Eppur si muore. Yves Bonnefoy e i sepolcri di Ravenna

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Yves Bonnefoy, © 2008 Derek Hudson

Ravenna, città di tombe

Il lutto si addice a Elettra, i sepolcri a Ravenna (ma Foscolo lo sapeva?). «Tante sono le filosofie che hanno voluto rendere conto della morte, ma credo che nessuna mai abbia considerato i sepolcri. Lo spirito che s’interroga sull’essere, ma ben di rado sulla pietra, si è distolto da queste pietre, così due volte abbandonate all’oblìo». Così scriveva Yves Bonnefoy, poeta e saggista, vincitore del premio Goncourt per la poesia, scomparso il 1° luglio di quest’anno, alla bell’età di novantatré anni, in Les Tombeaux de Ravenne (1), divenuto in seguito uno dei capitoli de L’Improbable, testo uscito in Francia nel 1959 (2) Ravenna, invece, i sepolcri li considera eccome, e, in questo, la nostra città sta alla pari con la grande civiltà dei morti, l’Egitto (qualche anno fa si tenne una mostra dal titolo Kemet, che forse all’epoca rese alcuni dubbiosi, ma che in quest’ottica non appare affatto peregrina (3): «Vi è […] un principio del seppellire, che dall’Egitto a Ravenna, e fino a noi, governa gli uomini con una certa costanza». Il grande difetto della nostra civiltà è il «rifiuto profondo della morte» (e della rovina, come ha scritto in un libro la mia amica Virginia Cardi (4). Per Bonnefoy, questo è un sintomo «evidente […] d’una fuga»: «Poiché – lo si voglia o no – in questo mondo si muore, e per negare il destino l’uomo ha costruito» una «dimora fatta di parole, ma eterna», nel tentativo di placare «l’inquietudine originaria», cercando di «mascherare la morte» (5).

Quanti lettori ho perso finora? Sì, ammetto che l’argomento non è dei più allegri, ma cosa si può fare se Ravenna suscita sempre “luttuose riflessioni”? Resisterò dunque al pericolo di ridurre ai celebri «venticinque lettori» il mio leggitorio e proseguirò su questa impervia via. Perché meravigliosa mi pare l’affermazione successiva di Bonnefoy: che «i sepolcri sono già l’inizio di un dimenticare». «Tanto più che un velo sembra disteso su quasi tutte le sepolture», velo che «addolcisce e denatura la prossimità della morte». «A Ravenna ci è dato di toccarlo – questo velo – sulle morti più pure che mai abbia ricoperto il tempo». Ravenna, per Bonnefoy, ha questo potere catartico. Chi avrebbe mai immaginato siffatte virtù terapeutiche?

Grabmal/Denkmal. Le chiese-tombe ravennati

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Ravenna, Basilica di San Francesco, Sarcofago a nicchie conchigliate detto del vescovo Liberio, seconda metà del sec. V. Particolare. Ravenna, Fondazione Biblioteca Classense, Fondo fotogr. Mazzotti, n. 2368 A.

«I monumenti di Ravenna sono tombe». Non ci lascia proprio scampo, Bonnefoy. Tutto “trasuda” morte e Ravenna è il perfetto sudario. Luogo definitivamente «separato dal mondo», Ravenna «ha custodito ogni possibile modo di racchiudere quel che più non è». Ravenna, un contenitore senza più contenuto, uno scrigno del nulla. Non solo, la città stessa va inesorabilmente verso la sua rovina: «Alte torri rotonde, distolte da ogni fine, accecate [per le finestre tamponate dai vecchi restauri], vi hanno un senso soltanto per una prossima rovina». Poi, il “silenzio”, immancabile ritornello: «Dappertutto, in un silenzio abbastanza profondo, i sarcofagi deserti espongono la loro duplice morte».

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Ravenna, Basilica di San Francesco, Sarcofago a nicchie conchigliate conservato nella navata sinistra, metà del sec. V. Particolare. Ravenna, Fondazione Biblioteca Classense, Fondo fotogr. Mazzotti, n. 2369.

Il piccolo capolavoro non è forse una tomba?: «Un mausoleo, la tomba supposta di Galla Placidia, riassume entro quattro mura la grave e triste perfezione di cui il desiderio mortale è capace». La grande illusione-speranza di rendere immortale – con la pietra e il mattone – la morte.

