La scrittura faceta. Un saggio sull’umorismo letterario di Giancarlo Alfano

cqnjuqcwgaafgc8L’umorismo non fa ridere a crepapelle, tutt’al più suscita un sorriso o al massimo una breve e contenuta risata. Parente stretto della comicità ma, a differenza di questa, l’umorismo richiede sempre arguzia, stile e un modo di pensare raffinato che induce alla riflessione. Già da questa prime precisazioni si intuisce quanto l’umorismo sia un oggetto ricco di implicazioni e difficile da catalogare. Tant’è che Giancarlo Alfano gli ha dedicato un ponderoso volume intitolato L’umorismo letterario. Una lunga storia europea (secoli XIV-XX), (Carocci, Roma, 2016, 351 pagg., 29,00 euro). Il lavoro di Alfano è complesso e come lo stesso autore ci avvisa si occupa di tre problemi costitutivi della storia culturale europea: “la definizione della soggettività moderna attraverso la scrittura; il legame tra discorso faceto e obblighi sociali nelle varie forme della conversazione privata; un’estetica della compartecipazione e della risposta del lettore, particolarmente tipica dell’umorismo”.

Alla costituzione del soggetto moderno Alfano dedica la prima parte del suo lavoro interrogando le opere di Petrarca, Montaigne, Cervantes, Cartesio e Sterne. La rassegna di questi autori è necessaria all’economia dell’opera perché, partendo dalla teoria degli umori dell’antica Grecia, il rapporto mente-corpo è stato un oggetto di riflessione che ha attraversato i secoli e le cui ripercussioni andranno ben al di là di una prolungata disputa intellettuale. Sarà proprio Petrarca a riprendere nel Trecento l’analogia tra corpo e anima affermando: “Come gli umori contrari e corrotti producono la febbre del corpo, allo stesso modo affetti contrastanti causano la febbre dell’animo”. Nel Cinquecento, Montaigne promuove l’irreversibile formazione della coscienza moderna mettendo in crisi l’idea che l’anima rappresenti la forma dell’essere e stabilendo così che i nostri umori sono in balia dei movimenti del tempo. Tempo inteso non tanto come storia ma principalmente come vita quotidiana. La follia di don Chisciotte ottiene invece il risultato di restituire al lettore la peculiare ingegnosità del personaggio nel suo andirivieni tra realtà e immaginazione aggiungendo così un’altra pietra angolare alla formazione dell’Io dei moderni. Nel Seicento l’indole individuale, ossia l’umore, continua ad essere al centro della riflessione filosofica. E Cartesio giunge alla nota conclusione che l’anima si trova nel cervello. La celebre formula Cogito, ergo ego sum non rappresenta dunque il solipsismo di una ragione intesa come fondamento esclusivo dell’esistenza, ma apertura al mondo dei sensi, della volontà e dell’immaginazione. L’Io è allora costituito da spinte, tensioni e squilibri, in una parola è fatto di passioni: “Su questa instabilità costitutiva dell’uomo, su questa tensione costante tra la dispersione centrifuga nel mondo e la riappropriazione centripeta di un io: su questa contraddizione strutturale si fonda la cultura dell’umorismo”. Giungiamo così al Settecento, a Laurence Sterne e al suo capolavoro Vita e opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo dove si afferma che il corpo e l’anima sono strettamente connessi al fine della costituzione soggettiva dell’individuo. E’ a questo punto che l’umorismo appare nel modo con cui lo intendiamo oggi: intreccio di diversi punti di vista, presentazione di differenti registri linguistici, riflessione sul testo e nel libro di Sterne serrati passaggi dalle lacrime al sorriso. Con Sterne la scrittura umoristica procede per discontinuità, interruzioni e rotture riflettendo l’ormai avvenuta trasformazione dei rapporti tra ragione e sentimento.

Le altre due parti del libro di Alfano si soffermano sulla natura e l’estetica del riso partendo dall’antichità classica per arrivare ai nostri giorni. L’uomo dotato di senso dell’umorismo è il buon borghese che si forma nelle città e nelle conversazioni intrattenute coi suoi pari nei salotti francesi e nei caffè inglesi. Si tratta di un uomo compiaciuto di se stesso, del suo successo economico e del suo protagonismo nella società. Lo stesso uomo che, mentre forgia col ferro e col fuoco la società moderna, desidera allo stesso tempo quieta mondanità, buone letture, intimità e civile compagnia. Ci sarebbe da chiedersi se il borghese d’oggi possiede lo stesso senso dell’umorismo del suo omologo vittoriano. A prima vista sembrerebbe proprio di no. Sembrerebbe che preferisca il comico, la satira e la volgarità. E senza dubbio questi dispositivi sono abbracciati dal cosiddetto grande pubblico dei mass-media. Ma Alfano non si avventura in tali territori e resta nel campo della letteratura interrogando una nutrita serie di autori: Dickens, Pirandello, Joyce, Beckett e tanti altri. Naturalmente non poteva non essere citato il romanzo di Umberto Eco, Il nome della rosa, il cui intreccio, come noto, si basa sulla condanna del riso tramite la distruzione di un’opera di Aristotele dedicata alla commedia ed effettivamente andata perduta. Nel Novecento insomma l’umorismo è dappertutto forgiando un nuovo lettore e di conseguenza un nuovo pubblico.

La vasta erudizione di cui Alfano dà prova col suo libro risulta talvolta appesantire il testo evidenziando una tensione tra la gravitas del sapere universitario – per sua stessa definizione formale e distaccato – e un tema come l’umorismo che si presenta invece come una sottile sovversione dell’ordinario. L’insostenibilità di ogni consuetudine tipica dell’umorismo si scontra così con la tradizione accademica che oggi poco o nulla concede al rapporto tra scrittura e cambiamento del mondo di cui peraltro l’umorismo è portatore. Un centinaio di pagine in meno e un pizzico di buonumore in più avrebbero forse dato al libro di Alfano quell’originalità di cui si sente tanto bisogno in un momento storico in cui il romanzo è in profonda crisi.

Patrizio Paolinelli, via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 11 giugno 2016.

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