Una nuova idea di libertà

9788831175227_0_0_1644_80In che direzione va l’idea di libertà oggi? Un invito a riflettere su questo tema giunge da un piccolo libro che contiene gli interventi di Zygmunt Bauman, Chiara Giaccardi e Mauro Magatti intitolato, Il destino della libertà. Quale società dopo la crisi economica? (Città Nuova, Roma, 2016, 97 pagg., 12,00 euro). Il tascabile è curato da Andrea Possieri, che per l’occasione ha scritto un saggio introduttivo all’interno del quale osserva l’andamento del concetto di libertà negli USA, a partire da Tocqueville fino all’attuale mondo multipolare. In questa breve ricostruzione un accenno critico riguarda la declinazione della libertà come consumismo. Declinazione fortemente contestata negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso da numerosi studiosi, peraltro appartenenti a scuole assai differenti (da Galbraith a Marcuse per intenderci), e oggi quasi completamente vanificata dato che il consumismo è diventato una sorta di religione laica venerata in tutto l’Occidente dalla maggioranza dei suoi abitanti. Oltretutto anche chi non venera il consumismo è costretto a adeguarsi alle sue logiche anche a causa dell’obsolescenza programmata dei prodotti esercitata in maniera assai opaca da gran parte delle imprese.

Al di là delle intenzioni didattiche dell’autore la carrellata introduttiva sul significato di libertà made in USA induce il lettore a interrogarsi sul rapporto tra libertà proclamata e libertà praticata. Prendiamo ad esempio le quattro libertà lanciate da Roosevelt nel 1941. Iniziamo dalla prima, la libertà di parola e di espressione: neanche dieci anni dopo il discorso di Roosevelt negli USA scattò la fascistoide repressione maccartista che distrusse la vita a e la carriera di migliaia di intellettuali e cineasti colpevoli di avere un’idea di libertà alternativa a quella fondata sulla mercificazione di ogni cosa e sull’incremento del PIL. Libertà di culto religioso: tollerata purché non si occupi oltre un certo limite di questioni sociali. Se dovesse farlo, come capitò in Centro e Sud-America dopo la Seconda guerra mondiale, i preti che si facevano carico della libertà dei popoli in conflitto con quella delle élite economiche potevano essere perseguitati, torturati e ammazzati da criminali regimi militari sostenuti o addirittura direttamente insediati dagli USA. La terza libertà preconizzata da Roosevelt era la libertà dal bisogno. Basti questo dato: oggi un terzo degli statunitensi non ha risorse per arrivare a fine mese. La quarta libertà era la libertà dalla paura: dopo poco più di tre anni dal messaggio di Roosevelt il democratico Truman fece sganciare le bombe atomiche sul Giappone ormai sconfitto inaugurando la lunga stagione dell’equilibrio del terrore tra USA e URSS. Per quanto le intenzioni di Roosevelt siano state sincere i fatti sono andati in tutt’altra direzione.

Molto attento al rapporto tra libertà e realtà è l’intervento di Bauman. Il quale pone la domanda: la libertà “Contribuirà a salvare la società odierna oppure concorrerà a deteriorare l’umanità?” Come si vede si tratta di un interrogativo che problematizza il significato di libertà perché in suo nome si possono imporre sistemi di costrizione non dissimili nei suoi effetti ultimi da quelli di una tirannia. Secondo Bauman il concetto più profondo di libertà è stato espresso nel 2013 da Papa Francesco: “Per il pontefice, infatti, la libertà è sostanzialmente una triade: innanzitutto, è la possibilità della verità; in secondo luogo, vuol dire assumersi delle responsabilità; e infine significa avere una speranza”.

Su questa base, alla libertà oggi in voga – vale a dire la possibilità di una persona di imporre se stessa a discapito del prossimo – Bauman oppone un’altra ipotesi fondata su tre opzioni: una libertà che valorizzi il diritto di scegliere di ogni individuo, che tenga conto delle conseguenze dell’agire dei singoli e che produca un miglioramento della società. Niente di più lontano da quanto sta effettivamente accadendo oggi. E per comprendere questa distanza Bauman va dritto al sodo confrontandosi con l’opera di Thomas Piketty sul capitalismo nel XXI secolo. Un capitalismo che da oltre quarant’anni produce sempre maggiori disuguaglianze economiche trasformando le nostre società in società oligarchiche. Il che, ci sia permesso di annotare, non turba i sonni dei liberali. Ad esempio in Italia, subito dopo la Brexit, alcune delle cosiddette grandi firme del nostro giornalismo hanno sostenuto senza mezzi termini la bontà dell’oligarchia rispetto alla democrazia. Se non si trattasse di una svolta estremamente preoccupante verrebbe da sorridere ricordando che quegli stessi giornalisti e quelle stesse testate fino a ieri utilizzavano il termine oligarchia per screditare Putin e il sistema politico russo. Ma si sa, le parole sono rotonde e possono essere utilizzate secondo la convenienza del momento.