Ma tutte le chiese non sono altro che venerabili sepolcri: «Perfino le chiese, quasi curve sotto il peso dei mosaici [è il primo, Bonnefoy, a quanto ne so, a cogliere questo “pesare” delle tessere], sembrano racchiudersi sulle spoglie di un culto». Quello dei morti.
Infine, il colpo “mortale”: «Se vi è un luogo al mondo in cui la tomba dovrebbe esprimere pienamente l’orrore di quel ch’essa annuncia, sarà proprio Ravenna. Ravenna che è soltanto morte, sotto i segni spenti della sua regalità perduta». Ma come mai, allora, Ravenna gli suscita nient’«altro che letizia»? Perché Bonnefoy si “rallegra” di «quei sarcofagi»?

Paradossi ravennati. La “quiete” dell’ornamento

Dunque, ci troviamo di fronte a un paradosso: Bonnefoy – che «per primo» avrebbe amato «incontrare sotto le vôlte, coperte da immobili visi, e nei chiostri, e sui sagrati, quella oscurità di un istante che è l’ansia della morte» – viene alle «tombe vuote» di Ravenna «come al più semplice riposo». Sì, perché Ravenna nasconde in serbo «ben altre virtù»: «Questa città detta dolce, detta malinconica, e anche detta abbandonata dal tempo, questa città semi-sepolta è gioiosa e veemente». Sarà una coincidenza, ma un’altra grande francese, Simone Weil, l’aveva notato. Bonnefoy lo ripete, per rendersene ben conto lui per primo: «Mi rallegravo dei sarcofagi di Ravenna».

Il mistero è subito svelato: «Se questa città appare gioiosa, è che, reclina accanto alle tombe, vi si contempla e vi si compiace. Ravenna, un Narciso un po’ dark. Ma, giustamente, «il contemplarsi presuppone un’acqua, una materia cupa [l’acqua è simbolo funebre per eccellenza] e lucente, e andavo cercando quest’acqua in Ravenna». Bonnefoy la trova «nei pressi di San Vitale». Un’acqua assai strana: l’“ornamento”.

Bonnefoy sa che «la nuda pietra» è «apportatrice d’angoscia», che «un blocco grossolano, disfatto, saccheggiato» non afferma forse altro che «il niente». Ciò che salva e «placa» i sarcofagi ravennati è il fatto di essere «ornati». Nell’ornamento – questo “prodigio” su cui anche Leon Battista Alberti si era interrogato (6) – «o almeno nell’intrico di trecce e arabeschi, di rosette e fogliami delle tombe di Ravenna», c’è «una virtù che all’inizio non si riesce a spiegare», un «potere di acquietamento […] di vertigine, che richiama e trattiene lo sguardo nelle curvature o sulle sporgenze del marmo», che «vive d’una vita sottile creatasi intono a lui, fatta di fremiti».

L’ornamento, in cui «l’angoscia peggiore» «si quieta».

Ornamento vs astrazione. La scoperta della concretezza delle pietre

Ravenna è tutto un ornamento. Ma bisogna intendersi sul significato del termine. Bonnefoy, all’inizio, pensa all’ornamento come ad un “concetto”. L’ornamento, dunque, cercherebbe l’“universale”: «L’uccello formato nel marmo sta al modello come il concetto sta all’oggetto, un’astrazione che ne trattiene soltanto l’essenza, un eterno addio alla presenza che fu». Osserviamo «Daniele», «Lazzaro», «Giona» raffigurati nei fianchi dei sarcofagi: «È come se un vento avesse trascinato quei volti con sé», rendendoli puri concetti astratti, universali, null’altro «che segni nell’universo delle immagini». In ciò il concetto, e quindi l’ornamento, «tenta di fondare la verità senza la morte. Di fare insomma che la morte non sia più vera». Di mistificarla. Bonnefoy, in buona fede, crede che l’ornamento voglia «erigere la nostra dimora senza la morte», fare che la morte non sia «più qui». Una menzogna, dunque.

Ma subito ammette di avere fatto «i conti senza la pietra». In quanto «dimora», come può, l’ornamento, essere «una cosa astratta», visto che la dimora è al «culmine di ogni realtà»? Bonnefoy sceglie un esempio, forse «il più bello», o almeno «il più greve di significato». È il motivo dei “due pavoni”, che «bevono in uno stesso calice o mordono alla stessa vite», rappresentazione della morte e dell’immortalità.

