I terminator del lavoro

robotNel futuro la disoccupazione sarà generalizzata. È la previsione che segue le analisi sull’automazione delle attività produttive. Una tesi che ritorna ciclicamente, da oltre cinquant’anni, ogni volta che viene annunciata qualche innovazione tecnologica.

Lo scorso anno ha provocato un certo scalpore in Italia un articolo del saggista britannico John Lanchester pubblicato dalla London Review of Books e tradotto in italiano da Internazionale intitolato Il capitalismo dei Robot. Il testo di Lanchester consta di una documentata analisi della situazione planetaria del lavoro sotto la pressione dello sviluppo tecnologico e dell’automazione. Tra i dati più spettacolari presentati da Lanchester spiccano la netta vittoria di Watson, ultimo software Ibm in materia di intelligenza artificiale, al gioco a quiz televisivo Jeopardy!, i successi del traduttore di Google e l’annuncio di Terry Gou, fondatore di Foxconn, della sua intenzione di sostituire il milione di dipendenti della celebre azienda elettronica con dei robot.

Come scrive Lanchester: «Se mettiamo insieme tutte queste cose, possiamo iniziare a capire perché molte persone pensano che sia in arrivo un grande cambiamento basato sull’influenza dell’informatica e della tecnologia sulla nostra vita quotidiana».
Che molte persone pensino qualcosa del genere è senz’altro vero, basti citare titoli di grande successo come Postcapitalismo di Paul Mason (Il Saggiatore) o altri importanti lavori pubblicati recentemente come Rise of robots di Martin Ford. Sul palco delle Ted Conference, seguite da centinaia di migliaia di persone sui canali video di Youtube, si susseguono giovani e brillanti pensatori che, nel nome del reddito di cittadinanza, snocciolano grafici e tabelle che rivelano impietosamente il trend progressivo e inesorabile della fine del lavoro sotto la pressione dell’automazione. In Italia il giornalista Riccardo Staglianò ha pubblicato il saggio Al posto tuo (Einaudi) in cui denuncia i meccanismi attraverso cui le macchine informatiche stanno progressivamente privando del lavoro categorie fino a qualche tempo fa considerate intoccabili: assicuratori, autotrasportatori, farmacisti, insegnanti, marittimi.

I ricorsi storici
È arrivato il momento di chiedersi se analisi di questo genere facciano proprio ora, per la prima volta, la loro apparizione nella storia delle idee o, piuttosto, vengano riproposte in modo abbastanza ciclico, ad ogni nuovo giro di giostra. Inutile dire che si rilevano fatti abbastanza consistenti a favore di questa seconda ipotesi. Soffermiamoci, per esempio, su questa citazione tratta da un discorso del premio Nobel per l’economia Wassily Leontief: «Il ruolo degli esseri umani come fattore più importante del processo produttivo è destinato a diminuire nella stessa misura in cui, nel settore agricolo, quello del cavallo è prima diminuito, poi completamente scomparso, in seguito all’adozione massiccia del trattore».

Questa affermazione – condivisibile – venne pronunciata da Leontief nel corso di un convegno del 1983. È stata poi citata in un celebre libro di Jeremy Rifkin del 1995 intitolato La fine del lavoro e oggi ricompare – a distanza di oltre trent’anni dalla sua prima enunciazione – nell’articolo di Lanchester pubblicato da Internazionale.
Le cose sono due: o dai tempi di quella affermazione di Leontief il motore della storia s’è imballato e le ruote della critica girano a vuoto, oppure dev’esserci qualcosa che sfugge ed è necessario comprendere. Se andiamo ad esaminare i ragionamenti in materia di sostituzione del lavoro da parte dei robot abbiamo un quadro del tutto simile. Rifkin scriveva in proposito nel 1995 che: «Più del 75% della forza lavoro occupata nella maggior parte della nazioni industrializzate svolge funzioni ripetitive semplici. Macchine automatizzate, robot, e computer sempre più sofisticati possono eseguire molte, se non la maggior parte di tali mansioni. Nei soli Stati Uniti, ciò significa che nei prossimi anni più di 90 dei 124 milioni di individui che costituiscono la forza lavoro sono potenzialmente esposti al rischio di essere sostituiti da una macchina».

