Lo stato dell’etica nella postmodernità

eticaParlare di etica significa parlare del comportamento degli individui e dell’andamento della società. Già da questa presa di posizione si può notare come particolare e universale (individuo e società) siano inestricabilmente connessi. Tale posizione è tutto sommato in linea con la divisione corrente tra etica e morale. La prima riguarda la fondazione di principi universali, la seconda le regole di convivenza in una determinata cultura. Dunque l’etica detiene un primato sulla morale perché è fondatrice di principi ultimi e riguarda le basi stesse delle prescrizioni e dei giudizi morali. Di più: in quanto teoria del bene e del male l’etica interroga e sottopone a critica il comportamento morale.

Rispetto all’etica l’andamento attuale delle società cosiddette avanzate presenta un vuoto e un pieno. Il vuoto consiste nella cancellazione sempre più accelerata e ormai forse giunta alla sua conclusione di alcuni assunti fondamentali che hanno accompagnato lo sviluppo della modernità. Innanzitutto l’idea di un soggetto dotato di intrinseca razionalità, di altrettanta intrinseca libertà e portatore di valori universali. Non pare affatto che oggi nell’individuo prevalga la razionalità né che sia kantianamente libero perché: a) non è più necessario ottemperare alla legge morale per sentirsi liberi; b) di conseguenza non esiste un’idea condivisa di bene. In quanto all’universalità, già da quest’ultimo punto è evidente che ha subito colpi durissimi. Colpi preceduti sin dall’Ottocento dalla “morte di Dio” e l’avvento del nichilismo profetizzati da Nietzsche e nel primo Novecento dalle riflessioni di Weber. Il quale dinanzi al disincantamento del mondo (ossia il mondo spopolato degli dèi e delle forze magiche del pensiero tradizionale che diventa il teatro dell’agire razionale dell’uomo) teorizza il politeismo dei valori e la loro inevitabile collisione. In epoca più recente gli attacchi forse più pesanti all’etica di tipo escatologico sono stati compiuti dalla cosiddetta fine delle ideologie e delle grandi narrazioni: ossia, fine delle dottrine illuministiche sull’emancipazione del cittadino, fine della teoria hegeliana sulla formazione dello Spirito del mondo, fine dell’idea di progresso e di quella di utopia e fine dell’obiettivo marxista di una società senza classi.

Se il crollo di un’etica messianica ha lasciato un immenso vuoto, tale vuoto dagli anni ’80 del secolo scorso ad oggi è stato riempito sempre più da due tendenze: 1) il disperato tentativo di creare una macroetica (si pensi solo all’etica della responsabilità verso l’umanità futura teorizzata da Jonas); la formazione di un’etica personalizzata cucita su misura dai singoli individui in relazione ai loro specifici bisogni e orientamenti. Questa seconda etica prende forma a partire dal narcisismo che caratterizza l’individualismo contemporaneo. Individualismo all’interno del quale molti osservatori vedono prosperare più edonismo che autonomia, più ricerca della vertigine che della razionalità, più il culto del corpo che dello spirito. Questa seconda espressione dell’etica contemporanea possiamo osservarla per contrasto in alcune delle attuali forme d’intolleranza. Certo non solo in quelle, ma come spiegare ad esempio le aggressioni verbali e talvolta anche fisiche nei confronti degli omosessuali? Eppure dal punto di vista del costume ormai dovremmo costituire un’umanità del tutto emancipata, rispettosa del prossimo, del suo modo d’essere e di vivere la sessualità. Purtroppo non è così e il persistere dell’omofobia ci dice che la strada da percorrere è ancora lunga. Ed è proprio l’interpretazione dei gesti intolleranti in tempi estremamente disinvolti sul piano del comune senso del pudore a suggerire che in assenza di un’etica finalistica ognuno si costruisce la propria morale. Una morale personalizzata che agli inizi dell’estate scorsa ha autorizzato un gruppo di giovani romani a strapazzare degli omosessuali a causa del loro abbigliamento. Sembra davvero un caso strano: in un mondo che ha completamente detabuizzato il sesso ognuno si costruisce i propri tabù sessuali attingendo addirittura a codici morali del passato. Ma strano non è. Aggredire il prossimo in nome di una presunta diversità è un modo confuso e autoritario di trovare una propria identità in un tessuto sociale sempre più sfilacciato e privo di punti di riferimento.