Bonnefoy non ha mai incontrato «fonte più viva». Qui attingiamo insieme «la gloria del vivere e l’insegnamento del morire». «Tale è la pietra»: non ci si può «chinare» su di essa «senza riconoscerla insondabile». «Quel che è tracciato sulla pietra esiste», e gli ornamenti sono tracciati sulla pietra. «Se nel mondo ornato la forma si distoglie dalla vita fisica degli esseri, e s’invola verso un qualche cielo», ci pensa la pietra a trattenere «l’archètipo qui fra noi». «Se nulla è meno reale del concetto, niente lo è più di questo allearsi d’una forma e d’una pietra».

Nulla è più reale «dell’Idea arrischiata».

Istruzioni per la vita. Ravenna come l’anti-Kierkegaard

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Ravenna, Presbiterio della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, Pluteo in marmo decorato con rilievi raffiguranti pavoni affrontati su racemi d’uva e monogramma di Cristo, VI secolo. Foto dell’autore.

Ravenna è l’opposto del “concettuale”, di quel pensiero che non si distoglie solo dalla pesante pietra dei sarcofagi, ma «da tutto quel che ha un volto, da tutto quel che ha carne, pulsazione, immanenza, ed è dunque, per la sua segreta avarizia, il più insidioso, è vero, di tutti i pericoli».

Ravenna è il contrario di Søren Kierkegaard: «Se mai un cuore fu privo dei beni terrestri, e separato dall’oggetto sensibile per un deviare infinito, è proprio quello ansiosissimo di Kierkegaard». Kierkegaard, prototipo dell’uomo concettuale, in cui vi è «un abbandono, un’apostasia senza fine di ciò che è». Kierkegaard, l’uomo privato delle gioie del reale: «Gioie simili a quelle che sentiamo a Ravenna, per virtù delle tombe».

Il cerchio si chiude: dall’apparente tristezza e dolore del primo incontro con la “mortifera” città, alle inaspettate gioie del «difficile reale». Che resta difficile, appunto, non ci illudiamo, ma che è l’unica realtà da cui possiamo sperare di ottenere, oltre il dolore, la gioia. E Ravenna, per Bonnefoy, è la «luce che vale in sé e di per sé. Nulla, in Ravenna, che offuschi la purezza di quel gran bagliore, senza di cui ho appreso che non è possibile vivere, nulla vi distrae il genio dei sepolcri dalla propria parte d’iniziatore nel destino dello spirito». Ravenna, una buona “guida spirituale”.

Non deve stupire, ci ammonisce Bonnefoy, l’importanza da lui attribuita ai «monumenti». Non è per «preoccupazione d’allegoria» o per «meditare su alcune rovine». Ogni città in cui si potrebbe vivere, quindi anche Ravenna, è «adatta a fondare l’universale», quanto e forse di più di qualunque «principio» universale. Bonnefoy è assolutamente convinto che «le vie e le pietre di Ravenna valgano la deduzione concettuale, e possano sostituirsi a lei».

All’aleatorietà del concetto si contrappone – teste Ravenna – la «presenza irrefutabile» della pietra.

Anche in “frammenti”.

Proibita e possibile. La concretezza dell’hic et nunc

Nella “piazzetta” di Galla Placidia, dunque, si riesce ancora ad «ascoltare il silenzio dell’ultimo passo». Viaggiare può portare talvolta a questi fortunati “ritrovamenti”.
Viaggiare e poetare. Così come il viaggio, anche «la poesia è questa ricerca». «Poesia e viaggio – Bonnefoy ne è certo – sono di una stessa sostanza, di uno stesso sangue». Come aveva capito Baudelaire, il più grande, forse, assieme a Leopardi, tra i poeti della modernità. Bonnefoy lo ripete con lui e, aggiunge, «di tutte le azioni possibili per l’uomo le sole utili forse, le sole che abbiano una mèta».

Ma, paradossalmente, viaggiare è anche “smarrirsi”. Perdersi nella meta. E, del resto, contrapporre «la realtà del sensibile» all’astrazione e alle presunte certezze del «concetto» non è forse «riconoscere la virtù dello smarrirsi»? Il “fare spazio” alla sorpresa dell’inaspettato che solo il reale porta con sé?

A Ravenna, Bonnefoy scopre «l’affiorare di un altro regno». Ravenna, come qualunque altra città, è quel «mondo sensibile che è lontano da noi come una città proibita», ma che è anche «in ciascuno di noi come una città possibile». Non è tanto o solo Ravenna, non illudiamoci troppo. «Città troppo pura», infatti, è quella che sogna Bonnefoy, una città immaginata che «appartiene all’etica», che è «attraversata dai raggi del suo sole declinante».

