L’egemonia culturale

cultura[1]Per rispondere alla domanda “A cosa serve la cultura oggi?” occorre innanzitutto precisare cosa si intende per cultura. In termini generali possiamo definirla come il modo totale di vita di una società. In termini più specifici la sua funzione permette la sopravvivenza della specie umana tramite l’adattamento all’ambiente. La cultura è solitamente divisa in materiale e immateriale. La prima consiste nella produzione di manufatti: da una città a un farmaco, dagli abiti alle sonde spaziali. La seconda comprende prodotti più astratti: dal linguaggio ai costumi, dai miti alle abilità professionali. Dal punto di vista sociologico la cultura è costituita dai prodotti materiali e immateriali condivisi in una società, mentre a sua volta la società è costituita da individui interagenti che condividono una cultura; condividono cioè un insieme di significati espressi mediante simboli, rituali, narrazioni, valori, immagini dell’uomo, visioni del mondo e così via. Secondo quest’approccio cultura e società sono interdipendenti: una cultura non può esistere senza una società che la mantenga in vita e tuttavia senza la cultura non potrebbero esistere né il singolo individuo né la società.


A partire da tale approccio la cultura del mondo industriale è variamente interpretata a seconda del peso che gli studiosi di cose sociali assegnano a due fattori: 1) l’aumento della complessità di sempre più numerosi ambienti artificiali; 2) il cambiamento continuo dei processi di produzione e riproduzione della società. L’aumento di complessità rende ancor più poroso il confine tra materiale e immateriale (oggi più che mai anche grazie ai progressi della microelettronica, allo sviluppo di Internet e all’evoluzione della robotica). Mentre il cambiamento può essere inteso come una tradizione tipica della modernità: la tradizione di non avere tradizioni. Si tratta di una contraddizione in termini, ma al di là del paradosso comporta il difficile adattamento alla destabilizzazione continua di ogni cosa: dai rapporti umani a quelli di lavoro. Possiamo così dare una prima risposta alla domanda su cosa serva la cultura oggi: a mantenere il passo con gli incessanti e sempre più complicati mutamenti del modo d’essere, di vivere e di produrre delle persone, addirittura nel breve passaggio da una generazione all’altra.

Abitare nella tradizione del cambiamento conduce dritti dritti a un secondo utilizzo della cultura: fabbricare un sistema di istruzione pubblica funzionale a una società di tutti contro tutti spacciata come naturale. La scuola, l’università e tanto più la formazione sono orientate dal potere politico tramite leggi, decreti e circolari in tre precise direzioni: 1) accedere a professioni il più possibile retribuite, l’istruzione cioè non serve a formare cittadini consapevoli ma sostanzialmente a trovare lavoro in una condizione di perenne crisi occupazionale e dunque di concorrenza spietata tra lavoratori e aspiranti tali; 2) mettere le briglie al pensiero critico rendendolo funzionale al miglioramento delle performance produttive e distogliendolo da qualsiasi intenzione di trasformazione del modo di produzione dominante; 3) favorire un individualismo tanto generalizzato quanto infantile in modo da frammentare il più possibile la società e stroncare così sul nascere aggregazioni pericolose per il sistema economico.

Un risultato dell’interazione di tali processi è oggi una generazione di giovani priva di coscienza politica e ignara dei propri diritti sociali. Si tratta di una generazione educata ad accedere a un mondo del lavoro senza diritti. Recentemente l’Amministratore delegato dell’Enel, Francesco Starace, a una domanda degli studenti della LUISS su come si fa a cambiare un’organizzazione ha risposto che basta un manipolo di decisori ben determinati dediti alla “distruzione fisica dei centri di potere che si vuole cambiare”. Allo scopo è necessario “Creare malessere” all’interno di tali centri e “Colpire le persone opposte al cambiamento, nella maniera più plateale possibile, sicché da ispirare paura”. Fatta questa operazione tutti si adegueranno senza protestare. L’Amministratore delegato è stato applaudito. In tempi non lontani dai nostri sarebbe stato costretto alle dimissioni e probabilmente la magistratura avrebbe aperto un’indagine. Ma il clima culturale oggi è cambiato e la stampa italiana ha praticamente ignorato la vicenda. Tuttavia che il cambiamento sia involutivo non è certo una novità sul piano storico. La novità piuttosto è un’altra: la formazione di un dispotismo che tramite la violenza economica si sbarazza uno dopo l’altro di tutto ciò che l’ostacola.

