Luis Sepúlveda racconta

Luis Sepúlveda

Intervista allo scrittore che presenta il libro «Storie Ribelli» nell’ambito del festival Pordenonelegge. Dal golpe di Pinochet alla condizione di apolide, quarant’anni di vita personale e non solo

«Così diceva la prima pagina del Manifesto e il giornale amico mi è caduto di mano mentre camminavo su una strada di Rapolano, vicinissimo a Siena». Con queste parole inizia il capitolo in cui Luis Sepúlveda ricorda la scomparsa del suo amico «Manolo», ovverosia Manuel Vázquez Montalbán. Ma in quelle 300 pagine di Storie Ribelli (Guanda), che lo scrittore cileno presenterà in anteprima domenica 17 a Pordenonelegge, ci sono anche tante altre storie, personaggi, fatti (perfino il rapimento di Giuliana Sgrena e l’uccisione di Nicola Calipari). Ci sono, insomma, i racconti di una lunga vicenda umana, politica e civile. Ne parliamo con l’autore.

Lei è uno scrittore molto amato in Italia. E viene spesso a trovarci. Non ha mai pensato di vivere qui?

Ho pensato più di una volta di vivere in Italia. Solo un pericolo mi ha trattenuto: dopo un anno peserei più di 200 chili. In nessuna parte del mondo si mangia bene quanto in Italia.

Da un paio di mesi, finalmente, lei è tornato ad essere un cittadino cileno. Dopo 31 anni il governo ha deciso di porre fine a un’ingiustizia. Il racconto di quella giornata al consolato apre il suo nuovo libro «Storie ribelli». Cosa si prova ad essere di nuovo un cittadino della propria terra? Tornerà a vivere in Cile?

È bello quando finalmente si pone fine a un’ingiustizia, ma niente di più. Io non sono un patriota, sono un internazionalista. Ora come cittadino cileno posso votare e il mio parere sulle questioni sociali e politiche diventa un po’ più legittimo. Ecco, questo è tutto. Non c’è nessun cambiamento emotivo o culturale importante. Non penso di tornare a vivere in Cile, preferisco continuare a vivere il Cile attraverso la mia memoria e i miei ricordi.

È stata molto dura la condizione di apolide?

È una condizione terribile perché la persona apolide è sospetta di tutto e niente. Durante i controlli alla frontiera, negli aeroporti, i poliziotti non sanno cosa fare, un apolide è un essere spogliato di tutti i diritti.

In «Storie ribelli» ripercorre 40 anni di vita personale e non solo attraverso scritti militanti in cui racconta, denuncia, accusa. È per questo che scrive? Per dare voce al silenzio?

Sono sempre stato molto orgoglioso della mia generazione militante, delle centinaia di migliaia di giovani che cercano di cambiare la società. Sono un sopravvissuto di una generazione sacrificata, molti di coloro che sono stati i miei compagni sono morti o stanno sparendo, io sono la loro voce. Finchévivrò le voci dei miei compagni rimarranno vive. Ecco perché scrivo.

Nel primo capitolo del suo libro ricorda Óscar Lagos Ríos, il più giovane della scorta di Allende, morto a soli 21 anni «nel giorno più nero della storia de Cile». Anche lei ha fatto parte del Gap e quell’11 settembre 1973 è al centro del suo racconto, che da lì parte e lì ritorna sempre. Quale sentimento prevalse, rabbia o paura?

Il sentimento che prevale è un misto di dolore e orgoglio. Dolore per le vite perdute, sacrificate e orgoglio per essere stato insieme a quelle persone straordinarie. Ogni volta che vado a Santiago visito il cimitero e vado alla tomba dei compagni del Gap. Lì, mi fermo davanti alla lapide su cui è scritto il nome di Óscar Lagos e gli racconto di mio figlio maggiore, che Óscar ha preso tra le braccia quando era neonato; ora è un uomo sposato con una bella donna e ha due figli. E al momento di salutare Óscar vado via dicendo «è stato un onore condividere gli anni duri con te, compagno».

Ha mai pensato di non farcela, per esempio nel periodo in cui subì le torture?