In questa ricerca, Bonnefoy scopre uno dei segreti (indicibili?) dell’architettura, l’origine stessa della res ædificatoria: l’architettura è stata inventata dagli uomini «per intuizione del valore sacrificale d’un luogo». L’architettura come “lampada del sacrificio”, come aveva capito «il fantastico Ruskin» (come lo chiama, affettuosamente, Camillo Boito (7).
L’architettura, la città, Ravenna, sono oggetti sensibili, che si mostrano nella loro presenza. Ogni «oggetto sensibile è presenza». Questa presenza è ciò che lo distingue dal “nessun luogo” del concetto. «È qui, è adesso». Ce ne siamo mai resi conto, “bizantini” come siamo?

Le parlanti rovine. L’“urlo” del passato

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Particolare dell’immagine precedente. Foto dell’autore.

Il passato, ogni passato, e l’architettura, le pietre di questo passato, sono, al tempo stesso, presenze reali di qualcosa che non c’è più, che viene da lontano, ma che, paradossalmente, continua a vivere, trasformandosi. L’aveva intuito il grande filosofo e sociologo berlinese Georg Simmel, parlando della “rovina”: «Essa è la sede della vita dalla quale la vita ha preso congedo – ma ciò non è nulla di semplicemente negativo […] il fatto che la vita con la sua ricchezza e le sue vicende abbia un tempo abitato qui, questa è una presenza immediatamente intuibile. La rovina crea la forma presente di una vita passata, non in base ai suoi contenuti o ai suoi resti, bensì in base al suo passato in quanto tale» (8).

Bonnefoy è completamente d’accordo: «Oh consolidata presenza nel frantumarsi già d’ogni sua parte! Nella misura in cui è presente, l’oggetto non cessa mai di scomparire». Ma anche se scompare, «impone e urla la propria presenza». Il passato sopravvive lo stesso, aprendo la via ad un’«unione nell’assenza, che è la sua promessa spirituale».

E Ravenna, dov’è mai finita? Pazienza, intanto seguiamo Bonnefoy nella sua splendida allegoria sulla differenza tra concetto e oggetto: «La foglia intatta, innalzando la propria immutabile essenza in ogni sua nervatura, già sarebbe concetto. Ma questa foglia straziata, verde e nera, sporca, questa foglia che nella propria ferita rivela tutto il profondo di ciò che è, questa foglia infinita, è pura presenza, e quindi la mia salvezza».

Ravenna, sporca foglia ferita? Altro che “rutilante” di “concettuali” ori bizantini. Sporca, ma vera, reale. Bonnefoy tiene in mano questa “concretissima”, fragile foglia come avrebbe «voluto poter tenere abbracciata Ravenna». Cos’è mai la «presenza»? «Qualcosa che seduce come un’opera d’arte». «Nera come l’abisso». E che «tuttavia rassicura».

Sarà mai così, per noi, Ravenna?

L’immortalità in questo mondo

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Ravenna, Mausoleo di Galla Placidia. Foto dell’autore.

«Wir suchen überall das Unbedingte, und finden immer nur Dinge» (9 ) «Noi cerchiamo ovunque l’incondizionato, e troviamo sempre soltanto cose» (10). Così aveva scritto, con tutto il dolore del romantico, il grandissimo Novalis.

Bonnefoy, lo sottoscriverebbe, senza quel dolore. Così come cerchiamo l’immortalità, ma non nel senso «del corpo e dell’anima, quale gli dèi d’un tempo antico o d’un tempo recente la garantivano». Un’immortalità «impossibile», ma che sentiamo e «assaporiamo» e che non è «la guarigione dalla morte». È l’immortalità colta nel grido «d’un uccello» in cima ad una scogliera udito da Bonnefoy bambino: «Strappate al tempo, allo spazio, serbo l’immagine delle alte erbe del declivio, che per quell’istante furono con me immortali». O l’eternità che è nell’onda (anche del nostro “lago” Adriatico), «favolosamente, concretamente, nel giuoco della schiuma sulla cresta dell’onda».

Questa immortalità può essere concretamente sfiorata da «colui che tenta la traversata dello spazio sensibile»: dal vero viaggiatore. Costui, nel suo cammino, «raggiunge un’acqua sacra, che scorre in ogni cosa». E sfiorando le cose, «si sente immortale». Un po’.

