso tempo possiamo comprendere il senso di tutto ciò.

L’agenda unica europea si ripercuote nei singoli paesi con reazioni diverse. C’è stata la protesta spagnola di Podemos, la ribellione rientrata della Grecia, oggi l’opposizione dei cittadini francesi a quella legge lavoro che forse il governo avrebbe già ritirato, se non fosse sottoposto al pressing europeo.

Il paese più inerte risulta l’Italia. E per conservare quest’inerzia bisogna che le informazioni non circolino, che non si sappia come ci giudicano gli altri. E come nella parabola dell’imperatore nudo possiamo stare tranquilli finché la verità non si manifesta e noi rischiamo ancora di soffrire.

Carlo Freccero, il manifesto, 2 giugno 2016.

http://ilmanifesto.info/la-lezione-di-starace-linerzia-dei-media-italiani/

 

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