Un umore reattivo e pugnace. L’idioma molesto, un volume sul razzismo di Emilio Cecchi

PischeddaCecchiChirurgica e implacabile. Così può essere definita la monografia di Bruno Pischedda intitolata “L’idioma molesto. Cecchi e la letteratura novecentesca a sfondo razziale” (Aragno, Torino, 2015, 313 pagg., 20,00 euro). A partire dalla “Nota di avvio” Pischedda dichiara le proprie intenzioni rispetto a colui che è considerato un maestro della prosa d’arte: “Nel breve intervallo tra un asterisco e l’altro (un ritmo da elzeviro, una parodia seria), ciò che di Cecchi si desidera valutare è l’atteggiamento, la cifra intellettuale, il ruolo ricoperto nel dibattito contemporaneo: sono, in altre parole, i modi tramite cui eccessi xenofobi e spunti antisemiti, di solito considerati incidenti extraestetici, concorrono solidamente alla definizione di una scrittura e di una qualità letteraria”.
L’ouverture di Pischedda lascia intuire che il razzismo dell’autore di “Pesci rossi” non è, per quanto sconveniente, un trascurabile dettaglio. In effetti l’inchiesta di Pischedda non permette vie di fuga. E’ come un bisturi che pagina dopo pagina taglia, penetra, scopre l’idioma molesto della xenofobia nell’elegante fraseggio di Emilio Cecchi: il quale fu intimamente razzista e non smise mai di esserlo, neanche dopo la caduta del fascismo.

Certo, non fu un antisemita arrabbiato alla Céline, nonostante fosse imbevuto di letture dei peggiori nazionalisti francesi. Né il suo coinvolgimento col regime fascista – nel 1936 vinse il Premio Mussolini per la letteratura – fu così sentito come quello di Heidegger col nazismo. Per temperamento e per innata prudenza Cecchi non gridò la propria xenofobia e giocò a rimpiattino con la scrittura grazie a una penna superlativa. Penna che tuttavia non lo salva – se così possiamo dire – dall’operazione di chirurgia antiestetica di Pischedda: “Una cosa è d’altronde da precisarsi, se badiamo al lato manifesto dell’esperienza cecchiana: ciò che connota molte tra le rassegne e i brani d’invenzione a cui oggi assegniamo un significato antiebraico è senza dubbio un umore reattivo, pugnace, tuttavia reso in trasparenza attraverso strategie sottili, solitamente bilanciate con cura; così che un margine di equivoco o d’incertezza riguardo al senso ultimo del procedimento residua pur sempre tra le righe”.

Il ballo in maschera della scrittura cecchiana non lo mette al riparo dall’intervento disvelatore di Pischedda; autore estremamente scrupoloso e straordinariamente documentato nell’individuare e rivelare ciò che viene dissimulato da un discorrere profondamente reazionario. Quando si tratta di tipi umani e civiltà extraeuropee le parole di Cecchi si lasciano dietro una pesante ombra. Ed è a caccia di quest’ombra che Pischedda va nella sua riuscita monografia. Il lavoro di indagine si trova ad essere forse più facilitato quando Cecchi, dopo essersi silenziosamente rimangiato la firma apposta nel 1925 al “Manifesto degli intellettuali antifascisti”, diventa un giornalista di punta dell’allora fascistizzato Corriere della Sera. Quotidiano con cui collabora stabilmente dal 1927 e che lo invia come reporter in giro per il mondo. Emerge da quegli articoli, ad esempio da quelli spediti dagli Stati Uniti, lo sgomento per il meticciato e un antisemitismo, che per quanto il più delle volte collocato in seconda, terza battuta, o addirittura dietro le quinte di uno stile magistrale, costituisce una vera e propria idea fissa.

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Da sinistra: Amerigo Bartoli, Renato Longhi, Emilio Cecchi

In più punti del suo lavoro Pischedda riconosce il ruolo esercitato da Cecchi nello svecchiare la cultura italiana dell’epoca. E tuttavia l’aria nuova introdotta dall’autore di “America amara” non basta ad assolverlo dalla sua connivenza col fascismo e soprattutto dalla sua visione gerarchica della società. L’idioma di Cecchi è molesto perché rappresenta la pervicace cultura di un conservatore che: 1) non pagò alcun prezzo per la sua convivenza col regime; 2) dopo la guerra – seppure non più nella veste di temuto guardiano delle lettere – continuò come se nulla fosse ad essere una firma apprezzata su riviste e quotidiani – compreso il Corriere della Sera – in qualità di anglista, recensore, commentatore di fatti di costume; 3) restò attaccato alla sua visione antimodernista del mondo nonostante le sconfitte della storia. Ovviamente su Cecchi piovvero critiche. Ma non più di tanto. E seppure in maniera altalenante Elio Vittorini, dalle colonne del Politecnico, si erse a difesa dello scrittore fiorentino con un ragionamento che sul versante culturale distinse nettamente il Cecchi figlio di una “retriva società” dal Cecchi innovatore in virtù della sua curiosità intellettuale. Mentre sul versante politico l’assoluzione del poligrafo di razza aveva il compito di sottrarre alla destra gli scrittori migliori. Naturalmente Pischedda non è affatto convinto dell’utilità di tale recupero e la sua diagnosi è senza speranza: l’idioma molesto del razzismo è implicito nella scrittura cecchiana.

Dato il tema che tratta ci sembrerebbe un peccato lasciare il lavoro di Pischedda confinato negli studi e nelle dispute tra specialisti come se l’intolleranza verso lo straniero appartenesse al passato. Mentre il passato, purtroppo, è da tempo tornato in Italia e in Europa attraverso una serrata critica alla modernità che riprende le tematiche della destra nazionalista e xenofoba tra le due guerre mondiali. Lo consente il clima dell’epoca che stiamo attraversando perché la modernità sembra destinata all’autodistruzione proprio per mano dei suoi principali protagonisti: gli imprenditori. I quali dopo aver abbracciato il fondamentalismo neoliberista si stanno sbarazzando definitivamente dei valori illuministi. Valori che gli hanno permesso l’ascesa al potere, ma che diventano un ostacolo nel momento in cui l’alta borghesia ha raggiunto un dominio pressoché assoluto sul resto della società cristallizzandosi in un’élite dedita principalmente a difendere e accrescere i propri privilegi. Persino tra i liberali si sente dire che bisogna salvare il capitalismo da se stesso. Ma, non riuscendo a produrre una cultura che vada più in là della ricerca del profitto personale da conseguire senza rispettare regola alcuna, il capitalismo concede sempre più spazio al populismo di destra, notoriamente ultraliberista e ostile al multiculturalismo. Ed ecco oggi in Europa dilagare l’indifferenza e il cinismo verso i profughi africani e mediorientali che fuggono da fame e guerre. Una situazione contro la quale si leva alta la voce di Papa Francesco in nome di un ideale di fratellanza che, prima di ogni altra cosa, dovrebbe caratterizzarci in quanto esseri umani.

Patrizio Paolinelli, via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 2 luglio 2016.

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