Figure sociali richiedenti un approccio etico universale, come i profughi che si riversano sulle nostre coste, sono invece fatte oggetto di riprovazione. Molti giornali parlano da anni di invasione, pur essendo consapevoli di dire il falso, e “Tornatene al tuo Paese” è l’ingiunzione più comune lanciata nei confronti di chi fugge da povertà e guerre. Detto da noi tale ingiunzione suona un po’ comica visto che siamo un Paese di migranti (gli oriundi italiani nel mondo sono oltre 70 milioni) e il nostro popolo è un miscuglio di culture. Ma c’è poco da ridere dinanzi a immani tragedie come la fuga di milioni di persone da un Medio Oriente in fiamme. Piuttosto c’è da interrogarsi sulla politica dell’Unione Europea nei confronti dei profughi e dei migranti. Tale politica si è ispirata a principi etici? Non sembrerebbe. Mentre assai più certi sono i calcoli di natura economica (manodopera a basso costo da sfruttare) ed elettorale (conquistare i voti di quella parte d’opinione pubblica terrorizzata dalla stampa con la storia dell’invasione). Con tali sostegni nella sfera pubblica anche in questo caso l’etica personale guarda al passato. Guarda al razzismo e ai regimi politici che lo teorizzarono e praticarono nel secolo scorso. Un altro paradosso, dato che la globalizzazione dovrebbe favorire come mai prima nella storia la circolazione delle persone oltre quella di merci e servizi.

Per fortuna il quadro dell’etica contemporanea non è dipinto solo a tinte fosche. Al contrario c’è chi si richiama con forza a valori universali e resiste sia al dilagare dell’etica fai da te sia al ritorno a disvalori del passato. E’ il caso di Papa Francesco, il quale pochi mesi dopo l’elezione al pontificato, affrontò con queste parole il tema dell’omosessualità: “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?”; mentre in merito all’accoglienza degli stranieri ha sostenuto senza mezzi termini: “Dio si trova nei profughi che tutti vogliono cacciare”. Su questi argomenti non potevano certo mancare voci laiche. Una, tra le altre, è stata particolarmente apprezzata. Ha dichiarato nel settembre scorso Re Harald V di Norvegia: “Siamo tutti norvegesi: ragazze che amano altre ragazze, ragazzi che amano altri ragazzi, e ragazze e ragazzi che si amano tra loro… i norvegesi credono in Dio, in Allah, in tutto o in nulla. Sono norvegesi anche quelli venuti dall’Afghanistan o dal Pakistan, dalla Polonia, dalla Svezia, dalla Somalia e dalla Siria”. Nel segno dei tempi postmoderni oggi il Papa e il Re sono più lungimiranti di tanti politici.

Nonostante prevalga la tendenza dell’etica fai da te si susseguono senza sosta i tentativi di costruire una qualche macroetica o almeno i principi su cui si dovrebbe fondare. Tali tentativi hanno indotto negli anni scorsi a parlare di rinascita dell’etica. Talvolta tale rinascita sembra relegata più a discussioni di alto profilo culturale che a sciogliersi nel senso comune. E’ il caso ad esempio della teoria dell’agire comunicativo di Habermas. Un agire orientato al reciproco comprendersi, che vede nell’Altro una persona morale e ne cerca il libero consenso. Quanto questi precetti siano disattesi nella vita quotidiana, nei rapporti di lavoro e tra gli Stati è sotto gli occhi di tutti. Nonostante ciò è di vitale importanza che si continui a dibattere di principi morali anche perché esiste ormai una miriade di etiche applicate (responsabilità sociale d’impresa, bioetica, etica ambientale, etica della comunicazione e così via) in diversi casi nate proprio grazie alla spinta esercitata dal dibattito culturale.