L’immortalità è in questo mondo: «è, nell’edera e in ogni luogo, l’immortalità sostanziale». Non possiamo “possederla” questa immortalità, ma sfiorarla, mentre noi “passiamo”, certo. E per noi sarà una «frescura» e una «dimora». Ma per «quelli che vogliono possedere sarà menzogna, sarà delusione e notte».

Alla fine, il cerchio si chiude. Ritorna il parallelo Egitto=Ravenna: «Attraverso alla pietra l’Egitto afferma che il solo avvenire possibile è in questo mondo fisico». «Così, a Ravenna, i sarcofagi del sesto secolo». «Così nelle città che s’aprivano e si chiudevano con filari di tombe (ancora ne esistono, città fra tutte segnate dalla grazia), parla il popolo dei morti».

Non facciamo che quei morti abbiano più voce dei vivi.

Note

1. YVES BONNEFOY, Les Tombeaux de Ravenne, in «Les Lettres nouvelles», n. 3, mai 1953, pp. 298-312.
2. YVES BONNEFOY, Les Tombeaux de Ravenne, in ID., L’Improbable, Paris, Mercure de France, 1959, pp. 9-34 (ora in L’Improbable et autres essais, nouvelle édition corrigée et augmentée, Paris, Mercure de France, 1980, pp. 11-28 e L’Improbable, suivi de Un rêve fait à Mantoue, nouvelle édition corrigée et augmentée, Paris, Éditions Gallimard, 1983, pp. 13-30), trad. it. Le tombe di Ravenna, in L’improbabile, Traduzione e introduzione di Diana Grange Fiori, Palermo, Sellerio editore, 1982, pp. 5-26. Tutte le citazioni di Bonnefoy sono tratte da questo volume. Ho omesso d’indicare ogni volta il numero di pagina per non appesantire il testo di troppe note.
3. Kemet. Alle sorgenti del tempo, catalogo della mostra (Ravenna, Museo Nazionale, 1° marzo-28 giugno 1998), a cura di Anna Maria Donadoni Roveri, Francesco Tiradritti, Milano, Electa, 1998.
4. Cfr. MARIA VIRGINIA CARDI, Le rovine abitate. Invenzione e morte in luoghi di memoria, Firenze, Alinea, 2000.
5. Cosa che fanno anche le città, secondo Manuel Vázquez Montalbán. Cfr. MANUEL VÁZQUEZ MONTALBÁN, Barcelonas, Barcelona, Empúries, 1987, trad. it. di Hado Lyria, Barcelonas, prefazione di Andrea Ambri e Paolo Pagani, Milano, Leonardo, 1992, p. 191.
6. Cfr. LEON BATTISTA ALBERTI, L’architettura [De re ædificatoria], Testo latino e traduzione a cura di Giovanni Orlandi, Introduzione e note di Paolo Portoghesi, Milano, Il Polifilo, 1966, VI 2, pp. 444-451.
7. CAMILLO BOITO, Restaurare o conservare. I restauri in architettura. Dialogo primo, in ID., Questioni pratiche di belle arti. Restauri, concorsi, legislazione, professione, insegnamento, Milano, Hoepli, 1893, pp. 3-32: 19.
8. GEORG SIMMEL, Die Ruine, in ID., Philosophische Kultur. Gesammelte Essais, Leipzig, Klinkhardt, 1911, pp. 137-154, trad. it. di Giovanni Carchia, La rovina, in «Rivista di Estetica», XXI, n. 8, 1981, pp. 121-127: 127.
9. FRIEDRICH VON HARDENBERGS [NOVALIS], Vermischte Bemerkungen [Osservazioni sparse], dicembre 1797-gennaio 1798 e Blüthenstaub [Polline], febbraio 1798 (ora in ID., Schriften, Band II: Das philosophische Werk I, Herausgegeben von Richard Samuel in Zusammenarbeit mit Hans-Joachim Mähl und Gerhard Schulz, Stuttgart, Berlin, Köln, Mainz, Verlag w. Koblhammer, 1965, 19813, pp. 413-463: 413.
10. NOVALIS, Opera filosofica, Volume primo, Edizione italiana a cura di Giampiero Moretti, Torino, Giulio Einaudi editore, 1993, p. 357. È la traduzione del primo frammento di Polline; in Osservazioni sparse, la traduzione è la stessa con l’eccezione della messa in corsivo delle parole: cerchiamo, troviamo e cose [ibid., p. 356].

Alberto Giorgio Cassani, CASA Premium, n. 109, Ottobre 2016.

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