Tornando a Bauman il secondo autore col quale il sociologo polacco si confronta è Jeremy Rifkin. Secondo il futurologo statunitense il capitalismo è sul viale del tramonto e sta per essere soppiantato dal “commons collaborativo“. Ossia da quella serie di attività economiche fondate sulla cooperazione anziché sull’interesse personale soppiantando così il mercato competitivo basato sulla concorrenza. Si tratta di istituzioni “formali e informali che generano il capitale sociale della società”. Di conseguenza il ragionamento di Rifkin cade su Internet, l’open source, la trasparenza e l’aggregazione. Rifkin non è nuovo a queste fughe in avanti peraltro smentite dai fatti (si pensi in proposito il suo libro sulla fine del lavoro e l’avvento dell’era del post-mercato del 1995). Tant’è che Bauman non è affatto convinto che il passaggio dal capitalismo al “commons collaborativo” avverrà automaticamente. E tuttavia non liquida del tutto le previsioni del futurologo statunitense perché in effetti oggi una moltitudine di persone è impegnata nella vita sociale tramite organizzazioni autogestite, caritatevoli, religiose, cooperative di produttori e consumatori, istituti di credito cooperativo e così via. Insomma Rifkin coglie un aspetto della realtà che rende possibile una società basata sulla collaborazione anziché sulla competizione. Secondo questa prospettiva la libertà si coniugherebbe con la solidarietà e non con la concorrenza. Personalmente riteniamo che sia doveroso andare in questa direzione viste le disuguaglianze sempre più abissali provocate dal potere pressoché assoluto del capitalismo concorrenziale sulla società. Ma è difficile trascurare il fattore forza. Il capitalismo di stampo neoliberista imposto dagli USA al resto del mondo si basa sulle legge del più forte. Non crediamo che starebbe alla finestra a guardare impassibile la sua sostituzione.

Il saggio di Bauman si chiude introducendo il concetto di “libertà generativa” elaborato da Giaccardi e Magatti, entrambi docenti universitari di sociologia in Italia e in Inghilterra. Con tale concetto si intende una libertà non diretta dal consumismo ma da individui che si fanno autori del loro agire e che tessono relazioni sociali liberate da un utilitarismo spinto oltre ogni misura. Per fare un esempio concreto: un imprenditore può svolgere la propria attività non esclusivamente per il profitto personale ma anche per generare circuiti virtuosi con l’altro da sé, sia esso un dipendente o un cliente. Quello di Giaccardi e Magatti è un messaggio di speranza che combina la scelta e il principio responsabilità in una prospettiva di mutualità. La storia dirà se lo spietato e irrazionale capitalismo produttore di disuguaglianze sempre più marcate lascerà il posto a un capitalismo dal volto umano. Nel frattempo l’invito di Giaccardi e Magatti a guardare con maggiore attenzione a quanto c’è di umanamente positivo nella società ha il merito di offrire alla discussione pubblica numerosi temi su cui riflettere. Ad esempio quello relativo al rapporto tra potere e linguaggio. Oggi il capitalismo ha colonizzato il linguaggio e “si è dunque impossessato, svuotandole e riducendole a folklore, delle parole che esprimevano umanità, fratellanza, cambiamento e resistenza: desiderio, libertà, tribù, trasgressione, persino dono, gratuità, eternità. Oggi anche i bambini sanno che un diamante è per sempre”. All’interno di questo universo discorsivo gli individui sono espropriati della loro socialità. La quale finisce per esprimersi solo all’interno del mercato e dunque dentro i confini disegnati del paradigma della merce. La vita delle persone ridotta all’acquisto di beni e servizi può temporaneamente soddisfare l’egoismo dell’homo consumens ma non lascia nulla che sopravviva al proprio Sé. Una tendenza alla fin fine distruttiva per lo stesso individuo, sicuramente distruttiva per la vita in comune e che occorre invertire al più presto.

Patrizio Paolinelli, via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 14 gennaio 2017.

Via Po del 14 gennaio 2017

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