Una tendenza statistica
Lanchester, pur con qualche comprensibile diversità di cifre, si trova a ribadire sostanzialmente lo stesso concetto. Dopo aver riportato i dati di una ricerca di alto profilo realizzata recentemente a Oxford dagli economisti Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, egli scrive: «Nel giro di una ventina d’anni il 47 per cento dei posti di lavoro rientrerà nella categoria ad alto rischio. Cioè sarà potenzialmente automatizzabile».
Tutto bene, escluso il fatto che, in questo caso, tra le due affermazioni sull’erosione del lavoro, quella di Rifkin e quella di Lanchester, sono trascorsi vent’anni. Non sono pochi. E le due affermazioni non sono così diverse. La possibilità che si tratti di affermazioni prive di consistenza è remota, se non del tutto inesistente. Si tratta di analisi serie, che descrivono delle tendenze in atto nel mondo del lavoro su cui è molto difficile equivocare. Diviene allora estremamente interessante capire per quale incantesimo si ripresentino ciclicamente, come fossero novità dell’ultim’ora, senza riuscire ad entrare in modo stabile nelle nostre analisi politiche e nella nostra vita personale, con tutto quello che ne consegue in termini di disagio sociale ed errori strategici nelle politiche della sinistra.

Paul Mason in un articolo del 17 Febbraio del 2016 uscito sul Guardian si trova involontariamente a dare una risposta a questo paradosso quando afferma che nel lavoro di previsione di Frey e Osborne si sostiene che le forme di occupazione indicate sono «suscettibili» di sostituzione a mezzo di macchine. Il problema, secondo Mason, è nascosto nell’espressione «suscettibili». Quelle forme di occupazione sono «sostituibili» ma probabilmente non saranno interamente sostituite per la semplice ragione che, almeno in parte, si preferirà continuare distribuire lavori inutili, male organizzati e a bassissima retribuzione. La sostituzione del lavoro umano da parte delle macchine avviene cioè in un modo per così dire «strisciante» e non privo di sottili discriminazioni.

La realtà oscurata
L’idea che siano in corso processi di questo genere è stata recentemente sostenuta dall’antropologo David Graeber che, in un saggio intitolato Il secolo del lavoro inutile, ha saputo mettere in evidenza la proliferazione di lavori non necessari: «Enormi schiere di persone, soprattutto in Europa e Nordamerica, trascorrono tutta la loro vita professionale eseguendo compiti che segretamente ritengono inutili. I danni morali e spirituali che derivano da questa situazione sono profondi».

Qualcosa di simile deve essere accaduto anche nei precedenti cicli di innovazione tecnologica: il lavoro inutile, analogamente alla sottoccupazione e al precariato, è servito a mascherare e a tamponare l’effetto diretto e immediato di riduzione del lavoro prodotto dall’automazione avanzata.

A confermare questa idea sono i dati che riguardano il tempo effettivamente dedicato al lavoro. Recentemente, l’economista Luca Ricolfi, nell’ambito di una Ted Conference, ha presentato un grafico, elaborato dalla fondazione Hume su dati della Banca d’Italia, che indica come in Italia il tempo di vita effettivamente dedicato al lavoro renumerato si sia progressivamente ridotto dal 40% dei primi del Novecento fino al 16% attuale. Ammettendo che questa riduzione sia in parte dovuta anche a cause contingenti, come ad esempio l’aumentata speranza di vita, la ragione sostanziale, come sostiene lo stesso Ricolfi, è il basso tasso di occupazione. Ma prendersela con il tasso di occupazione e con le politiche nazionali del lavoro è una patente tautologia e un modo di mettere il carro davanti ai buoi. La ragione del crollo del tasso di occupazione era e resta l’automazione. Certo, a prima vista, è meglio un lavoro inutile, o nella peggiore delle ipotesi un lavoretto, che niente. Come dire, meglio la padella che la brace.

