Piccole storie per grandi idee. In libreria Daguerréotype di Giuseppe Marcenaro

Giuseppe-Marcenaro-DaguerreotypeCi sono libri che non mantengono le promesse e che tuttavia vale la pena leggere. “Daguerréotype” (Aragno Editore, 2016, 262 pagg., 25.00 euro) di Giuseppe Marcenaro rientra in questa categoria. Il volume consiste nel ritratto rapidamente schizzato di venticinque personaggi della cultura e della storia europea filtrati attraverso il pensiero della tradizione. Personaggi che nella maggior parte dei casi debbono la loro gloria per quanto hanno scritto. Si va da de Maistre a Rimbaud, da Stendhal a Italo Svevo, da Céline a Jünger passando per Stefen Zweig, Tolstoj, Wittgenstein e altri nomi più o meno noti. In questa collezione fanno capolino due pionieri della fotografia: Nadar e Lewis Carroll (i quali come noto non disdegnavano la penna). In tutti i casi si tratta di personalità appartenenti a un passato che sembra lontanissimo a chi vive oggi il ridimensionamento della cultura tipografica e il trionfo di quella dell’immagine.


Marcenaro però non è un giornalista che si arrende facilmente e ha intitolato il suo libro “Daguerréotype” proprio per gettare un ponte ideale tra il mondo di ieri, prevalentemente fondato sul potere della parola scritta, e quello di oggi, prevalentemente fondato sulla riproduzione tecnica delle immagini. Così come i dagherrotipi tendono a svanire man mano che il tempo scorre e per questo motivo sono protetti sotto vetro, allo stesso modo l’opera di donne e uomini esemplari della storia europea può essere ancora oggi difesa al fine di scongiurarne la cancellazione dalla memoria collettiva. In tale operazione Marcenaro è facilitato dall’attuale clima politico. Un clima che seppur in maniera ambigua favorisce il pensiero della tradizione per eliminare quel che resta dei valori della Rivoluzione francese. Da anni assistiamo infatti al ritorno sulla scena culturale della critica conservatrice all’Illuminismo in cui il libro di Marcenaro si colloca. D’altra parte le istanze di emancipazione dei popoli tipiche dei philosophes non sono più funzionali agli interessi di un’élite imprenditoriale globale che sta assumendo un potere e uno stile di vita degni della nobiltà feudale. E non è casuale che nella selezione di Marcenaro si trovi un “aristocratico liberale” come Astolphe de Custine e l’ultima regina di Napoli, Maria Sofia di Baviera, presentata come un esempio di virtù, eleganza e coraggio.

Che “Daguerréotype” si collochi nella scia del conservatorismo è dimostrato non solo dalla scelta degli autori, quanto soprattutto da una nota fuori testo con cui Marcenaro ipoteca il senso del suo libro. In tale nota Marcenaro afferma di aver costruito una galleria di personaggi che “hanno “inventato”, tra luci e ombre, la cartografia esistenziale e intellettuale degli europei. […] Sono gli antenati di un possibile albero genealogico, etico e morale”. Tra questi “padri intellettuali”, così come li definisce Marcenaro, rientra ad esempio il fascistissimo Harukichi Shimoi, scrittore giapponese innamorato di Dante che collaborò col nostro esercito durante la Grande Guerra, occupò Fiume insieme a D’Annunzio e fu per tutta la vita un ardente ammiratore di Mussolini.

Al di là delle obiezioni che si potrebbero muovere dinanzi a simili scelte a questo punto ci si aspetterebbe che il pantheon intellettuale edificato da Marcenaro parli di concezioni del mondo, visioni dell’uomo, dottrine politiche, progetti sociali, teorie filosofiche o letterarie e così via. Invece niente o quasi di tutto questo. Al posto di un libro su grandi idee il lettore si trova tra le mani soprattutto un testo di piccole storie. Per ognuno dei venticinque personaggi esposti nella galleria di Marcenaro si può infatti leggere il racconto di uno o più spicchi della loro esistenza. Un po’ poco rispetto allo spessore culturale di molti dei luminari indicati dallo stesso Marcenaro come individui che ancora oggi ci permettono di comprendere “come funzioni la macchina del mondo”.

Alcuni esempi. Di un monarchico inveterato come de Maistre sono telegraficamente illustrate soprattutto le vicende personali. Vicende collegate con le sue scelte politiche, delle quali però si discute poco o nulla. Allo stesso modo il ritratto di Stendhal si sofferma principalmente sui tediosi anni trascorsi dallo scrittore a Civitavecchia e i resoconti turistici sulla Francia dell’epoca (scritti soprattutto per sbarcare il lunario), mentre nulla o quasi viene detto sulla sua poetica. Di Walter Benjamin – unico pensatore di sinistra presente nella pinacoteca di Marcenaro – viene rapidamente narrata la fuga dalla Francia occupata dai nazisti e conclusasi come noto col suicidio. Delle sue idee sull’arte, la letteratura, la storia e della sua adesione al marxismo non c’è traccia. Di Stefen Zweig apprendiamo principalmente che mancava di talento letterario e tuttavia i suoi libri riscuotevano un successo planetario; viveva in un mondo a parte grazie alle ingenti risorse economiche di cui disponeva e allo stesso tempo prendeva in prestito vite altrui di cui scriveva le biografie. Sul suo pacifismo e sul suo umanismo non una parola.
Intendiamoci, il fatto che Marcenaro narri alcuni episodi o illustri in pochi tratti l’intera vita dei campioni che ha scelto come custodi dell’identità europea non significa affatto che non offra al lettore le proprie convinzioni. “Daguerréotype” è anche un libro di opinioni. Le quali più che in nette prese di posizione si esprimono tra le righe.

Prendiamo come esempi i ritratti di Céline e Jünger. Il primo fu filonazista e il secondo ultranazionalista. Lo sforzo maggiore di Marcenaro è quello di restituirli alla contemporaneità al di là delle loro scelte politiche. Sforzo nobile sul piano culturale, ma eccessivamente sbilanciato a favore di una riabilitazione che non fa luce sulle terribili calamità del razzismo e del militarismo. Dal ritratto di Céline emerge uno scrittore alla fin fine poco capace di intendere e di volere e in tal modo si possono passare come incidenti di percorso i libelli antisemiti e anticomunisti. Mentre Jünger è presentato come un intellettuale isolato dalla cui opera non deriva alcun messaggio. Si tratta evidentemente di forzature. Forzature comprensibili innanzitutto perché la scrittura non è mai neutrale e in secondo luogo perché il Novecento non sembra affatto appartenere a un passato morto e sepolto. Al contrario le sue ombre più inquietanti sembrano allungarsi sempre più sul nuovo millennio. Sono le ombre del razzismo e della guerra. Si tratta di costanti della modernità o addirittura dell’umanità? “Daguerréotype” ha il merito di porre questa domanda a cui tuttavia l’autore dà una risposta unilaterale.

Patrizio Paolinelli, via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 11 giugno 2016.

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