Natura e funzione della poesia

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Il secolo di Baudelaire di Yves Bonnefoy, un saggio del grande poeta francese

C’è ancora spazio per la poesia nel mondo d’oggi? Sì, ma è marginale nel mercato editoriale e il poeta paga forse più di altri l’attuale contrazione del ruolo sociale dell’intellettuale. Dobbiamo dunque attenderci che prima o poi il lungo canto del cigno della poesia faccia ascoltare la sua voce per un ultima volta e poi più nulla? Il rischio c’è e nella sua opera, “Il secolo di Baudelaire” (Moretti & Vitali, 2016, 235 pagg. 18,00 euro), il poeta e saggista francese Yves Bonnefoy dichiara senza mezzi termini: “E’ in gioco la poesia”. La questione, si sa, è annosa. Ma il modo di affrontarla da parte di Bonnefoy non è di quelli da passare inosservati. Al contrario, “Il secolo di Baudelaire” è un testo di tale densità, problematicità e sensibilità che non è difficile prevedere sia destinato a durare a lungo nel tempo. D’altra parte, Bonnefoy (scomparso a Parigi nel luglio di quest’anno a 93 anni) è stato uno dei più importanti poeti francesi del ‘900, diverse volte candidato al Nobel, autore di studi fondamentali sulla poetica e traduttore di Shakespeare, Donne, Keats, Yeats, Petrarca, Leopardi, Pascoli.

Il punto di partenza della riflessione di Bonnefoy è la progressiva perdita della credenza religiosa durante il XIX secolo “e l’effetto che tale perdita ha prodotto sull’attività dei poeti”. E’ noto che con la modernità sia sopraggiunta la “morte di Dio”, formula con la quale si intende la scomparsa del divino dalla vita quotidiana a favore dei processi di razionalizzazione dell’esistenza. Processi calcolati con precisione sulla base di quanto un individuo produce e consuma. Detto in altre parole, con la modernizzazione tutta la vita degli individui ruota attorno al lavoro che fanno e alla quantità di denaro che riescono a procurarsi con tale lavoro. Il resto è subordinato, magari importante, ma subordinato. Di sfuggita è forse utile annotare che uno dei motivi per cui l’Occidente ha oggi nuovamente incendiato il Medio Oriente è proprio il rifiuto da parte di quelle società di estinguere il divino dall’esistenza ordinaria degli individui. Al di là di questo aspetto del tutto contingente Bonnefoy avvia la sua riflessione sulla poesia proprio prendendo le mosse dalle lacerazioni interiori di Baudelaire sull’esistenza di Dio. Aggirata la fede resta però intatto il problema della trascendenza. Ossia il problema della permanenza di una sensibilità non religiosa che ritrovi l’infinito nel finito. Cosa significa? Significa ripristinare una sensibilità poetica in grado di cogliere il trascendente nella realtà del mondo, compresi i piccoli eventi di ogni giorno. Così definito il problema Bonnefoy interroga sette autori: Poe, Baudelaire, Mallarmé, Rimbaud, Laforgue, Valéry, Hofmannsthal. Il filo rosso che li unisce è la ricerca, a volte disperata, di una realtà superiore nella vita ordinaria (beninteso svincolata dalle religioni) e comunque alcuni di loro non esiteranno a rivolgersi allo Spirito (con la esse maiuscola). Tuttavia è bene precisare che “Il secolo di Baudelaire” non consiste in una serie di monografie. Ma di diversi saggi scritti da Bonnefoy in occasioni differenti dal 1988 al 2013 e ampiamente rivisti.

Bonnefoy ritiene decisivo rileggere e attualizzare gli autori sopra citati, a partire ovviamente da Baudelaire. Gli scopi? Almeno due: la salvezza della poesia e il raggiungimento della verità. Sulla salvezza della poesia sarà il tempo a dirci come andrà a finire. Mentre la via per raggiungere la verità è una battaglia sempre in corso. Ma poi, di quale verità si parla? Di quella poetica. Ossia di ritrovare in ogni aspetto dell’esistenza la pienezza delle cose. Se questa ricerca condanna inesorabilmente il poeta all’infelicità, allo stesso tempo permette di recuperare il leggendario, il meraviglioso, l’invisibile. In una parola la poesia è un faccia a faccia con la dimensione atemporale dell’esistenza. Ma è altro ancora. Ad esempio è cura dell’essere. Il che significa riportare gli individui alle loro origini naturali e il mondo alla sua infanzia. La poesia è anche uno spazio verbale. Spazio in cui il poeta e il lettore sono ricondotti alla coscienza di sé.