La disoccupazione cronica
Nella brace della disoccupazione generalizzata si smetterebbe di nascondere la testa sotto la sabbia. Se, come sostiene Graeber, il lavoro inutile danneggia moralmente le persone, cosa dire della riduzione progressiva dei diritti dei lavoratori e del proliferare di forme di contratto sempre più leggere, a tempo, per un lavoro da perseguire fin quando conviene e non un minuto di più: dal lavoro a tempo determinato, a quello interinale e su chiamata, al lavoro parziale, ai freelance?

Molte delle analisi legate alle nuove tecnologie presentano dunque sconcertanti ripetizioni in cui tematiche e concetti essenzialmente analoghi vengono riproposti a distanza di pochi anni. Che si tratti di ragionamenti sulla privacy, sulla cashless society o sulla crescita esponenziale della potenza di calcolo dei processori, tali argomenti si ripresentano a distanza di qualche tempo, sulla scia di novità tecnologiche o di eventi di cronaca, spesso senza alcun riferimento ai dibattiti e agli studi che li hanno preceduti. Si può sostenere, prendendo in prestito un celebre aforisma di Mark Twain che se la storia delle idee riguardo le tecnologie informatiche non si ripete spesso però fa rima. Anche in questo caso il ripetersi delle argomentazioni dei luddisti e delle levate di scudi nei loro confronti può essere interpretato come l’effetto di un ciclico riproporsi, con intensità crescente, dei medesimi problemi innescati dai progressi della tecnologia informatica.

Le leggi immutabili
La situazione è tuttavia abbastanza grave da rendere indispensabile tentare almeno di spiegare questa «intensità crescente». Come ha scritto l’epistemologa e filosofa belga Isabelle Stengers in un libro del 1998: «Gli economisti hanno bisogno di credere che poiché il funzionamento economico ha “sempre” riassorbito, finora, le crisi dell’occupazione, è sempre riuscito a produrre un certo equilibrio, i soli problemi che pone la crisi attuale sono problemi di transizione». Secondo la Stengers gli scienziati più smaliziati, per esempio quelli alle prese con la complessità dei fenomeni biologici, a differenza degli economisti, sono attenti anche a quelle che lei definisce «le dimensioni impietose della storia».

Se dunque i cicli dell’innovazione e dell’automazione esigono costi umani sempre più alti, questi scienziati sanno bene che nella storia non tutti i fenomeni continuano ad oscillare all’infinito. Per esempio, alla teoria, sostenuta da molti economisti, secondo la quale ad ogni momentanea crisi provocata da un ciclo di innovazione tecnologica segue una proliferazione di nuove opportunità occupazionali, il professor Moshe Vardi, che insegna ingegneria computazionale alla Rice University di Houston, risponde in modo piccato agli intervistatori: «È un po’ come sostenere che non potremo mai esaurire le risorse ittiche degli oceani perché nel mare ci sarà comunque sempre più pesce». A suo modo di vedere si tratta di una confusione deliberata che fa passare delle semplici tendenze di trend per leggi immutabili dell’economia.

Se Marc Twain ha sostenuto che la storia non si ripete, ma spesso fa rima, Karl Marx ha scritto invece che tutti i grandi avvenimenti della storia si presentano sempre due volte, la prima volta come tragedia, la seconda in forma di farsa. C’è da chiedersi se, nel caso della «fine del lavoro», non ci sia la possibilità che la regola del filosofo di Treviri risulti per una volta invertita di segno: prima il clima farsesco delle continue grida d’allarme, poi il crollo planetario dell’occupazione.

Diviene allora indispensabile che quanti a tutt’oggi si ispirano alla tradizione del movimento operaio inizino ad accostare questi problemi con una sensibilità meno sensazionalistica e politicamente più matura.

(Il testo sarà pubblicato sulla mailing list Neurogreen, il testo fa parte di un lavoro in progress su informatica e nuove tecnologie. Sarà in libreria dopo l’estate con il titolo I visionari).

Giuseppe Nicolosi e Fabrizio Fassio, il manifesto, 8 giugno 2016.
http://ilmanifesto.info/i-terminator-del-lavoro/

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