Molti sostengono che la responsabilità sociale dell’impresa sia più un oggetto per paludati convegni che una realtà. E’ tuttavia interessante notare come un’élite di manager e imprenditori si stia interrogando sulle conseguenze dell’agire economico. Sorprendentemente è stato Sergio Marchionne, Ad di Fiat Chrysler Automobiles, a porre recentemente il problema affermando che i mercati “non hanno coscienza, non hanno morale, non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è”. Pertanto ”l’efficienza non è e non può essere l’unico elemento che regola la vita. C’e’ un limite oltre il quale il profitto diventa avidità e chi opera nel libero mercato ha il dovere di fare i conti con la propria coscienza”. Queste parole, pronunciate da un manager che guadagna oltre 30 milioni di euro l’anno e gestisce col pugno di ferro la Fiat di Pomigliano, più che da intenti etici potrebbero essere mosse dalla consapevolezza che il capitalismo sia giunto ormai al limite delle possibilità di sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente. Certo al peggio non c’è mai fine. Ma continuando sulla strada tracciata dal neoliberismo stavolta il peggio potrebbe coincidere con la fine del capitalismo. Occorre quindi ripensarlo. Ed è interessante notare che per ripensarlo il mondo dell’impresa non parta dall’economia ma dalla filosofia. Ennesima conferma del fatto che dietro le pretese scientifiche dell’economia c’è sempre un’immagine dell’uomo, della società e della vita. C’è sempre una scelta etica.

In una società fondata sul lavoro mentale e sullo scambio di informazioni l’etica della comunicazione ha assunto un valore strategico e non si contano più i codici di autoregolamentazione da parte dei media. In questo caso tra i nobili intenti e la realtà concreta c’è uno iato che appare più difficilmente sormontabile rispetto ad altri perché, al di là delle eccezioni, il mondo dell’informazione è egemonizzato dall’ideologia neoliberista e non garantisce un reale pluralismo. In questa situazione capita anche di vedere noti giornalisti giocare l’etica contro l’etica. E’ il caso del libro-inchiesta “La casta“, pubblicato da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo nel 2007, con cui si denunciavano le malefatte di politici e amministratori pubblici. Il libro ebbe un grande successo e ancora oggi viene considerato un punto di riferimento da cui partire per la moralizzazione della vita pubblica. Ma le cose non stanno solo così. L’inchiesta di Stella e Rizzo ha contribuito a delegittimare la politica tout-court e a dare un’ulteriore spallata al sistema dei partiti. A chi ha giovato tale operazione? Al potere economico. Il quale con la scomparsa dei partiti di massa ha sempre meno ostacoli per il controllo dello Stato e il governo della società. L’ultimo ostacolo è il sindacato, quotidianamente martellato dalla stampa con una perenne campagna di delegittimazione. Dunque dietro un’etica di facciata “La casta” nasconde un preciso calcolo politico. Calcolo che Stella e Rizzo avrebbero potuto bilanciare con un libro-inchiesta sulle malefatte degli imprenditori, peraltro tra i principali corruttori di uomini politici e amministratori pubblici. Così non è stato e presumiamo così non sarà. Ma non vanno perse le speranze. Il mondo dell’informazione non è più irrispettoso di altri verso i valori che esso stesso si è dato. Inosservanza che nella sua negatività contiene un elemento positivo: permette l’esercizio della critica nella sfera pubblica e apre in tal modo spazi per passare da un’etica teorizzata a un’etica praticata.

Patrizio Paolinelli, via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 22 ottobre 2016.

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