Antropologia dell’istinto alla cooperazione

storia-naturale-della-morale-umana-2489In «Storia naturale della morale umana» Michael Tomasello cerca di spiegare, in termini evoluzionistici, l’imparzialità di chi antepone ciò che è socialmente giusto al vantaggio individuale

Michael Tomasello è una delle figure più rilevanti della galassia teorica chiamata «scienze cognitive», un paradigma di ricerca che mette tra i suoi obiettivi principali l’individuazione dei tratti specie-specifici della natura umana in un’ottica evoluzionista: nel suo ultimo saggio, Storia naturale della morale umana (Raffaello Cortina, pp. 255, euro 25,00), il direttore del Max Planck Institute per l’Antropologia Evoluzionistica di Lipsia offre al lettore un ambizioso quadro ricostruttivo. Attraverso i risultati delle più recenti scoperte paleoantropologiche e soprattutto per mezzo di esperimenti sul comportamento sociale di scimpanzé e bambini in età prescolare, Tomasello cerca di fornire una spiegazione di uno dei fenomeni più difficili da descrivere nei termini della selezione naturale: l’imparzialità di chi antepone quel che giusto al vantaggio individuale.

La struttura argomentativa si scandisce attraverso dettagliatissimi passaggi evolutivi. Tre sono le tappe fondamentali di cui lo psicologo americano illustra l’intreccio complesso. Il comportamento sociale degli animali a noi più geneticamente prossimi, gli scimpanzé, rivela che questa specie è in grado di forme di collaborazione basate su un principio che il saggio di Tomasello prende in modo esplicito dal filosofo scozzese David Hume, quello della «simpatia».

In casi di difesa del gruppo da minacce esterne e nelle coalizioni per affermare chi sia il maschio dominante, anche conspecifici non vincolati da relazioni di parentela cooperano tra loro. La collaborazione assume un significato evolutivo particolarmente spiccato nella caccia di gruppo poiché, tramite la predazione collettiva, gli scimpanzé riescono a mangiare prede inafferrabili dal singolo.

Tomasello insiste, giustamente, su uno snodo cruciale. Per gli scimpanzé questo modo di sopravvivere, legato alla interdipendenza dei singoli nel gruppo, è accessoria: è un comportamento saltuario che si verifica quando sono presenti altre fonti di cibo (frutta, insetti) in grado di compensare un eventuale fallimento. Circa due milioni di anni fa, un radicale cambiamento climatico avrebbe limitato le risorse alimentari. Quel che negli odierni scimpanzé è un’arma di riserva diviene la strada principale dei primi esponenti del genere Homo per salvare la pelle: prima si afferma la cooperazione per saccheggiare carcasse di animali sottraendole a leoni o iene, poi, 400.000 anni fa, si stabilizza la caccia collaborativa e sistematica a grosse prede.

Le nuove forme di cooperazione producono l’interazione diadica tra compagni di ventura che si riconoscono interdipendenti ai fini della sopravvivenza e sono in grado di immaginarsi nel ruolo dell’altro. Circa 150.000 anni fa, la comparsa dei sapiens propizia un passaggio ulteriore. Un consistente aumento demografico contribuisce a sviluppare il senso del «noi», la percezione di una sfera che si estende oltre la collaborazione venatoria fino a comprendere l’intero gruppo di appartenenza. L’azione morale può prescindere dalla posizione parentale o di dominanza e riconosce l’interdipendenza tra gli appartenenti al gruppo. Nasce così una «morale impersonale», di tipo propriamente culturale, in grado di stabilire ciò che sarebbe oggettivamente giusto o sbagliato, una capacità che esperimenti recenti riscontrano già nei bambini di tre anni.

Secondo Tomasello, il senso morale umano sarebbe stratificato e queste tappe filogenetiche si sarebbero sovrapposte in un sistema conflittuale: cooperazione simpatetica per parentela o dominanza, interessamento verso il compagno con il quale si collabora e morale impersonale ancora oggi fanno spesso a pugni.

L’enorme sforzo ricostruttivo di Tomasello rischia, tuttavia, di essere inficiato da alcune incognite teoriche. In più di un’occasione, lo psicologo americano si difende dall’accusa di eccessivo evoluzionismo e da quella di aver costruito una ipotesi bonaria che vede nell’homo sapiens un essere intrinsecamente morale. Ma le obiezioni alle quali il libro presta il fianco provengono dalla direzione opposta. Per molti versi, Storia naturale della morale è un testo troppo poco evoluzionista. L’intera ricostruzione poggia su un’analogia suggestiva (ominide-bambino-scimpanzé) che verte su due presupposti claudicanti. Secondo il primo, sarebbe lecito fare immediato riferimento alla vita degli scimpanzé per comprendere il comportamento dei primi ominidi: ma così si trascura il fatto, non secondario, che gli scimpanzé non sono nostri progenitori ma solo cugini e che della loro storia evolutiva, lunga milioni di anni, sappiamo poco o nulla.

Il secondo presupposto risente di una visione dell’ontogenesi umana, ormai datata: il libro tratta spesso i bambini di due/tre anni come fossero l’analogo di ominidi in miniatura e non la forma infantile di una specie recente. La prospettiva cui giunge Tomasello è, inoltre, tutt’altro che benevola: è vero che il saggio ricostruisce la propensione naturale verso un «noi» imparziale, ma questo «noi» corrisponderebbe sempre a un clan e mai alla specie nella sua interezza.

Tomasello può predicare il naturale accordo dentro il gruppo poiché sovrappone termini niente affatto identici: «cooperazione» e «morale», non tenendo conto del fatto che, di solito, un giudizio è considerato «imparziale» e «genuinamente morale» se va oltre le preferenze non solo dell’individuo ma della singola banda o tribù. Altrimenti dal fatto che i nazisti fossero molto organizzati dovremmo desumere che si trattasse di agenti profondamente morali.

Del problema costituito dal superamento della logica di gruppo, purtroppo, Tomasello non parla: è come se rinunciasse sin dall’inizio alla possibilità di una dimensione etico-politica comune alla vita umana. Il risultato è inquietante. Si sostiene con soddisfazione che la morale del «noi contro gli altri» costituisce un bene per l’umanità perché lavora sulla «selezione di gruppo» e promuove «l’evoluzione culturale». Non si tematizza in alcun modo il paradosso che emerge dalla ricostruzione: sarebbe una morale naturale, quella del clan, a impedire il riconoscimento di un dato biologico di fondo, l’appartenenza alla stessa specie.

Marco Mazzeo, il manifesto, 22 gennaio 2017.
http://ilmanifesto.info/antropologia-dellistinto-alla-cooperazione/

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One thought on “Antropologia dell’istinto alla cooperazione

  1. eh già.. argomento spinoso..
    io collaboro e mi unisco ad altri solo per motivi funzionali e scelgo i migliori…questo atteggiamento è visibile quotidianamente negli ambienti lavorativi e sportivi . l’io individuo impaurito, diventa un noi collettivo.

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