Come tutti i militanti che hanno subito le torture o sono stati nei campi di concentramento, sapevo il perché mi trovavo in quella situazione. Non parlo spesso di quell’esperienza, ma ricordo sempre che i miei compagni torturati ne uscivano senza essere più in grado di stare in piedi, con le ossa rotte, con lividi in tutto il corpo e la prima cosa che dicevano era «non ho parlato, non ho detto niente». Il valore di questi uomini e donne è il mio fondamento morale, è la pietra miliare che mi sostiene.

Di Pinochet, scrive, «non resta assolutamente nulla degno di essere ricordato, forse il fetore». Di Allende ricorda «la sua integrità politica e umana». Questo libro contiene anche molti altri ritratti, di persone amiche ma anche di persone che non le piacciono, dagli «infami che permettono a Pinochet di evitare il giusto processo» a scrittori tanto amati come Chatwin o Coloane. C’è qualche personaggio di cui non ha avuto ancora modo di parlare ma al quale le piacerebbe dedicare qualche pagina, magari in un libro futuro?

Sto lavorando lentamente ad un libro che ha come titolo provvisorio Gratitudes, dove parlo di scrittori, pittori e altri artisti, insegnanti, a cui devo molto. Ho sempre pensato che non esista un orfano più triste dello scrittore senza insegnanti e io sono molto grato ai miei maestri.
In «Storie ribelli» parla anche della lotta ai padroni del mare. Le battaglie ambientaliste sono ancora fra i suoi principali interessi?
L’ambientalismo è una delle mie preoccupazioni politiche, so benissimo che i crimini contro l’ambiente hanno un’origine economica e tutto ciò che è economico è intrinsecamente politico.

Come immagina il futuro del Cile?

È molto difficile immaginare il futuro di un paese apatico, socialmente rovinato e politicamente inerte e incapace di immaginare un’alternativa al neoliberalismo prevalente. È vero che ci sono settori della società che interpretano in maniera reale e adeguata la realtà e la possibilità di cambiarla, ma purtroppo sono solo una minoranza. In altri Paesi con governi neoliberali lo Stato si è indebolito fin quasi all’estinzione. In Cile, lo Stato è diventato un’azienda a servizio degli interessi delle multinazionali che sono proprietari del Paese. È vero che ci sono forze politiche che ipotizzano un cambiamento, ma senza sapere in che modo questo cambiamento possa avvenire in maniera coerente. È difficile immaginare il futuro del Cile.

E dell’attuale, difficilissima situazione del Venezuela, cosa ne pensa?

Sono sempre stato abbastanza critico nei confronti del chavismo e questo ha significato per me tante discussioni con i miei colleghi della sinistra Neanderthal. Per quanto petrolio possa avere un paese, non c’è crescita politica e culturale se si basa tutta l’economia sull’estrazione di una materia prima, senza diversificazione, senza accettare la sfida di nuove tecnologie o la necessità di promuovere energie rinnovabili. Dopo la morte di Chávez, è evidente che il successore, Maduro, non era il più adatto, il più forte dal punto di vista intellettuale per approfondire la cosiddetta rivoluzione bolivariana. Il Venezuela è un Paese che è passato dalla più grande corruzione a un tentativo rivoluzionario che non è stato capace di spiegare il perché della necessità di cambiare la natura di uno Stato corrotto in uno Stato dalla natura solidale. Non si può nemmeno ignorare che gli Stati Uniti hanno cercato di destabilizzare il Venezuela sin dal primo giorno del chavismo. Tuttavia, il Venezuela ha un problema che deve essere risolto dai venezuelani e senza interferenze straniere. Il grande problema non è una possibile deriva dittatoriale di Maduro o che abbiano sorpreso Lilian Tintori con una fortuna illegale nella sua auto. Il problema è il petrolio, l’oro nero che ha sotto il suolo delle sue foreste e pianure.

Tra i suoi libri più amati e più letti c’è «Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare». Tornerà a scrivere una favola?

Sì, la favola è un genere letterario che mi piace molto, e sto lavorando a una nuova storia.

Francesca De Sanctis, il manifesto, 9 settembre 2016.

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