Per molto tempo una parte degli intellettuali e una parte dei libri pubblicati hanno costituito un intralcio al potere economico. Occorreva neutralizzarli. E così tramite il collaudato circuito crisi-cambiamento-liberismo si assiste da anni al declino dello statuto del libro e del ruolo sociale dell’intellettuale. Ma mentre il libro – forse perché è una merce, seppur la più nobile a parere di alcuni – lotta per non essere definitivamente marginalizzato dal mercato editoriale, l’intellettuale è stato letteralmente travolto da quelle formidabili agenzie di socializzazione che sono i mass-media e oggi ha perduto quasi completamente la sua capacità di incidere sulla realtà: in poche parole non produce più idee per l’emancipazione sociale. Rifugiato nel privato e giudicato demodé se minimamente accenna a una distribuzione meno ineguale della ricchezza, l’intellettuale è stato integrato come non mai nel mercato capitalista e qualsiasi sia il suo prodotto la cosa più importante per l’autore, il committente e il pubblico sono le vendite. Il successo è decretato dalla quantità mentre la qualità diventa un fattore secondario. L’attuale agonia del romanzo può essere spiegata anche così.

L’istituzione che forse più di ogni altra ha facilitato la tradizione del cambiamento è l’industria culturale (cinema, radio, Tv, fotografia, editoria, pubblicità, moda ecc.). La quale dai tempi di Horkheimer e Adorno ha conosciuto tali trasformazioni ed estensioni da farne il mezzo di conoscenza più diffuso e un ambiente artificiale di dimensioni planetarie. Dunque parlare di cultura oggi dovrebbe significare innanzitutto parlare della cultura di massa. Tale cultura ha una sua storia e, pur nella consapevolezza di fare molti torti, la cultura di massa oggi serve prevalentemente a fini di controllo sociale. Questo terzo uso della cultura non deve spaventare più di tanto perché ogni società produce un sistema di premi e punizioni e dunque l’esame costante dei comportamenti, individuali o collettivi che siano. La particolarità consiste nel fatto che la cultura di massa inneggia di continuo alla libertà, all’amore e all’universalità (basti pensare alla musica pop e alla pubblicità) mentre il mondo nella sua esperienza concreta va in direzione diametralmente opposta. La cifra del controllo sociale operato tramite la cultura di massa è dunque l’inganno.

Tale dispositivo si esprime al meglio nell’intrattenimento, ossia in una finzione condivisa e reiterata all’infinito tra autori e pubblico; riguarda per così dire le forme pure dello spettacolo producendo però oggi fenomeni di identificazione collettiva in personaggi artificiali studiati a tavolino dal marketing. Non basta. Attualmente l’inganno investe pienamente anche il mondo dell’informazione. La cui deriva verso la spettacolarizzazione delle notizie è a dir poco sconcertante, per non parlare della sudditanza nei confronti del potere economico.

Arrivati a questo punto come classificare i social network di cui tanto oggi si discute? Si tratta di propaggini della cultura di massa o di nuove modalità di espressione che stanno cambiando radicalmente i rapporti culturali a iniziare da quello tra pubblico e autore? Per il momento sembra che Facebook, Twitter, Instagram e gli altri social siano talmente dipendenti dalla grammatica dello spettacolo da essere ancora in linea di continuità con la vecchia industria culturale. Una prova? Nel mondo on-line la tradizione del cambiamento è ancor più accelerata rispetto al mondo off-line. Un’altra prova? Il fatto che il divismo cine-televisivo non sia affatto scomparso. Ieri come oggi il piccolo e il grande schermo sfornano star lungamente amate dal grande pubblico e i social continuano a parlare lo stesso linguaggio delle immagini. Usciranno da questa dipendenza? Svilupperanno un altro discorso in cui potere e sapere non saranno fagocitati dalla cultura del profitto? In molti ci stanno provando. Come andrà a finire lo sapremo con i prossimi cambiamenti.

Patrizio Paolinelli, via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 9 luglio 2016.

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