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Yves Bonnefoy (Tours, 24 giugno 1923 – Parigi, 1º luglio 2016)

Detto tutto questo ecco il messaggio centrale di Bonnefoy: realizzare una poesia che si faccia carico della vita quotidiana, ovvero della sua materialità, dei suoi piccoli/grandi drammi, delle sue piccole/grandi gioie per riportarci alla presenza originale delle cose. Un lavoro immenso che richiederebbe la ricongiunzione dell’uomo con la natura da cui la razionalità moderna lo ha implacabilmente separato. E allora su quale tessuto sociale dovrebbe articolarsi una vita quotidiana così intesa? Evidentemente su un tessuto ricco di armonia, di presenze immateriali, di stile. Una società che non c’é. La società odierna è aspramente conflittuale, materialistica (nel senso negativo del termine) e in quanto allo stile esso è dettato dalla pubblicità, ossia dal comizio della merce. I contemporanei cercano l’originaria atemporalità sempre meno nella poesia perché vivono, viviamo in un eterno presente. In questa sospensione del tempo non c’è molto spazio per una soggettività che pone il problema della sua crisi e dunque non c’è molto spazio per i poeti. Eppure Bonnefoy non esita ad affermare che “la società ha sempre, e oggi soprattutto, un gran bisogno di poesia”. Non gli si può dar torto, anche se resta aperto il dilemma di una società che ha un gran bisogno di poesia e allo stesso tempo la marginalizza (secondo l’Istat il testi di poesia e teatro – purtroppo rubricati insieme – corrispondono al 3,3% delle vendite complessive di libri in Italia negli anni 2013-2014).

Una prima risposta può essere intravista osservando l’allargamento dello spazio verbale – generato dai tumulti del mercato editoriale – a cui è sottoposta oggi la poesia. Il premio Nobel per la letteratura conferito quest’anno a Bob Dylan segna forse uno spartiacque con cui si autorizza la cultura di massa a mangiarsi quel che resta della cultura umanistica. Ma, con tutto il rispetto per le qualità artistiche di Dylan, la cultura di massa è essenzialmente intrattenimento. Dopo il concerto si torna tutti a casa e il potere economico dorme sonni tranquilli, anzi ci ha pure lucrato sopra. Probabilmente sempre più le società occidentali (e società occidentali significa ormai società americanizzate) sono destinate a diventare società del controllo. Un controllo esercitato dalla culla alla tomba su ogni singolo consumatore e che passa anche attraverso la quotidiana fruizione dei prodotti della cultura di massa. La quale è essenzialmente un’attività industriale che tende all’espansione continua e in cui non esistono né regole né diritti: il paradiso in terra del neoliberismo. Tuttavia è innegabile che i testi della musica pop non sono solo un modo spensierato di impiegare il tempo. Sono testi che molte persone utilizzano per dare senso alla propria vita, affrontare preoccupazioni materiali, esistenziali e sentimentali. Fa un certo effetto ascoltare giovani e meno giovani parlare dei loro problemi, spesso molto seri, e sentirli citare versi tratti dalle canzoni di Vasco Rossi, Ligabue o rapper vari come se fossero verità di grandi letterati o filosofi. Ma questo è un dato di fatto dinanzi al quale è inutile girare la testa. E’ invece molto più utile fare i conti con una poetica della merce che gradualmente soppianta l’intellettuale nato con l’Umanesimo, affermato col Rinascimento e consacrato con l’Illuminismo, l’intellettuale che cambiava il mondo. Mentre l’intellettuale pop dei nostri giorni invita a cambiare CD.

Nonostante sia sempre più scalzato dalle canzoni il poeta resiste. E resiste perché per Bonnefoy il suo dire sovverte il pensiero concettuale ereditato dalla classicità greco-romana. Un modo di osservare il mondo che ordina cose ed eventi, di per se stessi indivisi, evidenziando differenze, analogie, relazioni e leggi. Con quest’astrazione si perde la totalità dell’oggetto e ci troviamo immersi in un mondo di figure parziali trasformate in enigmi. E’ a partire da questa riduzione del reale che a parere di Bonnefoy prende forma la poesia. La quale è memoria del rapporto di immediatezza con l’Io originale e ripristino della coscienza del verbo cercando con le parole di andare incontro alle cose per come esistono oltre il linguaggio che le codifica. In tutta evidenza una fatica di Sisifo. E tuttavia se la poesia è un’arte consapevole di non appartenere a questo mondo, se è un compito che non ha conclusione: “Nuovi sogni continueranno a invaderla e le illusioni dei secoli a venire non smetteranno di distoglierla dal suo progetto, turbandone la consapevolezza di sé, obbligandola a sussulti di coscienza sempre difficili e sempre parziali. Nell’universo del pensiero concettuale la poesia non potrà che passare da una crisi all’altra”.

Patrizio Paolinelli, via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del lavoro, 19 novembre 2016.

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